Cicloproiezioni: Nasu – Suitcase no Wataridori

Viaggio divertito nel ciclismo secondo il cinema, quindicesima puntata: dopo la Vuelta a España, il sequel l’anime giapponese è incentrato sulla Japan Cup

Sono passati quattro anni dal primo film Estate Andalusa, e in questo sequel Nasu: Suitcase no Wataridori (“Melanzane: un uccello migratore con la valigia” la traduzione del titolo 2007) ci ritroviamo ancora, almeno all’inizio, sulle strada della Vuelta di Spagna. Non sappiamo però se i quattro anni di distanza fra i due mediometraggi anime corrispondano a quattro stagioni ciclistiche vissute dai protagonisti, ma ci sono tante cose che non sappiamo e non sapremo in quello che da ora in avanti chiameremo per comodità soltanto Nasu 2.

Siamo all’ultima tappa della corsa spagnola, una cronometro individuale che si snoda per le strade di Madrid, inutile dal punto di vista della classifica per tutti i personaggi che andremo a ritrovare o conoscere. Senza dubbio un’ottima scelta per far crollare fin da subito l’interesse. Come che sia, abbiamo il protagonista del primo Nasu, Pepe Benengeli, a difendere ancora i colori del team belga PaoPao, squadra particolarmente sfigata perché in ogni film è sull’orlo della chiusura, e qui chiaramente non si fa eccezione. Non sappiamo che tipo di carriera abbia avuto Pepe fra le due pellicole, certo gli altri team non fanno a gara per ingaggiarlo, lui comunque si impegna tanto nella crono che l’ammiraglia per andargli dietro finisce fuori strada.

Ma a fornire a Pepe una motivazione supplementare non è tanto la possibilità di sfuggire alla disoccupazione, quanto l’occasione di raggiungere Gilmore, il suo mai amato vecchio capitano, ora passato alla formazione rivale della Golcinco. I due finiscono la tappa giocandosi uno sprint insensato, visto che battagliano per posizioni di retroguardia e Gilmore è partito in ogni caso un minuto prima. Da notare però lo sponsor Shimagnolo, perfetta crasi per non scontentare nessuno.

Se nel primo film si toccavano argomenti terra terra, tipo gente che mangia, beve e fa festa o una fidanzata ciulata al proprio fratello, in Nasu 2 ci si butta su tematiche esistenzialiste e, lo dichiariamo sin da ora, si otterrà soprattutto il risultato di fare una gran confusione. Alla fine della cronometro i corridori infatti vengono a sapere del suicidio del campione del mondo Rondanini, e sebbene nessuno si domandi il perché nei cinquantaquattro minuti della pellicola, si chiacchiera un sacco di vita, morte e tematiche spirituali assortite.

Facciamo così conoscenza con l’altro protagonista di Nasu 2, il giovane Ciocci, particolarmente in crisi perché Rondanini era per lui un amico e mentore. Se vi ricordate già in Estate Andalusa c’era un Ciocci, rotondetto e in maglia “Saico”, in pratica Totò Commesso, e per quanto tecnicamente abbiano due nomi di battesimo diversi forse si poteva fare lo sforzo di differenziarli maggiormente.

Il team offre a Ciocci di saltare l’ultima corsa della stagione, la Japan Cup, ma il ragazzo sceglie di partecipare alla trasferta insieme ai suoi compagni. In fondo un viaggio in estremo oriente può essere l’ideale per riflettere sul senso della vita, la ricerca della serenità e l’inevitabilità del dolore, e infatti i nostri atleti dall’animo tormentato iniziano a scorrazzare per le strade nipponiche alla ricerca di “sushi, tempura e geishe” (parole loro). Come in ogni pellicola di ciclismo che si rispetti, i giovani animali maschi del branco cercano di conquistare le femmine della specie grazie ai tipici esibizionismi con la bicicletta.

Ma giornalisti e appassionati locali sono poco interessati ai ciclisti del team PaoPao, l’attenzione è tutta rivolta a Zanconi, probabilmente il più forte corridore in attività, di certo il favorito per la Japan Cup. È stato campione iridato e in questa stagione ha già vinto il Giro d’Italia e la Coppa del Mondo (e pazienza se nel 2007 già non si correva più da un po’), ed è lui quello che tutti gli avversari vogliono battere in quest’ultima competizione prima della pausa invernale.

Zanconi è un uomo dal profilo importante che non ride mai, firma gli autografi solo con la “z”, e soprattutto arriva in Giappone in piena crisi mistica, tanto che invece di allenarsi sul circuito della gara si mette a visitare templi buddisti. Disegni e atmosfere molto belli, ma anche in questa occasione non viene mai spiegato il perché e il percome di questo percorso spirituale e le successive scelte, così che la sottotrama del campione alla ricerca del metafisico diventa di prepotenza la parte meno chiara e più confusa di tutto il film.

I PaoPao invece si allenano sul circuito ma riflettono anche sulle cose dello sport e della vita. Il piano per la gara è mandare Pepe all’attacco e preservare Ciocci per un eventuale sprint, l’importante è riuscire a conquistare i punti per la classifica a squadre, visto che il team è venuto fino in Giappone solo per quelli. Ma cosa se ne fanno dei punti se tanto la PaoPao adesso chiude i battenti? Mistero. Infatti Pepe pare più preoccupato di trovare un ingaggio per la stagione che viene, mentre un Ciocci sempre più triste e demoralizzato pensa di abbandonare il ciclismo per andare a lavorare nell’attività di famiglia.

Finalmente arriva il giorno della corsa così forse riusciamo un po’ a distrarci da tutte queste riflessioni esistenzialiste senza né capo né coda. Il problema è che piove, anzi siamo proprio in mezzo a un nubifragio. I corridori nel tratto in salita sono costretti a risalire la corrente, come i salmoni. I PaoPao, presunta squadra belga, si lamentano più di tutti del tempo inclemente, abituati al sole cocente delle Fiandre. Con delusione scopriamo che non tutti gli altri team in gara riprendono e storpiano le vere squadre del plotone come nel primo Nasu, ma ci piace segnalare almeno la presenza di formazioni come P-Mobile e Skip.

I corridori locali giapponesi sono i primi ad attaccare, e successivamente i primi ad essere raggiunti e staccati. Almeno in questo gli autori dimostrano di conoscere qualche nozione rudimentale del ciclismo professionistico, vedere qualche asiatico lottare per il successo sarebbe stato davvero troppo. Il primo attacco vero è infatti opera di Pepe, subito inseguito da Gilmore. Intanto piove talmente tanto che si può decollare direttamente sull’acqua.

A tre giri dal traguardo una fuga di dieci corridori guadagna subito trenta secondi di vantaggio sul gruppo, dove Zanconi rimane tranquillo e all’apparenza disinteressato alla competizione. Gilmore, suo compagno alla Golcinco che qui dovrebbe fargli da gregario, ne approfitta per inserirsi nell’azione d’attacco, sperando di potersi giocare in questo modo le proprie carte. Lui e Pepe si marcano stretto, la rivalità fra i due è antica e non manca di essere rappresentata attraverso un gesto oscuro e arcaico del quale non sapremmo spiegare il significato.

Nel gruppetto che guida la corsa oltre a Pepe, Gilmore e Ciocci (ma non doveva preservarsi per lo sprint?) troviamo un atleta che chiaramente non è un essere umano, probabilmente si tratta di un alieno o un robot di un anime anni settanta. Va pure sottolineato che siamo nel 2007, in epoca antecedente al passaporto biologico, quindi il corridore in questione ha forse solo ecceduto con certe pratiche.

Pepe intanto allunga in discesa al penultimo giro, mostrando doti notevolissime nel guidare la bici a dispetto delle avverse condizioni atmosferiche, e un po’ in tutto Nasu 2 dobbiamo dire che la discesa è il momento migliore per concentrarsi sui molto curati dettagli tecnici delle bici e della strada. Pepe nel frattempo parla via radio con il suo direttore sportivo, lanciandosi nell’ennesima riflessione banale sulla vita dicendo che non si sa mai cosa può accaderti. E un attimo dopo cade, in pratica portandosi sfiga da solo.

La caduta pare brutta ma alla fine Pepe non si è fatto niente, così pantaloncino rotto e chiappe al vento riparte, l’unico problema è che è stato superato dal resto del gruppetto e ora insegue a un minuto. Comunque meglio del favorito Zanconi, bloccato in gruppo con ben cinque minuti di ritardo. Ma all’improvviso è proprio il campione a lanciarsi all’inseguimento solitario. I gregari PaoPao cercano di fare gioco di squadra andandogli sulle ruote, ma vengono implacabilmente staccati. Comunque, per come viene disegnato Zanconi in fase di attacco (finalmente anche noi possiamo usare l’aggettivo “sulfureo”), non possiamo che sperare che almeno a fine corsa lo sottopongano all’antidoping.

In pochi chilometri Zanconi recupera i cinque minuti agli uomini al comando (dove sottolineiamo un Ciocci in grossa difficoltà), li passa in tromba e si avvia verso il traguardo, dove la campanella suona annunciando l’ultima tornata, ma Zanconi viene investito da un fascio di luce spuntato dal nulla fra le nubi cariche di pioggia, alza le braccia al cielo e fra lo stupore generale si ritira dalla competizione e forse anche dal ciclismo.

Se la storia di Zanconi ha un significato, se è una metafora di qualcosa, se vuole indicarci una risposta, noi non ci abbiamo capito nulla. Ma le visioni mistiche non sono finite, tanto che Ciocci, in crisi sull’ultima salita, manco fossimo alla Coppa Kobram vede apparirgli Rondanini, l’amico morto. Questi, in maglia iridata e avvolto in una nube fosca e cupa che rende l’atmosfera evidentemente indispensabile al metafisico, lo incita a continuare, a trovare la sua strada e riconsiderare le priorità della sua vita.

Purtroppo per lui, Ciocci esce dalla visione solo per ritrovarsi davanti alla faccia i pantaloncini strappati e le relative chiappe al vento di Pepe, che nel frattempo lo ha raggiunto. I due compagni di squadra si mettono a lavorare di comune accordo per recuperare il distacco dal gruppetto di testa, per quanto il traguardo si avvicini sempre più.

Ma come da classico del genere le ultime centinaia di metri durano più che nella realtà, paiono chilometri e chilometri, i due così hanno la possibilità di rientrare e, in vista del rettilineo finale, Pepe si sacrifica per portare allo sprint il compagno più veloce, e gli tira pure la volata. Ciocci, rinfrancato dalla visione di cui sopra e dal sacrificio di Pepe, mette tutto se stesso per battere Gilmore, nel tipico disegno deformante dell’animazione giapponese.

Il film arriva dunque alla fine, con tante cose non spiegate, molte incursioni nello spirituale mai capite fino in fondo, e più in generale un eccesso di sottotrame da farci una serie di Netflix, altro che un mediometraggio. Non stupisce quindi che, al contrario del primo, Nasu 2 non abbia avuto successo, passando essenzialmente inosservato. Né sorprende che la storia termini con i corridori del team PaoPao che visitano a loro volta il tempio buddista, dove però senza alcun senso logico finiscono a mangiare melanzane. Probabilmente ricorderemo quest’opera soprattutto per i nomi storpiati, come nei fumetti su Topolino.

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