Un'immagine di Ami Chogbo © IMDB
Un'immagine di Ami Chogbo © IMDB

Cicloproiezioni: Ami Chogbo

Viaggio divertito nel ciclismo secondo il cinema, tredicesima puntata: anche la Cina dedica una pellicola alle due ruote, con il Tour of Qinghai Lake da sfondo

Ci lamentiamo sempre che il ciclismo al cinema viene identificato quasi completamente con il Tour de France, e così quando troviamo una pellicola incentrata su un’altra gara a tappe, possiamo forse non parlarne? Senza contare che la suddetta corsa è una delle poche a svolgersi a luglio in contemporanea con la Grande Boucle, quindi è impossibile non cogliere il fascino di un film i cui protagonisti partecipano al Tour of Qinghai Lake, nel bel mezzo della Cina

Certo, di competizione vera e propria ne vedremo pochina, e le riprese di gara e le dinamiche di gruppo risulteranno perlomeno approssimative, ma tutto questo non ci sembra essere il primo dei problemi per un’opera che alcuni siti specializzati accreditano come Ami Chogbo e altre come Ami Zoubu, chi dice uscita nel 2013, chi nel 2014 (le opzioni corrette dovrebbero comunque essere le prime di ciascuna). Il regista Ni Ya (su di lui tutti concordano) ci mostra subito un po’ di immagini da cartolina, come quella qui sopra, e parecchi ciclisti che non sanno tenere le mani sul manubrio e dalla posizione in bici rivedibile, come questi di seguito

La trama segue la preparazione del team locale per il Tour of Qinghai Lake, preparazione un po’ approssimativa e senza pretese come da stereotipo. E in effetti è curioso notare che, per quanto si tratti di un film cinese, vengano messi in mostra un sacco di preconcetti tipicamente occidentali. Non può dunque mancare la scena dell’allenamento in mezzo ai cowboy indigeni, pronti a stimolarli attraverso frustate e scudisciate. (D’accordo, quest’ultima deriva violenta non è vera e non si vede nel film, rimane una prerogativa di certi team dilettantistici italiani fra gli anni ottanta e i novanta)

Gli allenamenti però non portano i frutti sperati, forse avevano ragione i direttori sportivi vecchia scuola che gli scudisci è inutile starli a fare roteare se poi non li schiaffi sulla carne viva, vedi poi come va veloce il ciclista. Fatto sta che nelle gare di avvicinamento al Qinghai Lake i nostri vengono regolarmente sconfitti dagli avversari, per quanto sembrino tutti più degli scappati di casa che dei corridori. Così il responsabile della scuola dello sport di Qinghai decide che ci vuole una soluzione drastica: ingaggiare un tecnico straniero. Kama e Kampot, i leader della squadra, non sono per niente convinti e protestano contro questa decisione, ma non c’è niente da fare.

Così, a due mesi dalla gara, dalla Francia arriva Pierre, direttore sportivo, allenatore, coach, mentore, tutto racchiuso in un unico bellimbusto che se ne sta solo nella sua camera d’albergo a riflettere e fumare il sigaro, come ti aspetteresti da un ufficiale in un film di guerra prima di guidare la battaglia decisiva, e non da uno che è stato chiamato apposta da un altro continente per rendere degli atleti più professionali. Non so voi, ma io a vederlo così non gli affiderei nemmeno la macchina al parcheggio, figuriamoci un team ciclistico. E speriamo che quello sia tabacco, eh…

C’è da dire che lo scontro interculturale è, o almeno vorrebbe essere, uno dei cardini dell’opera, tanto che le due parole che compongono il titolo significano entrambe “amico”, in francese e in tibetano. Ottime premesse per uno sviluppo particolarmente noioso e scontato, ma per fortuna c’è Pierre che è arrivato apposta dalla Francia per insegnarci i più moderni metodi d’allenamento: le flessioni.

Ma la struttura narrativa non può permettere che si diventi amici fin da subito, altrimenti toccherebbe già scrivere la parola fine al film. Così Kama, Kampot e gli altri si schierano in aperto contrasto con il tanto decantato coach francese, i cui innovativi metodi di allenamento vengono contestati e non capiti, oltre a sembrare ai nostri occhi europei dozzinali e approssimativi proprio come quelli usati prima. In sostanza persino i cinesi, che di ciclismo agonistico ne masticano poco, intuiscono al volo che Pierre è un cialtrone. La metafora del bicchiere di vino che gli viene rovesciato addosso durante il party del team indica chiaramente che lui e i suoi piegamenti possono tornarsene in Francia.

Ma fosse solo il vestito macchiato, pazienza. Durante un allenamento in palestra Pierre reagisce alle insolenze verbali di Kama spingendolo con forza, fino a farlo cadere, e quando quello si rialza devono separarli per evitare che vengano alle mani in maniera più pesante. Anche se a noi di questa scena piace sottolineare la presenza del ragazzo a destra, quello in pantaloni rossi: mentre gli altri litigano o cercano di separare i litiganti, lui se ne sta tranquillo, con le mani in tasca e l’aria di chi non gliene potrebbe fregare di meno.

Hai voglia allora a dire “amico amico”. Pierre è rimasto scottato dall’accoglienza ostile di questi primi difficili giorni in Cina. In albergo non riesce a dormire, ripensa al bicchiere di vino rovesciato, alla lite con Kama, a questo film che promette di essere ancora assai lungo (centoundici minuti, per la cronaca), e così inforca la bici e si mette a pedalare come un pazzo nella steppa, di notte, al buio, a significare senza dubbio qualcosa di molto profondo che in ogni caso noi non cogliamo.

Se il tono melodrammatico della storia è fin qui appallante, il tentativo di inserire momenti slapstick che non fanno ridere contribuisce solo ad acuire il senso di tristezza che pervade lo spettatore. Nel caso specifico Pierre, al velodromo, cerca di stabilire un contatto con i ragazzi mettendosi in bici pure lui. Incredibilmente però non riesce a mantenere l’equilibrio se non per pochi metri, e non si capisce bene nemmeno come faccia a cadere, visto che lo chiamiamo velodromo ma siamo in pratica su una pista d’atletica indoor senza pendenza.

Fatto sta che ce lo ritroviamo spiaggiato a bordo pista, una ruota che corre via scossa, come i cavalli al palio, e lui che grida “Merda!” in italiano, visto che tanto l’attore che interpreta Pierre è sudafricano e starete mica a guardare i dettagli. Il nostro finisce ricoverato con un braccio rotto, confermandosi il tecnico di successo che immaginavamo fosse, e per forza di cose in ospedale non potrà non innamorarsi di una bella infermiera tibetana.

Con la relazione Pierre almeno prova a dare una svolta piacevole alla sua permanenza in Cina, mentre gli autori continuano a propinarci tutte le trovate più didascaliche per mandare avanti la storia. Può una trama già assai melò sui temi del conflitto culturale, dello spirito sportivo, dell’amicizia, farsi mancare la parte della storia d’amore interrazziale? Ma quando mai. Intanto Pierre esce dall’ospedale con il braccio ingessato e torna subito dai suoi atleti. Prova a risalire in bici, e stavolta non solo cade, ma abbatte buona parte dei ragazzi. Certo che se ai cinesi gli mandiamo questi allenatori qua poi non ci possiamo meravigliare se restano scarsi a livello di ciclismo professionistico.

Intanto il Tour of Qinghai Lake si avvicina sempre più, così bisogna intensificare gli allenamenti. Le settimane passano, comincia a nascere una sorta di fiducia fra l’allenatore e i componenti del team, e dunque abbiamo abbastanza serenità per uno degli slapstick più classici, quello dei pantaloni che cadono (del resto ormai è fin troppo chiaro lo stile della pellicola, cioè alternare melodramma, paesaggi maestosi e momenti da commedia del muto).

Proprio mentre i pantaloni scivolano alle caviglie e i ragazzi del team scoppiano a ridere, arriva casualmente sul posto anche la fidanzata di Pierre, che non la prende per niente bene. Forse lei non apprezza che il suo uomo si cali le brache di fronte a un gruppo di giovani maschi, forse è per via delle sue mutande leopardate, vallo a sapere. Lui cerca di intortarla spiegandole che pure questo è un metodo d’allenamento innovativo europeo, uno di quei tanto famosi marginal gains di cui tutti parlano, ma lei non ci casca e si incazza.

Ma Pierre è uomo maturo e tecnico iper professionale, dunque sa perdonare le risate di scherno, così gli atleti della sua squadra possono finalmente testare su loro stessi una ancora più rivoluzionaria preparazione sportiva: si tratta sempre di flessioni, ma questa volta all’aria aperta. Nel frattempo lui, sguardo fiero e petto in fuori, scruta il lago e l’orizzonte scandagliando la profondità dell’animo umano e cercando la verità sull’esistenza, o più banalmente pensa a come riconquistare la bella crocerossina.

Come accennato il film presenta un’infinità di paesaggi fantastici. E in effetti andando a cercare si scopre che è stato finanziato in larga parte dalle istituzioni locali per incentivare il turismo nella regione. Magari certe volte le immagini sono troppo da cartolina, e forse questa strada sterrata non è l’ideale per un’uscita di allenamento, ma non si può dire che la scelta della pro loco del Qinghai non sia stata felice, perché tutto si può criticare ad Ami Chogbo ma non la bellezza e il fascino del territorio che fa da sfondo alla storia.

Un’altra delle tematiche più ricorrenti della pellicola è il dualismo fra antico e nuovo, fra folklore e modernità, fra cultura cinese e influenze straniere. Se pensiamo che il nuovo e la modernità sono rappresentati da Pierre, c’è da mettersi le mani nei capelli. Mano a mano che si cala nella realtà orientale, il nostro si confronta sempre più con le tradizioni popolari di quelle parti, come partecipare a riti sciamanici, balli intorno al fuoco, pozioni contro il malocchio, ma a dire la verità quella che preferiamo è la gara di tiro alla fune dove sembra proprio che lo sforzo maggiore si concentri in parti basse di cui non vogliamo conoscere ulteriori dettagli anatomici, tecnici e regolamentari.

La sua nuova sfida diventa a questo punto scalare la montagna sacra, o quella che lui intende come tale. Un modo per comprendere che non solo la competizione con gli altri, ma anche quella con se stessi è fondamentale per lo sviluppo dell’individuo. Più le condizioni sono dure e difficili, più la sfida darà realizzazione, ci fa capire il film, e qui più che mai si sente puzza di filosofie orientali lowcost a chilometri di distanza. Certo, poteva mandare un mazzo di rose alla crocerossina e probabilmente si risolveva tutto per il meglio lo stesso, ma vuoi mettere il fascino di far scalare la roccia a uno che a malapena sa andare in bicicletta…

O forse tutto questo spezzone è solo un trucco della pro loco del Qinghai per mostrarci che da quelle parti hanno un po’ tutto: laghi, praterie, vette innevate, una natura ancora incontaminata che ne ha viste talmente tante, nei millenni, da poter pure sopportare di essere conquistata da Pierre.

Ma finalmente arriva il giorno del tanto atteso Tour of Qinghai Lake. Rispetto ad altre pellicole sul ciclismo, Ami Chogbo non utilizza riprese della vera gara in questione, e rispetto a film che non hanno riprese di vere gare ma almeno si sforzano di fare ricostruzioni di fasi di corsa più o meno credibili, qui sembra che non ci si preoccupi per niente di questo aspetto. Ad essere onesti dobbiamo ammettere che noi il vero Tour of Qinghai Lake non lo abbiamo mai visto, ma sappiamo leggere le starting list e gli ordini d’arrivo, e il plotone come viene presentato qui ci sembra davvero un po’ troppo scarno.

La corsa sembra comunque andare discretamente bene per i ragazzi guidati da Pierre, ma quando il capitano Kama cade ed è costretto al ritiro, tutte le speranze di successo paiono svanire. Ma pur nella prospettiva di una probabile sconfitta sportiva, vediamo come il lavoro di queste settimane e mesi non è stato inutile. In segno di solidarietà, a dimostrare lo spirito di gruppo formatosi, tutto il team si ferma a soccorrere il suo leader, che come appare chiaro da questa immagine si è infortunato proprio lì dove non batte il sole.

Per i ragazzi è giunto il momento di comportarsi da squadra, unire le forze per raggiungere l’obiettivo desiderato, concretizzare gli sforzi effettuati fin lì, scoprire l’importanza dell’amicizia. Insomma, la solita pappardella stracciamaroni che ci riporta al titolo del film, riassunto visivamente nella scena in cui Pierre e i suoi uniscono le mani in un gesto di fratellanza e incitamento collettivo. Per quanto, un po’ come noi, Pierre non sembra troppo convinto da tutti questi pipponi carichi di melensa ingenuità, ma forse è solo l’attore che lo interpreta a non avere una vasta gamma di espressioni facciali, chi lo sa.

Si ritorna dunque in corsa nello smunto plotone del sedicente Tour of Qinghai Lake, coi nostri ragazzi che grazie alle lezioni imparate sulla fratellanza, il dialogo, l’armonia di squadra, il duro lavoro e bla bla bla, riescono a conquistare il successo, probabilmente anche perché la precedente maglia gialla, col suo pedalare sgraziato, il fisico da impiegato fuori forma e l’aria da caratterista alla Coppa Kobram, è senza dubbio uno dei leader della generale meno credibili della storia del ciclismo.

Arriviamo allora alla conclusione del film, il primo in Cina ad essere dedicato al ciclismo, e quindi la nota positiva è che si può solo migliorare. È pure vero che da un po’ d’anni l’Uci ripete la stessa cosa a riguardo della parte sportiva vera e propria, eppure stiamo ancora a carissimo amico. Ci piace però salutarci così, con questa scena rurale della festa per la vittoria che sembra tratta da un video dei CCCP, che racchiude in sé protagonisti e comprimari, prateria e laghi e monti, pecore e ciclisti, suonatori e ballerini. Copertina perfetta per l’annuario della pro loco.

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