Una scenografica vista del podio conclusivo della Vuelta a España 2018 © LaVuelta.es
Una scenografica vista del podio conclusivo della Vuelta a España 2018 © LaVuelta.es

La Vuelta del ricambio generazionale

Yates-Mas-López, podio giovanissimo per una Vuelta a España 2018 che resterà una pietra angolare: si chiude un’epoca, se ne apre un’altra. Italia ai margini, ma presente

Sono cinque grandi giri di fila vinti dalla Gran Bretagna, una nazione che fino all’altro giorno (poco più di un lustro fa, diciamo?) segnava zerovirgola nella casella delle presenze in alta classifica nei GT. Invece dopo l’ormai antico Wiggins, e dopo l’attualissimo Froome, ecco il postmoderno Thomas, e infine il futuribile Simon Yates: l’uomo che salì su una montagna (al Giro, diciamo al Finestre) e scese da una collina (o Coll-ada de la Gall-ina), per mutuare un brillante film albionico. Al bionico ha concesso poco, il gemello, puntando piuttosto su cuore e sfrontatezza, e non disdegnando l’attacco come via più breve per unire i punti “partenza” e “arrivo” di una corsa.

Ha corso alla grande, Simon Yates, e questa Vuelta a España 2018 premia, ce lo si conceda, davvero un bel nome. Uno di quelli che – se non passerà alla storia ciclistica come uno dei tanti ballerini di una sola estate – potranno caratterizzare i prossimi 5-10 anni. Il ricambio generazionale è in atto, pienamente. Il che non significa che i Froome o i Nibali (speriamo) o quelli della loro epoca non vinceranno più, magari altre affermazioni riusciranno ancora a strapparle; significa però che si sta voltando pagina, e ad esempio quando si volta pagina riescono a emergere per un attimo anche i tipici personaggi (fortissimi, sia chiaro) di transizione come Geraint al Tour; Yates invece non è di transizione, è destinato a restare. Probably.

 

Un podio da anni ’20
Non pensate al charleston e al proibizionismo, gli anni ’20 di cui parliamo nel titoletto sono quelli di là da venire, quelli in cui ritroveremo più volte gli Yates e i Mas e i López e a battagliare per i grandi giri. Loro e altri, già intravisti qua e là magari. Ma questa Vuelta 2018, coi suoi 24 anni-9 mesi-24 giorni di età media dei tre ragazzi sul podio, rappresenta effettivamente una pietra angolare.

La corsa che respinge malamente sul più bello quell’amatissima cariatide di Alejandro Valverde, in favore di un altro spagnolo che ha 15 anni in meno del nonnetto murciano; la corsa che butta in un calderone di inconcludenza i Quintana e gli Urán, promuovendo al loro posto un Superman che in un anno infila due podi nei GT; la corsa che propone con Simon un possibile erede british ai dominatori anglosassoni degli ultimi anni; troppi segnali, in una gara sola, per non cogliere lo zeitgeist (yeah, l’abbiamo scritto!), lo spirito dei tempi.

E in fondo il senso più vero e utile di una corsa di secondo piano come la Vuelta a España è proprio questo, e in quest’edizione è stato totalmente esaltato: lanciare i giovani del futuro, regalare le prime affermazioni di peso a chi in seguito scriverà pagine di storia ciclistica. Non si offendano i nostri lettori spagnoli, la Vuelta è dietro al Tour, ovviamente, e pure dietro al Giro, malgrado i progressi fatti in questi ultimi 10 anni, anni che però sono coincisi con altrettanti (e superiori) progressi della corsa rosa… resta comunque, tra i divertissement minori del ciclismo, uno dei più interessanti, ad onta del pubblico che sulle strade latita sempre troppo, ad onta di un percorso che non riesce mai e poi mai a essere realmente convincente, ad onta del fatto che tanti dei big presentino in Spagna una versione di sé lontana dai lustrini del prime time.

 

La lotta per la classifica e quel minuscolo, simbolico secondo
La lotta della classifica è stata a lungo un rebus bello e buono: all’inizio (dopo il consueto cronoprologo di Rohan Dennis) le carte migliori le giocava la solita Sky, stavolta con Michal Kwiatkowski; ma poi – dopo l’interregno del fuggitivo Rudy Molard, in rosso per quattro intensissimi giorni – il Kwiatko si è miseramente afflosciato alla Covatilla, lasciando il campo ai veri contendenti: e non fu un caso che a vestire il “liderato”, al culmine della prima settimana, fosse – emergendo sugli altri – già Simon Yates. A quel punto della contesa, Alejandro Valverde aveva già vinto due tappe delle sue, in una beffando Peter Sagan (quattro secondi posti per l’iridato, uno dei citati big presenti in tono minore alla Vuelta), e aveva costruito un tesoretto di abbuoni che lo proiettava nei quartieri alti della generale (mentre il socio Quintana pagava un’ennesima subalternità agli eventi).

Ma Yates è stato in grado di tenerselo alle spalle, per giorni, per un solo secondo, il vecchio Don Alejandro: al quale è sembrato quasi beffardo avere la maglia rossa ad appena un secondo di distanza ma non riuscire a conquistarla perché il giovane avversario non mollava più un metro. Un segnale di stordente simbolismo, quel secondino, il fugace, quasi invisibile istante tra quel che fu e quel che sarà: il margine tra passato e futuro. In una parola, il presente.

Un altro interregno di un fuggitivo, quello di Jesús Herrada, durato un paio di giorni, e poi Yates, vincendo la tappa di Nava al terzo sabato di gara, ha reindossato la “roja”, stavolta per non lasciarla più. Sulle salite delle ultime nove frazioni, dai Lagos de Covadonga ai saliscendi andorrani, Simon non ha più perso un colpo, ha risposto a tono a ogni provocazione, a ogni assalto, a ogni tentativo di metterlo in discussione, lui e la sua leadership, ha azzerato le chance di Valverde precedendolo anche a crono, e ha chiuso la partita.

All’ultima tappa buona, quella di ieri, la sua vittoria non era già più in discussione, di fatto; restavano da attribuire i ruoli minori nel film del podio, e qui si sono imposti i già evocati Enric Mas (bravissimo, 23 anni e un cuore pieno di bravura) e Miguel Ángel López (già terzo al Giro), ai danni del solito paperino Steven Kruijswijk, rimasto ai piedi del podio ancora una volta, amaramente; del Valverde crollato proprio all’ultimo, fino al quinto posto finale.

Il resto della top ten scorre tra un Thibaut Pinot (sesto) che ha preferito vincere le tappe (ben due, e prestigiose, ai Lagos e ad Andorra) piuttosto che dannarsi all’inseguimento di un podio, e una compagnia di sparring partner mai realmente efficaci ai massimi livelli, ovvero Nairo Quintana (che comunque tanto tempo – forse un paio di posizioni – l’ha perso ieri per aspettare Valverde), Rigorberto Urán, Ion Izagirre, Wilco Kelderman.

 

I tanti stoccatori di tappa: e qui c’è anche l’Italia!
Diverse frazioni della Vuelta 2018 le hanno vinte gli uomini di classifica, abbiamo citato il successo di Yates a Nava, i due di Valverde e quelli di Pinot, aggiungiamo Enric Mas ieri alla Collada de la Gallina, e mettiamoci anche l’affermazione di Tony Gallopin (undicesimo alla fine) a Pozo Alcón; di Rohan Dennis pure abbiamo detto en passant, aggiungiamo che oltre al prologo si è pappato pure la crono di Torrelavega; rimangono due tipologie di vincitori: i fuggitivi e i velocisti.

Nella prima categoria non è facile trovare corridori giovani e affamati, perché spessissimo viene premiata l’esperienza, per cui tanto più clamore fa il successo di Óscar Rodríguez a La Camperona; accanto al 23enne dell’Euskadi, un manipolo di vecchi arnesi maestri dell’esercizio evasorio, con Ben King al picco di carriera (ben due affermazioni per l’americano!), Simon Clarke tornato ai fugaci splendori di qualche anno fa, Alexandre Geniez a timbrare per la terza volta alla Vuelta, Michael Woods a vincere per una commossa dedica al bimbo perso dalla sua compagna, Jelle Wallays a far valere disumane doti da passistone da pianura anticipando di due centimetri il gruppo in una tappa che si sarebbe giurato fosse consacrata agli sprinter, a Lleida. Rimasto a secco, tra gli altri, Thomas De Gendt, che però si consola con la maglia a pois di migliore scalatore (quella verde della classifica a punti se la porta a casa Valverde).

Come Geniez, anche Alessandro De Marchi ha centrato il terzo successo in carriera alla Vuelta, vincendo in solitaria a Luintra dopo (e prima di) aver sfiorato il successo in altre occasioni. Il Rosso di Buja è stato senz’altro l’italiano più convincente in gara, insieme a Elia Viviani: preso atto che Vincenzo Nibali non era in condizione di far classifica (ma è migliorato strada facendo), e che Fabio Aru era in versione controfigura rispetto ai giorni migliori, s’è fatto di necessità virtù.

E alle fughe del DeMa aggiungiamo le tre vittorie di Elia: Alhaurín de la Torre e Fermoselle (concedendo tra le due il successo di San Javier al redivivo Nacer Bouhanni), e poi l’orgasmo finale a Madrid, nella splendida volata che ha chiuso e incorniciato la Vuelta, apponendo il punto esclamativo (come dicono quelli del calcio) all’operato dell’intera spedizione italiana in Spagna.

Nomi, quelli delle città iberiche in cui si è imposto Viviani, che vanno ad affiancare Tel Aviv, Eilat, Nervesa della Battaglia e Iseo, ovvero le località in cui il veronese aveva alzato le braccia al Giro d’Italia, in una stagione che per lui rappresenta un salto di qualità notevole. Si costruisce proprio così, con la continuità di vittorie tra un GT e l’altro, l’aura di un protagonista (relativamente al proprio settore veloce) dei grandi giri, così si edifica il blasone di un velocista in grado di imporsi come uno dei volti simbolo del ciclismo in essere.

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