Joaquim Agostinho impegnato al Tour de France © Desenvolturasedesacatos
Joaquim Agostinho impegnato al Tour de France © Desenvolturasedesacatos

Joaquim Agostinho, l’eroe dei due mondi

La seconda e ultima puntata dedicata alla storia del ciclista lusitano più forte di tutti i tempi

Una squadra portoghese alla Grande Boucle: l’utopia diventa distopia
Ad ogni modo, al netto di un Tour 1974 un po’ deludente, l’esperienza in Bic di Agostinho è stata ricca di successi. Per la stagione 1975, tuttavia, il noto produttore di penne decide di smettere di sponsorizzare la squadra e i suoi corridori, incluso, ovviamente, il lusitano, sono costretti a cercarsi una nuova dimora. Al netto di molte proposte allettanti, Joaquim decide, a sorpresa, di tornare allo Sporting, mosso dal sogno di conquistare la Grande Boucle con il team biancoverde.

Lo Sporting, infatti, grazie alla presenza di Joaquim, ormai uno dei corridori più stimati al mondo, unita al reclutamento di una serie di corridori francesi (tra cui gente di ottimo livello come Bernard Labourdette e Francis Campaner), riesce a ottenere l’invito al Tour. I biancoverdi di Lisbona, dunque, diventando, di fatto, la prima squadra portoghese a prendere parte alla gara a tappe più importante della stagione.

Il Tour de France del 1975 fu uno dei più infausti della storia: è, infatti, la Grande Boucle del vergognoso pugno sferrato da un tifoso a Merckx, il quale spalancherà le porte del successo al francese Bernard Thévenet. Per Joaquim è il peggiore della carriera. Per due settimane recita la parte di comparsa, solo negli ultimi giorni riesce a dare qualche segnale di vita. In classifica generale è quindicesimo, mai aveva fatto così male e mai più farà così male. Deluso per la fragorosa debacle, dopo aver visto il sogno diventare incubo, a fine stagione lascia nuovamente lo Sporting e si accasa alla spagnola Teka.

Un biennio incolore alla Teka
Nel 1976 le cose vanno sensibilmente meglio, anche se i fasti del ’74 continuano a sembrare lontani. Alla Vuelta al País Vasco, a inizio aprile, Agostinho arriva terzo a 1’15” dal vincitore, un incontenibile Gianbattista Baronchelli. Due settimane più tardi il lusitano prende parte alla Vuelta a España: nella sesta tappa, una cronometro di 14 km in quel di Cartagena, si lascia dietro tutti, conquistando sia successo parziale che maglia amarillo. Tiene il simbolo del primato tre giorni, prima di cederlo al tedesco Dietrich Thürau. Lo riconquista, tuttavia, nel quindicesima frazione, la quale arriva in quella Cangas de Onis che già gli fu cara due anni prima. Non ha tempo di esultare, però, Joaquim: il giorno seguente cade sotto i colpi degli alfieri della KAS. A fine Vuelta sarà solo settimo, a 3’26” dal vincitore Pesarrodona.

Per cercare di rifarsi, Joaquim, prende parte al suo primo e unico Giro d’Italia. Già nelle prima tappe, tuttavia, non sembra particolarmente brillante e nel corso della dodicesima frazione, quando ancora la corsa rosa non era realmente entrata nel vivo, è costretto a ritirarsi.

L’anno successivo decide di lasciar perdere Giro e Vuelta per concentrarsi sul Tour. Alla Grande Boucle vince la cronoscalata di Avoriaz, ma risulta positivo al controllo antidoping post tappa e viene punito con 10’ di penalità. Nella frazione che deciderà le sorti di quella Grande Boucle, invece, ovvero quella con arrivo sull’Alpe d’Huez, giunge ottavo a 8’45” dal vincitore di giornata Kuiper e a 8’ da colui che conquisterà quell’edizione della gara a tappe francese: Bernard Thévenet. A Parigi sarà tredicesimo a 33’ dal vincitore.

A fine stagione Agostinho è in scadenza con la Teka. Ha 34 anni e viene da tre stagioni non entusiasmanti. Oltretutto, in carriera, è giù risultato positivo a svariati controlli antidoping. Non sono in molti quelli disposti a dargli un ruolo di primo piano nel loro team. Vi è, però, una persona che non ha mai smesso di credere in Joaquim; colui che, per primo, lo ha portato a correre il Tour de France, Jean De Gribaldy. L’amicizia tra i due oltrepassa la sacralità al punto che è veramente complicato far capire, a parole, quanto essa fosse importante per entrambi. Una volta il visconte arrivò a dire che se dovesse conservare un solo ricordo della sua vita, sceglierebbe l’incontro tra lui e Joaquim in un piccolo e decrepito hotel brasiliano e il sorriso che si spalancò sul viso del portoghese quando gli propose di andare a correre in Francia.

Agostinho entra nella storia
Agostinho, dunque, nel 1978, sbarca alla Flandria e ha un unico grande obiettivo: conquistare il podio alla Grande Boucle. Il Tour, in quella stagione, è una corsa senza padrone, Merckx si è ritirato e Thévenet da un anno all’altro crollò improvvisamente. Il primo grande spartiacque della corsa francese è una cronosquadre di addirittura 153 km: la Raleigh di Hennie Kuiper esce vincitrice precedendo di 7” la C&A di Van Impe e Bruyère, mentre la Miko di Zoetemelk è terza a 4’19”, Quarto posto per la Renault di un giovanissimo Bernard Hinault a 5’15” mentre Agostinho e compagni giungono quinti a 6’20”. Per tutti gli altri i distacchi sono ancora più ampi.

Agostinho ha un compagno particolarmente ingombrante: il vincitore del Giro d’Italia 1977 Michel Pollentier. Il belga è particolarmente sgraziato in bicicletta, ma dotato di un motore straordinario. Nell’ottava frazione, una crono di 60 km, vinta da Hinault, Pollentier arriva quarto a 59”, rifilando 1’40” a un Joaquim giunto nono. Tre giorni più tardi, nella prima frazione di montagna, vinta dal francese Mariano Martinez, sono entrambi grandi protagonisti, ma a spuntarla è sempre il belga. Pollentier, infatti, arriva terzo, giungendo al traguardo insieme ad Hinault, a 5” dal primo, mentre Agostinho è quinto a 1’28”, preceduto di 1’10” anche da Zoetemelk. In classifica generale Bruyère, forte della grande cronosquadre della sua C&A, è leader con 1’05” su Hinault, 1’58” su Zoetemelk, 2’47” su Pollentier, 4’08” su Kuiper e 5’48” su Agostinho.

Il portoghese è in grande forma e quando sta bene è portato a crescere tappa dopo tappa. Nella tredicesima frazione, con arrivo a Super Besse, sfrutta il marcamento tra gli altri big e attacca, giungendo terzo al traguardo, a 1’31” dal vincitore Paul Wellens, guadagnando 36” su tutti coloro che lo precedono in classifica. Il giorno seguente c’è una cronometro di 5.,5 km con arrivo sul Puy-de-Dôme. La spunta Zoetemelk che precede di 46” Pollentier, di 55” Bruyère, di 1’40” Hinault e di 2’02” Agostinho. Tutti gli altri arrivano molto lontani. Joaquim supera, dunque, Kuiper e si colloca in quinta posizione a 6’20” da Bruyere, mentre i primi quattro sono raccolti in 2’38”.

Passano due giorni ed è il momento di un’altra tappa chiave, la frazione principe del Tour de France, 240 km con la maestosa Alpe d’Huez che si staglia, nel finale, dinnanzi ai corridori. Pollentier stacca tutti e vince rifilando 38” a Kuiper, 46” a Hinault, 1’19” a Zoetemelk e 2’12 ad Agostinho. Bruyère va in crisi e perde una decina di minuti ritrovandosi sesto in classifica. Lo sgraziato belga non solo ha, ormai, il podio in cassaforte, ma sembra anche poter conquistare il bersaglio grosso. Tuttavia, al controllo antidoping, viene scoperto con addosso uno strano marchingegno che produceva urina artificiale e immediatamente squalificato dal Tour (successivamente riceverà, anche, 2 mesi di sospensione).

L’antidoping toglie e l’antidoping dà. Con Pollentier squalificato e Kuiper che si ritira il giorno seguente, al termine dell’ultimo tappone alpino, con arrivo a Morzine, in cui Agostinho è arrivato coi primi due della classifica generale, ovvero la maglia gialla Zoetemelk e il giovane Hinault che lo segue a soli 14”, guadagnando un altro minuto su Bruyère, il portoghese si ritrova terzo in classifica generale. Nella tappa successiva, una frazione pianeggiante con arrivo a Losanna, in Svizzera, il lusitano e lo stesso Bruyère sfruttano la marcatura tra Hinault e Zoetemelk per recuperare ai due oltre 2’ in classifica generale.

Si arriva, quindi, all’ultima occasione disponibile per ribaltare la classifica, una cronometro di 72 km da Metz a Nancy. Il Tasso la domina, vince con 1’01” su Bruyère e strappa la maglia gialla a Zoetemelk rifilandogli ben 4’10”. Agostinho è ottimo quinto a 3’01” dal primo, perde appena 2’ da Bruyère e, dato che ne aveva 4 di vantaggio, salva il podio. A Parigi Hinault vince il suo primo Tour, Zoetemelk è nuovamente secondo mentre il nativo di Torres Vedras diventa il primo (e finora unico) portoghese a salire sul podio della Grande Boucle.

La vittoria che corona una carriera magnifica
Nella stagione 1979 Agostinho partecipa al Tour de France nel tentativo di conquistare l’agognata maglia gialla. Quell’edizione ha una peculiarità, si parte da Fleurance, nel cuore dell’Occitania, e sono presenti delle tappe pirenaiche nei primissimi giorni. La seconda frazione è la cronometro di Superbagnères: vince Hinault, ma Agostinho è secondo a soli 11” dal tasso e batte di 42” Zoetemelk. Poi, però, arrivano due cronometro a squadre, la prima di 87 km e la seconda di 90. La Flandria di Joaquim non è in grado di competere con le formazioni più forti e il lusitano, al termine dell’ottava tappa, si ritrova quinto a 4’03” dal francese. Il giorno seguente si arriva a Roubaix, seguendo un tracciato che ricalca quello della regina delle classiche: Zoetemelk rifila 3’ a Hinault, mentre Agostinho si inabissa e perde più di una decina di minuti dai suoi rivali.

Il sogno della maglia gialla ormai è sfumato, ma il Tour non è finito. Agostinho inizia pian piano a riprendersi del manrovescio subito, nella quindicesima frazione, una crono di 50 km con arrivo in salita ad Avoriaz, è terzo, battuto solo da Hinault e Zoetemelk, a 3’15” dal primo, ma a soli 38” dall’olandese. Il giorno seguente rientra, invece, in top 10.

Si arriva, dunque, alla diciassettesima tappa, che prevede l’arrivo sulla vetta regina della Grande Boucle: l’Alpe d’Huez. Agostinho parte non appena inizia la salita. Spinge il solito rapportone, sembra un bufalo inferocito. Nessuno gli sta dietro. Tornante dopo tornante continua a guadagnare su tutti. Sta facendo qualcosa di storico. Un capolavoro che non segnerà solo un Tour o una carriera, ma la storia ciclistica di un’interna nazione. Già perché nessun portoghese si era mai spinto così in alto. Joaquim arriva solo a braccia alzate in cima al traguardo più prestigioso della corsa più importante. Robert Alban, secondo, giunge dopo 1’57” mentre Hinault e Zoetemelk, intenti a marcarsi, perdono addirittura 3’19”.

Dopo quell’impresa Agostinho è quinto in classifica. La tappa successiva prevede nuovamente l’arrivo sull’Alpe d’Huez: Joaquim, stanco, non riesce a ripetersi, ma è comunque quinto a 1’05” da Zoetemelk. Nella graduatoria scavalca Bernaudeau e tra lui e il podio c’è il solo Kuiper, al quale ha recuperato 1’40”. A determinare la terza piazza nella generale sarà decisiva una crono di 50 km tra le strade di Digione. L’ex soldato sa di avere la chance per superare il rivale e non se la fa sfuggire: realizza un’ottima prova che gli vale il quinto posto a 2’37” da Hinault. Kuiper, invece, è solo undicesimo a 4’41”. A Parigi il lusitano è nuovamente terzo alle spalle di Hinault e Zoetemelk. Ha dimostrato che il podio dell’anno scorso non lo aveva agguantato grazie alle circostanze, arricchendo il tutto, inoltre, col successo più prestigioso della sua carriera.

Gli ultimi anni
Nonostante l’età particolarmente avanzata Joaquim continuerà a correre ancora a lungo, sempre in squadre dirette da De Gribaldy (la Puch e la Sem), ottenendo risultati inferiori a quelli del biennio 1978/1979, ma non certo disdicevoli. Sarà secondo al GP du Midi Libre nel 1979 e nel 1980, terzo al Critérium du Dauphiné nel 1980 e secondo nel 1981 (dietro a Hinault, ma davanti a un giovanissimo Greg Lemond), terzo alla Bordeaux-Parigi nel 1980. Al Tour si piazzerà quinto nel 1980, dopo l’ennesima rimonta nella terza settimana (recupera 5 posizioni in altrettante tappe) e undicesimo nel 1983, a 40 anni compiuti, mancando la top 10 per soli 5”.

Nel 1984 decide di tornare in Portogallo per concludere la carriera tra le fila dello Sporting. Con i biancoverdi partecipa alla Volta ao Algarve, nei primi giorni di maggio, in cui vince anche una tappa. Nella frazione con arrivo a Quarteira, a pochi metri dal traguardo, Joaquim si scontra con un cane che aveva invaso la sede stradale e piomba a terra, battendo pesantemente la testa. Il lusitano si rialzerà e concluderà la tappa senza troppi patemi. Una volta entrato in albergo, tuttavia, inizierà ad accusare un dolore sempre più intenso. Viene portato all’ospedale di Faro, dove, da una radiografia, risulta che l’osso parietale del cranio si è rotto. Non potendolo curare in loco data la carenza di strutture, i dottori ordinano l’immediato trasporto a Lisbona, distante però 400 km. L’ambulanza, purtroppo, non arriva in tempo: Joaquim cade in coma durante il tragitto e si spegne a soli 41 anni.

Nemmeno la morte, però, può cancellare quanto ha fatto Agostinho per il ciclismo portoghese. Il solco lasciato dal grande Joaquim resterà indelebile per sempre. Il suo ruolo, nella storia, non si limita a quello di grande ciclista (ancora oggi il miglior portoghese che abbia mai guidato una bici); lui è stato il ponte che ha unito due mondi. Se tanti grandi corridori, dal suo contemporaneo Fernando Mendes all’iridato di Firenze Alberto Rui Costa passando per Acacio da Silva e diversi altri, hanno avuto modo di misurarsi nell’alto livello internazionale, lo devono, un po’, anche a chi, per primo, ha dimostrato che i ciclisti portoghesi potevano essere validi anche al di fuori dei confini nazionali. E questo qualcuno è Joaquim Agostinho.

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