Jai Robert Thomson durante uno degli eventi Bicycles Change Lives © Qhubeka Charity/ZC Marketing Consulting
Jai Robert Thomson durante uno degli eventi Bicycles Change Lives © Qhubeka Charity/ZC Marketing Consulting

Ai Confini del World Tour – Jay Robert Thomson

Intervista al corridore sudafricano, il più giramondo del gruppo avendo corso in ben 38 paesi durante la sua carriera

Per la seconda puntata di “Ai Confini del World Tour” ci spostiamo in Sud Africa per intervistare Jay Robert Thomson, corridore della Dimension Data che risulta essere il ciclista più “giramondo” del massimo circuito professionistico.

Dalla Cina all’Australia, dalla Malesia all’India, dal Burkina Faso al Mozambico; queste sono solo alcune delle 38 Nazioni in cui Thomson ha corso durante la sua carriera, sfiorando per tre volte il titolo di campione continentale africano in linea e conquistando, in una occasione, quello a cronometro.

Perchè hai iniziato a praticare ciclismo? Era strano che un bambino in Sudafrica corresse in bici al posto di giocare a calcio o a rugby?
«In realtà mi sono dedicato al ciclismo solo dal 2004 in poi seguendo le orme di mio fratello che faceva principalmente pista e solo un po’ di strada. Ho giocato a rugby col ruolo di Flanker e di Numero Otto dai 6 ai 18 anni per poi decidere di passare al ciclismo».

Hai corso in ben 38 Paesi diversi, se dovessi sceglierne uno quale sarebbe?
«Questa è una domanda un po’ folle perché ogni singolo posto che ho visitato aveva qualcosa che mi facesse esclamare “Wow”, ci sarebbero tantissime esperienza pazzesche da raccontare. Se devo sceglierne uno dico il Tour of Qinghai Lake del 2012 in Cina: correre in una zona così remota del Mondo è stato incredibile. I paesaggi che abbiamo trovato durante quel viaggio e quella corsa non li trovi da nessun’altra parte».

Dall’altro lato, ci sono state esperienze orribili? Ad esempio, con il viaggio o con l’hotel
«Non saprei dire se qualcosa si può davvero definire come una brutta esperienza. Ho avuto tantissimi viaggi infiniti, pieni di voli in notevole ritardo e ho alloggiato in hotel talmente disgustosi che ti farebbero accapponare la pelle. Quello che ricordo maggiormente, anche se non dirò né la corsa né l’hotel, è un albergo ad ore in cui, durante la notte, mi sono svegliato con dei piccoli insetti che mi camminavano addosso e mi mordicchiavano. Ho preso l’asciugamano del bagno e mi sono sdraiato in terra per non venire morso ulteriormente. Ovviamente non ho chiuso occhio tutta notte, nonostante venissi da una tappa di oltre 200 chilometri. Ora ripensandoci, la ritengo un’esperienza divertente».

Qual è quella cosa che non può mai mancare nella tua valigia?
«Il mio cuscino. Ovunque vada me lo porto sempre dietro. Cambiando sempre letto ed hotel, ho almeno qualcosa che rimane sempre la stessa e che mi consente di dormire meglio».

Voi ciclisti siete dei giramondo. Come riesci a trovare tempo da dedicare a tua moglie e a tua figlia? Quando la stagione finisce, senti il bisogno di andare in vacanza o preferisci rimanere a casa e goderti la tua famiglia?
«Questo è uno degli aspetti più duri che riguardano il mio lavoro ma sono molto fortunato perché mia moglie è straordinaria e mi supporta continuamente. La tecnologia in un certo senso ha accorciato le distanze perché, durante le corse, ricevo video e foto di mia figlia e posso video-chiamare facilmente. Nonostante questo, rimane difficile essere sempre lontano per cui quando la stagione finisce mi piace semplicemente rimanere a casa e fare ciò che non posso fare quando sono in giro per il mondo».

Fai parte della Dimension Data (ex MTN-Qhubeka) dal 2013. Ritieni che questo “progetto” stia cambiando la cultura ciclistica in Africa? La bicicletta cambia davvero la vita?
«Assolutamente sì, al 100%. Ogni persona che in Africa riceve una bici da Qhubeka (tramite il progetto “Bicycle Change Lives”, ndr) ottiene un notevole miglioramento della qualità della vita: aiuta le famiglie a fare cose che senza bici sarebbero impossibili o aiuta i ragazzi ad andare a scuola e fare le cose in meno tempo, diventando più produttivi. Quanto a me, una bici mi ha dato tutto ciò che ho ora, non avrei mai incontrato mia moglie».

Nel 2007 eri compagno di squadra di Chris Froome alla Konica Minolta. Pensavi che potesse diventare una star del ciclismo?
«Ho passato un bel po’ di tempo con Chris e siamo addirittura stati compagni di stanza quando vivevamo in Belgio. Lui è sempre stato una spanna sopra tutti noi compagni, ha sempre mostrato cose incredibili: si allenava come un animale e sono certo che ora si alleni ancora più duramente. Ho sempre pensato che potesse ottenere grandi successi ed ora spero di vederlo conquistare il suo quinto Tour de France».

Hai avuto la fortuna di correre tutti e tre i Grandi Giri. Che differenza hai notato fra Giro, Tour e Vuelta?
«Sì, li ho corsi tutti e tre ed ognuno ha una propria identità e nessun’altra corsa si avvicina a quell’intensità. La Vuelta, la mia prima esperienza in un Grande Giro nel 2014, ha la caratteristica del grande caldo e delle salite super ripide; tendenzialmente c’è meno pubblico rispetto a Giro e Tour. Il Giro d’Italia è una corsa durissima, con salite lunghissime ma sono i fans a renderlo speciale: l’energia e l’entusiasmo che ricevi dalla gente non li trovi in nessuna altra corsa. Se vuoi correre il Giro devi allenarti bene per la salita altrimenti è una sofferenza continua ed io sono stato fortunato a correrlo in un’edizione (il 2016) in cui il clima fu perfetto. Al Tour de France invece è tutto “più grande”: non che nelle altre corse si vada piano però al Tour il gruppo va ad una velocità folle. L’atmosfera è super intensa perché ognuno vuole fare qualcosa di speciale ed ogni giorno si corre come in una classica. Il pubblico è numerosissimo, sembra di correre in uno stadio».

Credi che l’Africa sia pronta ad ospitare un mondiale di ciclismo? Dovrebbe accadere nel 2025, secondo le ultime notizie
«Certo, credo proprio che l’Africa sia pronta per un Mondiale o una corsa World Tour. Negli ultimi 13 anni ho corso spesso in Africa e ho potuto notare il notevole aumento di talenti ciclistici. Chiaramente mi piacerebbe vedere un Mondiale in Sud Africa ma sarei comunque orgoglioso anche se fosse in un altro Paese per vedere l’effetto che avrebbe sull’intero Continente».

Il tuo compagno Amanuel Ghebreigzabhier ha debuttato ottimamente alla Vuelta mentre Merhawi Kudus ha corso il suo primo Grande Giro già nel 2014. Credi che possano diventare vincitori di corse World Tour nei prossimi anni? E cosa ci puoi dire su un Louis Meintjes un po’ sottotono?
«Ghebreigzabhier ha corso davvero una grande Vuelta ed ha un grande potenziale; ha appena terminato la sua prima stagione nei pro per cui può ancora crescere tanto. Kudus è un altro grande talento e si sta pian piano trasformando in un grande scalatore; non so se potrà mai vincere una corsa di tre settimane ma sono certo che si porterà a casa delle tappe. Meintjes ha avuto un anno travagliato ma non datelo per morto: è un combattente e tornerà ai suoi livelli; nei prossimi anni può lottare per il podio nei Grandi Giri».

Il tuo obiettivo per la prossima stagione? Hai già pensato a cosa fare una volta lasciato il ciclismo?
«Vorrei continuare ad aiutare i miei compagni come ho fatto in questi anni. Per quanto riguarda il mio futuro, ho studiato Account Management per cui mi piacerebbe rimanere nel campo della finanza. Avendo 32 anni, spero però di godermi ancora qualche altra stagione nel ciclismo».

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