Vincenzo Nibali rialzato da un tifoso dopo la caduta sull'Alpe d'Huez
Vincenzo Nibali rialzato da un tifoso dopo la caduta sull'Alpe d'Huez

ASO, dilettanti allo sbaraglio

Tour de France, sull’Alpe d’Huez ennesima figuraccia degli organizzatori: come rovinare la corsa più importante al mondo con la manifesta incapacità nel gestire l’evento. A rimetterci, con Nibali, è tutto il ciclismo

“Respectez les cyclistes” è uno degli slogan più popolari in Francia. Discorso simile in Italia, dove la campagna “Salva i ciclisti” sta prendendo piede, anche se non abbastanza. In Spagna le proposte del movimento spontaneo “Por una ley justa” sono giunte in Parlamento, pur dovendo far fronte ai soliti ritardi (quasi tutto il mondo è paese, da questo punto di vista). Sulla sicurezza stradale per gli utenti deboli, quindi pedoni e, nel caso di specie, ciclisti, sta iniziando finalmente ad emergere una mentalità meno disattenta (perché scrivere più attenta non rappresenterebbe la realtà).

Ma la strada da fare è ancora estremamente lunga. I dati Istat sul numero di decessi di ciclisti in Italia rimangono allarmanti: dai 265 morti del 2010 si sale ai 282 del 2011 toccando il picco di 292 nel 2012, scendendo a 251 nel 2013, medesima cifra del 2015, con nuovi rialzi a quota 273 nel 2014 e a 275 nel 2016. Quella dei ciclisti, inoltre, è l’unica categoria degli utenti della strada ad aver fatto registrare un numero maggiore di morti rispetto al 2010, diversamente quindi da automobilisti, motociclisti e pedoni.

Se questa è la situazione in quella giungla senza regola che è la quotidianità sulle strade, logica vorrebbe che su carreggiate chiuse alla normale circolazione e riservate esclusivamente ad eventi strettamente regolate non ci debbano essere problemi di alcun tipo. Ma la realtà non è così. Soprattutto dove, almeno teoricamente, ci sarebbero tutte le condizioni per fare un grande evento.

ASO, il vil denaro è l’unico interesse. E Prudhomme è recidivo
Ma ormai lo sappiamo. ASO è, al contempo, l’organizzazione più potente nel mondo delle due ruote e quella più incapace nel gestire un appuntamento. È più facile trovare falle al Tour de France che in corse in nazioni, senza alcun’offesa per questi luoghi, del terzo mondo ciclistico come Sri Lanka, Bolivia o Gabon. Il gigantismo del Tour è sicuramente un fattore, con circa 4500 persone fra corridori, membri delle squadre, media, organizzazione, forze di sicurezza e uomini e donne della carovana pubblicitaria a muoversi ogni giorno.

Ma Christian Prudhomme, per quanto bravo nelle pubbliche relazioni (e in altri aspetti, va detto), continua a essere il responsabile di un’organizzazione dilettantistica, che ogni anno ne combina almeno una. Dopo il pasticciaccio brutto del Mont Ventoux 2016 il direttore del Tour affermò testualmente: «L’arrivo era stato spostato il giorno prima a causa del meteo. Non siamo stati in grado di spostare tutte le transenne. C’è stato un ingorgo di persone che si erano accampate all’arrivo originale e sono tornate indietro. Questa inondazione di persone ha prodotto una situazione eccezionale». Stavolta che scusa tiri fuori?

Poche transenne sulla salita, non è una novità al Tour
Perché il traguardo dell’Alpe d’Huez non ha subito modifiche dettate dalle avverse condizioni meteo. Eppure le transenne erano solo entro gli ultimi 4 km di salita sui 13.8 totali, vale a dire il 29% del totale. Ci sta non posizionare i divisori su tutta una salita così lunga, chiaro. E c’è stato un miglioramento rispetto a 20 anni fa: basti pensare che nella medesima salita l’incidente che coinvolse Beppe Guerini avvenne agli 800 metri dal traguardo, in una zona ovviamente senza transenne.

Eppure si può ovviare a questo problema in maniera diversa: al Giro d’Italia, nelle salite con maggior afflusso di pubblico, ecco sovente comparire i cordoni umani di alpini e protezione civile, che evitano momenti pericolosi per i vari atleti. Alla Vuelta a España, ma è più raro, accade altrettanto. Al Tour de France, invece, non si capisce per quale motivo questo sistema non sia in uso.

Nonostante poliziotti in quantità la sicurezza e carente. Ma le moto si moltiplicano sempre più
E sì che, proprio alla vigilia di questa Grande Boucle, l’organizzazione tutta tronfia indicava in 23 mila la mostruosa cifra di poliziotti e gendarmi impegnati ad assicurare la sicurezza nelle 21 tappe in programma, a cui aggiungere ulteriori 6 mila unità della polizia locale dislocate sul territorio e la possibilità, in caso di minacce terroristiche sensibili, di utilizzare i membri dei corpi speciali. Da notare che una cinquantina di questi poliziotti fanno parte della Guarde Républicaine, ossia la scorta personale del Presidente della Repubblica che, coma da consuetudine, li presta per un mese all’appuntamento più amato dal paese.

Corpo, questo, al centro negli ultimi giorni di ilarità a livello mondiale per quanto accaduto durante la parata del 14 luglio sugli Champs Élysées. E il discorso si riallaccia al problema generale: chi guida i mezzi al seguito dovrebbe aver seguito appositi corsi. Non è un mistero che non sia la realtà (qualcuno ha detto Hoogerland-Flecha al Tour 2011?). Vi è poi l’annoso problema delle moto al seguito: la loro moltiplicazione ha raggiunto livelli inconcepibili per la mente umana. Un esempio su tutti: qual è la ragione per cui, durante la tappa di Roubaix (la più rischiosa per la sicurezza, per altro), sia stata ammessa in corsa la presenza della motocronaca della tv danese? Non è l’host broadcaster, non si corre in Danimarca, aggiungiamoci le dimensioni ridotte della carreggiata: qual è il senso di aver dato luce verde a questo mezzo, non essenziale per la gara?

Organizzazione colpevole, ma certi “tifosi” meglio perderli che trovarli
E a causare l’ennesima figuraccia nella storia recente della Grande Boucle è stata, dunque, una moto della polizia. È evidente che, in questo caso specifico, al gendarme vadano date sono in parte le responsabilità, maggiormente riconducibili all’organizzazione. Ma nel concorso di colpa non si possono escludere gli spettatori a bordostrada: se la maggioranza silenziosa è tranquilla e non provoca problemi, c’è purtroppo da registrare una sempre crescente minoranza di deficienti.

Pensare di accendere fumogeni in prossimità di atleti nel pieno dello sforzo fisico (e respiratorio, di conseguenza) equivale a una pubblica manifestazione di stupidità. Stanno inoltre prendendo sempre più piede gli idioti intenti a correre al fianco dei corridori con i cellulari in mano, desiderosi di un selfie: per l’esibizionismo esistono altri luoghi e modi, evidentemente per costoro è difficile usare la materia grigia.

Il colmo delle bevande alcoliche vietate, fra aspiranti pugili della domenica
Ha fatto poi ridere di gusto il comunicato congiunto del mattino di ASO e della Gendarmerie: «Niente bevande alcoliche sulla salita finale». Va bene che siamo nella patria di Maria Antonietta, per sempre campionessa delle dichiarazioni azzardate (il suo «Se non hanno più pane, che mangino brioche» è il non plus ultra), ma una affermazione simile denota sottovalutazione del problema e discostamento totale dalla realtà.

Ma i tifosi olandesi, presenti a iosa sulla ascesa conclusiva, viaggiano alcol free? Neppure un fanciullo sarebbe così sprovveduto. Tifosi ubriachi ce n’erano a volontà, statene sicuri. A cui aggiungere altri già imbecilli di natura, come quei due brizzolati individui che hanno cercato di colpire con un pugno Chris Froome (almeno uno di questi è stato poi fermato, bontà loro, dalle forze dell’ordine). Si può non essere d’accordo con l’esito della vicenda che ha coinvolto il britannico, ma si deve dimostrare la propria contrarietà in modo civile, non incitandolo o, al massimo, fischiandolo. Ogni altra modalità è ovviamente da censurare senza indugio, cosa a cui ASO non ha provveduto.

Si dice bene che il Tour de France è sempre più un circo. Talvolta capita di vedere in azione i saltimbanco piuttosto che i trapezisti. Oggi è stato il turno dei pagliacci. A tutti i livelli. E qualcuno butta alle ortiche, senza alcuna colpa personale, il lavoro di un anno. Non si può che sperare che chi di dovere ne risponda nell’unica cosa a cui tiene, ossia il vil denaro. Il tutto nell’assordante silenzio dell’UCI.

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