Moreno Nicoletti, Luca Zaia e Claudio Pasqualin © Vicenza 2020
Moreno Nicoletti, Luca Zaia e Claudio Pasqualin © Vicenza 2020

Vicenza 2020, una sconfitta con tanti responsabili

Ufficialmente tramontata la candidatura veneta per il Mondiale su Strada: analizziamo i troppi passi falsi commessi

John Fitzgerald Kennedy affermava che «La vittoria ha moltissimi padri, la sconfitta è orfana». Questo assunto può essere tranquillamente ribaltato per la pantomima a cui si è assistito relativamente all’assegnazione dei Campionati del Mondo su strada 2020. Raramente un numero così elevato di soggetti ha mostrato, contemporaneamente, un simile dilettantismo sotto tanti punti di vista come quanto “ammirato” per il progetto Vicenza 2020.

Mettiamo subito le carte in tavola: chi scrive è vicentino per cui per quest’evento, oltre al lato meramente sportivo, vi era un carattere emozionale non indifferente. Fatta questa premessa, è d’uopo tratteggiare ed elencare le varie parti in causa che non hanno saputo operare al meglio per ottenere un traguardo che, francamente, era ampiamente alla portata.

Avversarie sbaragliate, ma…
Anche perché le rivali si erano sciolte come neve al sole. La più agguerrita pareva, tanto per cambiare, la candidatura dei Paesi Bassi con la regione del Drenthe e con Groningen come capofila, ma ben presto gli oranje si sono sfilati. Ancora meno strada per le proposte provenienti dalla Colombia (con la città di Tunja e il dipartimento di Boyacá) e dall’Australia (la metropoli di Adelaide e la regione del South Australia) avevano ventilato la discesa in campo.

A livello organizzativo, il comitato promotore è stato composto da tre persone: l’avvocato Claudio Pasqualin come presidente, il procuratore sportivo (Fuglsang, Brambilla e Lutsenko alcuni suoi assistiti) Moreno Nicoletti come vicepresidente, l’assicuratore Alessandro Belluscio come consigliere. Tre persone sinceramente innamorate del ciclismo e competenti. Ma nessun manager che, a tempo pieno, si sia dedicato alla candidatura.

La “collaborazione” con Zomegnan non porta alcun giovamento. Anzi
Alcune scelte compiute sono state decisamente errate. La principale è quella di essersi affidati, nel ruolo di consulente, ad Angelo Zomegnan: già in un ruolo esterno a Firenze 2013, l’ex dominus di RCS Sport non ha apportato alcunché di significativo al progetto. Il suo unico merito pare essere un altro, vale a dire aver convinto gli organizzatori ad affidarsi a InnovACTION 11, azienda che, come si legge nel sito, «opera nel settore della comunicazione attraverso gli eventi sportivi e culturali e facendo sistema impresa con realtà omologhe».

Tutto bene senonché di questa agenzia la responsabile esecutiva risponde al nome di Giulia Zomegnan e che lo stesso Angelo Zomegnan occupa il ruolo di CEO. L’impegno è stato talmente “vissuto” che, sulla pagina Facebook di InnovACTION 11, solo un post è stato riservato all’evento. E non è un mistero che i rapporti fra comitato organizzatore e Zomegnan siano stati, nel corso dei mesi, quantomeno contrassegnati da un continuo tira e molla. Impegnare meglio i pochi fondi a disposizione sarebbe stata una scelta saggia e logica.

Tempi rispettati, soldi non trovati: un peccato mortale
Già, le risorse, il vero muro invalicabile. Perché, dal punto di vista del rispetto dei tempi organizzativi, al comitato promotore non si può imputare nulla: progetto iniziato ufficialmente nell’ottobre 2014; ricevimento nel maggio 2015, in concomitanza con la tappa del Giro d’Italia, dell’allora presidente UCI Brian Cookson che si mostrò entusiasta; presentazione dei percorsi 
nel settembre 2016 (basti pensare che i percorsi del Mondiale nello Yorkshire 2019 sono stati presentati ieri sera); approvazione dei percorsi da parte dell’UCI dopo la ricognizione dei delegati nel marzo 2017.

Al comitato promotore può essere invece chiesto conto sulla difficoltà (o meglio, l’incapacità) di trovare alcuno sponsor privato a sostenere sin da subito il progetto. E, di converso, provoca enorme tristezza l’occasione sprecata dalle aziende nel dare un minimo contributo per organizzare l’evento sportivo più importante nella storia locale: nella provincia che, prima della crisi, si vantava di esportare più dell’intera Grecia e che, assieme alla contigua marca trevigiana è la “Silicon Valley” delle due ruote (Campagnolo, Wilier Triestina, Selle Royal – Fizik: le tre sommano un fatturato vicino ai 250 milioni annui), il braccino corto non è una novità, come testimoniato in altri sport – leggasi calcio, ad esempio. Le varie categorie economiche, inoltre, subito hanno avanzato fantomatici piani di incasso (“150 milioni di introiti”) senza anticipare null’altro che il sostegno morale. Facile così.

La politica locale totalmente assente. La Regione Veneto nel ruolo di fantasma
La tragicommedia trova il suo apice a livello politico. Le amministrazioni comunali di Vicenza (il centrosinistra fino a giugno, da lì in poi il centrodestra) hanno fatto la loro parte confermando un contributo economico in linea con quelle che un comune italiano bloccato dai vincoli del patto di stabilità può garantire. È totalmente mancato, invece, il supporto degli altri comuni veneti che erano stati inseriti nel progetto: Padova era la sede scelta per il via delle cronometro e delle prove in linea élite femminile e under 23, Venezia quella della prova in linea élite maschile mentre Belluno, Rovigo, Treviso e Verona si sarebbero divise le granfondo collegate alla rassegna iridata. Nessuno di questi sei comuni capoluogo ha votato (e tantomeno approvato lo stanziamento di risorse) alcuna delibera di sostegno al progetto.

La Regione Veneto, governata dall’inscalfibile (in tutti i sensi) Luca Zaia, ha per lungo tempo completamente trascurato (volutamente? chissà, ma qualche indiscrezione va in questa direzione) la candidatura ciclistica, preferendo concentrare tutti gli sforzi sportivi sui Mondiali di Sci Alpino 2021 di Cortina d’Ampezzo e sulla roboante candidatura per i Giochi Olimpici invernali del 2026.

L’azione della giunta regionale è stata stigmatizzata non solo dalle opposizioni quanto, e qui viene il bello, persino dall’attuale governo nazionale, con il sottosegretario allo sport Giancarlo Giorgetti che ha lamentato ad inizio settembre la poca risposta degli enti locali compresa la Regione che, a suo dire, non ha mostrato concreto interesse. L’unico stanziamento effettuato dalla Regione, deliberato il 29 dicembre 2017, ammonta alla mirabolante cifra di… 50 mila €. Aprire il link per credere. Quando si dice impegnarsi sul serio, eh.

Lotti e Salvini: governi diversi ma parimenti colpevoli
A livello di politica nazionale, il ruolo di principale colpevole va, al di là di ogni ragionevole dubbio, al fu sottosegretario e poi ministro dello sport Luca Lotti. L’esponente del Partito Democratico si è subito mostrato subdolamente (nel senso che non l’ha mai affermato espressamente, almeno sarebbe stato corretto) sfavorevole alla proposta per mere motivazioni politiche e non tecniche: il dirigente toscano ha voluto giocare l’arma del ricatto politico ad una giunta non in sintonia con i governi di cui faceva parte. Una mossa inelegante (per quanto la Regione Veneto, al posto di spendere 14 milioni € per un referendum propagandistico sull’autonomia, poteva destinarne 3/4 al progetto stappando il prosecco millesimato che non manca mai da Palazzo Balbi).

Neppure il governo attuale è esente da colpe: se il già citato sottosegretario allo sport Giancarlo Giorgetti appare senza macchia, non così il suo leader di partito Matteo Salvini. Ad inizio giugno, giunto a Vicenza per promuovere la corsa a sindaco del candidato di centrodestra, l’attuale ministro degli interni aveva promesso di portare all’ombra dei Berici la rassegna iridata, affermando di volersi spendere in prima persona e immortalando nei soliti selfie (capirai che novità, viene da dire) con Belluscio e Nicoletti. Il governo ha deciso di stanziare un contributo di garanzia di 3.5 milioni di euro, cifra ben al di sotto del necessario. E, alle richieste di un ulteriore sforzo, non c’è stata alcuna risposta.

FCI senza grandi colpe, l’UCI incassa e ringrazia
Poteva fare di più il CONI, che al di là dell’impegno a spendersi (ma non a spendere) per la candidatura non ha fatto. Per la legge dei grandi numeri, una volta tanto la FCI è pressoché esente da colpe: il massimo dirigente, l’eterno Renato Di Rocco, si è impegnato presso l’UCI di cui è vicepresidente (sarà andata così, magari “ciao Renato, volevo dirti” “si Renato, dimmi”) a chiedere spostamenti di scadenze, riuscendo per almeno tre volte nell’intento. L’ultimissima preghiera, però, non è stata accolta. Una seconda figuraccia a livello di immagine per la federazione che, come accaduto a luglio per i Campionati europei su pista under 23 e juniores di Montichiari, ha dovuto rinunciare a ospitare un evento di cui era stata investita.

E come allora a gioire è la Svizzera, in particolar modo Aigle. Non serve essere maliziosi: se per la rassegna iridata su pista la contingenza temporale richiedeva una soluzione immediata e a basso costo, per un Mondiale su strada la questione è diversa. E la Confederazione, con gli enti cantonali interessati, ha deciso di foraggiare l’UCI accollandosi le elevate spese senza battere ciglio, mettendo sul piatto oltre 8 milioni di € (di solito sono circa 6 i milioni necessari, quelli che Vicenza avrebbe dovuto predisporre).

Vedendo che anche la rassegna iridata 2024 è stata garantita ai rossocrociati (sono in lizza Berna e Zurigo), la mossa della federazione internazionale non è certo priva di ombre. Aigle, infatti, era in ballo con le due grandi città per essere la sede fra sei anni: così si fan felici due piccioni con una fava. E l’UCI sorride pensando ai sonanti franchi svizzeri pronti a rientrare nei propri forzieri. Quello, a loro, interessa come sempre.

Visita lo store di Cicloweb!

Ciclismo in Tv

Non ci sono eventi imminenti.

Archivio

La vignetta di Pellegrini

Versione stampabile