La locandina di 2 secondes

Cicloproiezioni: 2 secondes

Viaggio divertito nel ciclismo secondo il cinema, quattordicesima puntata: la storia di un amore senza limiti di una biker canadese per la bicicletta

Nel 1998 in Québec ancora non si sognavano prove dell’Uci World Tour, anzi nessuno da nessuna parte immaginava proprio il World Tour e si stava tutti meglio, comunque in Canada all’epoca di corse su strada di livello non ce n’erano, così per fare un film sul ciclismo alla regista Manon Briand è toccato virare sulla mountain bike. Il suo 2 secondes inizia subito con un countdown sullo sfondo di maestose montagne, seguito da immagini mozzafiato di discese spericolate, tanto per far capire che non mancherà l’adrenalina.

Ci troviamo infatti a Mammoth Mountain in California, classico appuntamento per gli appassionati e i praticanti della MTB in quella che non viene specificata ma pare essere una prova di Coppa del Mondo, o in ogni caso una gara parecchio importante. Nella cabina di risalita alcune concorrenti della prova di downhill chiacchierano fra loro mentre raggiungono la partenza. Con piercing multipli, dread e tatuaggi, hanno tutte l’aria da punkabbestia mancate come in effetti apparivano le specialiste della discesa negli anni novanta. Per passare il tempo si vantano delle rispettive cicatrici, procurate dalle cadute in gara.

La macchina da presa si concentra su Laurie, una delle più forti ed esperte, che spiega di non avere alcuna cicatrice. Certo buttandosi in discesa a folle velocità si è rotta numerose ossa in carriera, alcune anche più volte, ma proprio nessuna cicatrice. Le rivali, forse per vendetta o forse per renderla insicura in vista della gara, le fanno allora notare che ha un capello grigio, ma a lei pare impossibile perché ha solo ventotto anni, così si specchia nel riflesso del casco per scoprire che sì, il capello grigio esiste davvero.

La ritroviamo al cancelletto di partenza mentre cronometro e starter scandiscono il conto alla rovescia, e gli insistiti primi piani sul suo viso ci fanno capire che qualcosa non va. Sarà il capello grigio, sarà la crisi di mezza età già prima dei trenta, saranno i dubbi esistenziali che stanno sempre bene praticamente su tutto, tanto ogni secondo del countdown ne dura trenta di film e quindi c’è il tempo per preoccuparsi di qualsiasi cosa, come sottolineato peraltro dalla musica ansiogena e dal respiro iperventilato in sottofondo. Laurie è interpretata da Charlotte Laurier, baby star della tv e del cinema canadesi poi dispersa con la crescita, e questi non ci sembrano proprio gli occhi della tigre.

Quando il cancelletto si apre, lei non parte. Panico. Silenzio. Tutti la guardano esterrefatti. Passa un secondo, due, poi finalmente Laurie si lancia con la sua MTB, e in pista bisogna dire che dimostra di essere fortissima. Riprese aeree, in movimento, camera sulla catena, strapiombi, derapate, la regia ci mostra tutto il repertorio di emozioni del downhill e tanti modi di ripresa per sottolineare che i mezzi tecnici non mancano, e sia gli stunt in bici che gli operatori di ripresa ci sanno fare.

Laurie arriva al traguardo piazzandosi solo venticinquesima e il suo distacco dalla vincitrice è di due secondi, proprio quei due secondi di esitazione che l’hanno bloccata al cancelletto di partenza e che sono anche ovviamente la spiegazione del titolo del film. Lei in ogni caso non sembra troppo dispiaciuta per il risultato, in fondo la prestazione sul percorso è stata buona, e non si mostra preoccupata quando il manager della squadra la convoca per un confronto.

L’uomo le fa un discorso franco e diretto, dicendole che in sostanza è troppo vecchia. Sa cosa le è successo, alla partenza si è messa a pensare e per questo ha esitato, ma in questo sport pensare non è concesso. Le consiglia di dedicarsi ad altro, a un’esistenza più normale e tranquilla, ma Laurie protesta spiegando che lei non vuole dedicarsi ad altro, è solo la bici la sua vita, e poi ha ventotto anni, non può essere certo considerata vecchia. Il manager le dà il colpo di grazia presentandole il suo rimpiazzo nel team, una diciottenne entusiasta, rumorosa, evidentemente rompipalle, “è come te dieci anni fa”. Come si può immaginare Laurie non la prende bene.

Licenziata, con solo una bici a testimonianza di dieci anni da biker professionista di successo, Laurie si taglia i capelli e torna nella sua città natale, Montréal, andando a vivere a casa del fratello Steff. Questi è un nerd di primissima fascia che passa le sue giornate studiando sistemi numerici per vincere alla lotteria, ma stranamente ancora non ci è riuscito. Un eventuale successo lo aiuterebbe forse nell’altro suo cruccio, trovare una fidanzata, visto che al momento le ragazze gli preferiscono maschi con altre caratteristiche, tipo lanciare in aria una sigaretta e riprenderla fra le labbra.

Nella sua stanza Laurie apre il borsone con dentro la MTB smontata, e piano piano la fa tornare alla sua forma pedalabile. Impossibilitata a resistere al richiamo della bici, la inforca e va a pedalare di notte per le vie di Montréal. Del resto se c’è una cosa che abbiamo imparato guardando tutti questi film è che se il protagonista ha dei dubbi esistenziali la cosa migliore è mettersi a spingere sui pedali nel buio, che è molto scenico e sottolinea il momento di riflessione sulla vita, e pazienza se non c’è nemmeno una lucetta a segnalare la tua presenza alle macchine.

Come detto Laurie è stata una ottima discesista, ma come meccanico non deve valere molto, visto che in questa prima uscita dopo aver rimontato con le sue mani la MTB, le si rompe la catena e si perde per strada un pignone. Nella vita reale sarebbe un problema tornare a casa, senza nemmeno un cellulare per chiedere soccorso, ma per fortuna siamo in un film e qui si trova sempre un negozio di bici aperto all’alba.

Come si evince facilmente dalla foto qui sopra, il proprietario è Lorenzo (interpretato da Dino Tavarone, attore dalle chiare origini specializzato nell’interpretare ruoli di italiani in film e serie televisive canadesi). Lui è il classico uomo di una volta, burbero ma sotto sotto dal cuore d’oro, come scopriremo con il proseiguo della pellicola, anche se poi è evidente sin da subito che rappresenta l’incarnazione di un personaggio stereotipato a cui però alla fine non puoi non affezionarti.

Con Laurie le cose iniziano ovviamente nel modo peggiore, causa una disputa sulla componentistica che va a inserirsi di diritto nel leggendario dualismo fra Campagnolo e Shimano, e la ragazza alla fine della discussione promette che non tornerà mai più nel suo negozio. “Finalmente una buona notizia”, commenta l’uomo, che scopriamo essere stato corridore professionista negli anni sessanta, ha il negozio tappezzato di immagini dei suoi anni ruggenti e, almeno in questa fotografia, persino sorride.

Rimessa a posto la bici Laurie trova lavoro come corriere, perché se in Nord America si fa un film che riguardi più o meno direttamente il ciclismo, non si può non inserire una linea narrativa che riguardi i bike messenger. I suoi compagni di lavoro sono hipster prima che esistessero gli hipster, ma soprattutto appaiono rozzi e intimidatori, credendola una ciclista di poco valore, per quanto poi lei ovviamente sui pedali darà la paga a tutti.

Presto però scopriamo che i colleghi sono sì rudi e molto concentrati su se stessi, ma in fondo pure loro hanno buon cuore e si mostrano pronti a dare consigli e dritte per riuscire nel lavoro. Ad esempio nella scena qui di seguito uno le spiega che se una consegna da ritirare non è pronta, è il corriere a perdere tempo e di conseguenza soldi, così è necessario alzare la voce e mandare a quel paese la segretaria addetta all’accettazione, strategia che funziona sempre come in tutte le guerre fra poveri.

Certo in queste sequenze Laurie, che non sa come muoversi, sorride ingenuamente a tutti, fa un sacco di faccette da bambina, e in sostanza pare scoprire il mondo per la prima volta dopo essere appena uscita dal ginnasio, ecco in questo spezzone qua sembra proprio una povera scema invece che una che ha gareggiato un decennio nel downhill. Però quando rientra nell’appartamento di suo fratello la prima cosa che fa è lavare la bici nella vasca da bagno, e non possiamo che perdonarle la collezione di smorfie che ci propina nel resto del tempo.

L’ossessione per la bici e il pedalare è tale che la ragazza spesso si dimentica di fare le consegne e seguita a spingere perdendo completamente il senso del tempo e dello spazio, fino a ritrovarsi in aperta campagna. Passa ore e ore in bici e non deve stupire se a sera, una volta lavata la bici, sente la necessità di rinfrescare una parte del corpo particolarmente sofferente dopo una intera giornata a contatto con il sellino.

Tutto questo ovviamente non l’aiuta a rendere meglio sul lavoro, dove la concorrenza è spietata e non c’è spazio per i sognatori e gli idealisti, senza contare che prima o poi – trattandosi come già specificato di un film nord americano sui corrieri in bicicletta – deve arrivare il momento dove il protagonista ha un incontro ravvicinato con uno sportello aperto all’improvviso. Rispetto ad altri personaggi assai più inclini alla rabbia e la vendetta, in questa pellicola è la nostra specialista in faccette buffe a scusarsi con l’incauto automobilista.

Il vero problema del volo stradale è però che nell’impatto ha rotto una ruota. Prova così ad andare in un negozio fichetto alla moda, dove un meccanico dj dall’aria troppo cordiale la fa scappare via. Torna così al negozio di Lorenzo (che troviamo impegnato a parlare in italiano con un suo cliente, ed entrambi dialogano in vero italiano, tanto che ci pare incredibile ascoltare una cosa del genere dopo tutti gli storpiamenti e gli accenti sballati che siamo stati costretti a subire nel corso di questa rubrica). Ma lui, che continua imperterrito a cacciare via i clienti più rompiscatole, spiega che non può riparare subito la ruota.

Lorenzo infatti lamenta la troppa confusione, il viavai di gente nel negozio, le telefonate, mentre il lavoro su una bicicletta richiede intimità. Così la mattina dopo, all’alba, Laurie è già sulla porta del locale. L’uomo le dà la ruota e le offre un espresso, i due ormai stanno entrando in confidenza, e lui le mostra anche “la grigia”, la specialissima di quando era un professionista, che nessuno può toccare e che in ogni caso lui non usa più da trent’anni.

La nuova ruota funziona a meraviglia ma la vita di Laurie rimane lo stesso complicata, al lavoro i soliti problemi, tante ore a pedalare, è stanca, cade, a casa trova suo fratello incredibilmente con una ragazza e lui le chiede se può andarsi a fare un altro giro per lasciargli il campo libero. Steff continua a non vincere alla lotteria nonostante abbia messo a punto questo sistema di combinazioni completamente generate dal computer che non lasciano nessuna libertà di scelta all’individuo, e noi spettatori non afferriamo se si tratti semplicemente di una linea comedy non riuscita o ci sia una qualche metafora che – come sempre – non cogliamo.

Alla nostra non resta altro da fare che tornare al negozio di Lorenzo, che spiega come ai veri ciclisti il dolore e la sofferenza piacciono. Partendo dalla differenza delle bici (“quelle odierne ormai vanno praticamente da sole”, afferma l’uomo), i due si confrontano su chi abbia maggiormente sofferto per il ciclismo. Si elencano con compiaciuta soddisfazione ossa rotte, protesi, calli, problemi alla schiena, la sciatica, fino a quando Lorenzo non cala l’asso e i pantaloni mostrando che ancora oggi possiede l’abbronzatura del ciclista.

La passione per la bici ha così finito per unire due personaggi così diversi, che si confidano pure come si ritrovino sentimentalmente soli sempre per colpa del ciclismo, una passione che è difficile da condividere con un partner. Per non pensare alle pene d’amore, preferiscono brindare a grappa.

Ma è impossibile non parlare d’amore, così parte un flashback dove Lorenzo racconta di come è finito a vivere in Canada. Da giovane era un buon gregario in un team di Bergamo (anche se nella pellicola compare in maglia Sanson), poi una volta vennero invitati a una corsa duecentocinquanta chilometri più a nord, a Montréal (la geografia evidentemente non è il punto forte di Lorenzo), il capitano era malato e lui fu libero di fare la sua gara, ma lungo la strada conobbe una ragazza della quale si innamorò all’istante. Tornato in Italia, non riuscì più a concentrarsi sullo sport, così smise di correre per tornare oltreoceano a cercare l’amata, che però non ritroverà mai. Del resto se pensava di conquistarla con questo sguardo da pesce lesso non avrebbe avuto comunque molte speranze.

Laurie però deve tornare al lavoro, dove un collega che fa le consegne in macchina, dopo essere stato licenziato perché i corrieri in bici sono più economici, decide di vendicarsi inseguendola e investendola (altro passaggio classico e immancabile di questo genere di film), ripassando più volte sopra la MTB per assicurarsi che venga distrutta. Purtroppo trattandosi della quinta o sesta linea narrativa della pellicola questa parte risulta semplicistica, poco sviluppata e fuori contesto, e dà più che altro l’impressione di voler cercare un espediente facile per condurre la storia verso il finale.

Così, il giorno dell’attesa gara dei corrieri lei si ritrova senza il mezzo per partecipare, ma Lorenzo arriva in suo soccorso porgendole l’amata “grigia”, e già che c’è pure la sua maglietta Sanson. La corsa parte e la storia finisce, perché in effetti non è importante sapere chi vincerà, e comunque sono già passati centoquaranta minuti dall’inizio. Nel complesso possiamo dire che questo film canadese è assai grazioso, perché pur con i suoi difetti (la regia con momenti da videoclip e altri da fresco diploma alla scuola di cinema, la recitazione bambinesca della protagonista, una linea comedy inutile, alcuni passaggi artificiosi) racconta come si deve la passione per la bicicletta che lega i personaggi.

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