Erica Magnaldi in maglia BePink © PhotoGomezSport
Erica Magnaldi in maglia BePink © PhotoGomezSport

Erica Magnaldi, una dottoressa in bicicletta

Intervista alla scalatrice piemontese lanciata dalla BePink: dalle granfondo al Giro, fino alla laurea in Medicina

Alcuni corridori hanno dimostrato negli ultimi mesi di non gradire le etichette di specializzazione, soprattutto i velocisti. Basta pensare alle parole di Sagan nel suo libro “My World” e di Coryn Rivera sui social dopo la sorprendente performance ai Mondiali di Innsbruck 2018. La statunitense, attaccando a metà gara e resistendo su salite che le previsioni davano favorevoli a stroncarla già al primo passaggio, ha scritto: «Non sono una sprinter, sono una ciclista».

Chiacchierando con Erica Magnaldi a Cuneo, lei ha subito messo in chiaro una cosa: «Prima di essere una ciclista, sono una dottoressa». Questo titolo l’ha conquistato non in una gara e non durante una stagione ciclistica che l’ha vista protagonista, ma il 25 ottobre presso la facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Torino. Un impegno che ha tardato l’arrivo della sportiva cuneese nel mondo professionistico. Come molti studenti sapranno, il periodo tra il terzo e quinto anno è il periodo più difficile del corso di laurea: Erica ha preferito concentrarsi sullo studio, continuando a gareggiare nelle granfondo con il team De Rosa Santini, per poi compiere il passaggio nel “professionismo” appena superato l’ostacolo. Ora fermiamo la nostra introduzione e facciamo parlare direttamente Erica.

Ciao Erica, riassumiamo prima di incominciare quest’intervista i tuoi primi passi nel mondo dello sport: prima tanti anni nello sci di fondo, poi il correre “ufficiale” in bicicletta, sport molto praticato e amato dalla tua famiglia
«Sì, io ho iniziato con lo sci di fondo. Ho iniziato a sciare a 3 anni, a gareggiare a 6. Ho continuato fino a 19 anni. Poi ho smesso con lo sci perché non sono riuscita a entrare in un gruppo sportivo e ho incominciato a pedalare perché nella mia famiglia pedalavano tutti (lieve risata) così ho comprato una bici e mi sono messa a pedalare. Però prima di gare non ne volevo proprio sapere, avendole fatte tante con gli sci, pensavo ora mi iscrivo a Medicina e lo sport continuo comunque a praticarlo perché mi è sempre piaciuto e sapevo di non riuscirne a farne a meno. In realtà questa decisione è durata due mesi (risata forte e genuina): ho incominciato con le cronoscalate e sono passata alle granfondo, appassionandomi sempre di più e migliorando di anno in anno; poi la bici è uno sport in cui devi fare tanti chilometri e più ne fai, più fai almeno all’inizio. Il miglioramento lo vedi soprattutto confrontando quanti chilometri hai fatto ogni anno. Già al terzo anno di facoltà, mi aveva contattato un team élite, visto che andavo forte in salita e con queste caratteristiche ce n’erano poche in Italia. Ho preferito continuare lo studio: ero molto assorbita dai libri e mi allenavo pochissimo per le granfondo; l’unico lungo che facevo era durante la domenica, molto spesso durante la gara»

Nel ciclismo si stanno vedendo molti corridori provenienti da altri sport: alcuni esempi Van Avermaet, Evenepoel e Van Vleuten dal calcio, Bussi e Woods dall’atletica, Roglic dal salto con gli sci. Questa interdisciplinarità che vantaggi può portare nel ciclismo?
«Non saprei dire: la prima cosa che ho notato passando al ciclismo élite sono state più le carenze che avevo rispetto a ragazze che avevano già incominciato a pedalare in giovane età. Loro infatti guidano la bici in una maniera più sicura, soprattutto quando nel gruppo si viaggia a alta velocità; queste qualità si sviluppano dopo una lunga esperienza nelle competizioni. Un vantaggio… sì, nel periodo invernale, abitando in una zona di montagne, se non riesco a andare in bici prendo gli sci e mi metto a sciare, facendo quindi un allenamento ottimo per il fiato. Non solo: i muscoli e lo sforzo che fai con lo sci di fondo sono molti simili a quelli del ciclismo, quindi si ha un enorme vantaggio per la resistenza. Quando infatti finivo la stagione invernale con gli sci e iniziavo a gareggiare con la bici avevo già una buona condizione e mi sentivo molto bene a livello muscolare. Anche la possibilità di allenarsi in altura male non fa»

Prima di riprendere il discorso agonistico, complimenti per la laurea conseguita con 110 e lode. Parlaci un po’ della tua tesi
«Ho affrontato una tesi in Pediatria presso il reparto di Endocrinologia Pediatrica. Riguardava i disturbi elettrolitici nei bambini. Avevo deciso di chiedere questa tesi perché mi piacevano entrambi questi rami e farla è stato prendere due piccione con una fava. Poi mi sono trovata molto bene con i professori e la relatrice mi ha seguito molto bene» (Piccola nota: nella chiacchierata si è accennato a Catherine Bertone, maratoneta italiana e pediatra presso l’ospedale di Aosta)

Coadiuvare attività sportiva e università è difficile, soprattutto se l’attività è agonistica e si studia in una facoltà impegnativa come Medicina. Come hai gestito questi due impegni? È stato importante aver avuto l’opportunità di fare tirocini a Cuneo e non a Torino?
«Riuscivo sempre a ritagliarmi una o due ore prima o dopo le lezioni, poi dal terzo anno quando tra tirocini e lezioni passavo otto ore al giorno tra aule e ospedale è stato più difficile. Per me l’unico modo per sopportare i rulli è leggere un libro. La gestione quindi non è stata facile, ma bisogna organizzarsi molto bene e come ho accennato sopra non si escludono a vicenda; anzi l’attività sportiva ti permette di sfogare la pressione e di essere più lucida sui libri, visto che non si può studiare 24 ore su 24. Riuscire a fare qualche tirocinio a Cuneo è stato molto utile in quanto qui riesco a allenarmi meglio, perché qui c’è sia montagna sia pianura e non c’è il traffico di Torino, che spesso comporta un’ora aggiuntiva per entrare e uscire dalla città. Anche se anche a Torino mi allenavo bene, abitando molto vicino alla collina – in zona Cavoretto, in particolare il Colle della Maddalena»

Si parla molto di università telematiche, ma manca ancora un progetto serio per sostenere gli sportivi che studiano in Italia. Tu cosa suggeriresti per aiutare gli altri studenti/atleti?
«Sì, vedo moltissime ragazze straniere che sono laureate o studiano mentre corrono, un numero sicuramente maggiore rispetto a quelle italiane. C’è una ragazza della mia squadra che sta frequentando un’università online e questo è un buon compromesso per coniugare studio e sport. Si perdono però l’ambiente e le esperienze universitarie. Parlando con la mia compagna di squadra olandese (Nicole Steigenga) che frequenta Fisioterapia diceva che ci sono degli aiuti economici e che viene riconosciuto il loro grado di atlete professioniste. Poteva dare parecchi esami in un determinato periodo di tempo o avere agevolazioni anche per l’organizzazione nei corsi. Effettivamente introdurre queste regole in Italia e qualche borsa di studio è una cosa che bisogna assolutamente fare, ma anche da attuare in altri sport come lo sci: in quello sport, visto che devi dimostrare quanto vali entro i 19 anni, molti ragazzi decidevano di abbandonare la scuola per dedicarsi seriamente all’attività sportiva. Si potrebbero anche fare delle scuole apposite per gli sportivi per non penalizzare e integrare meglio queste due attività»

Medicina e sport si sono sempre supportati a vicenda, ma solo dopo il sodalizio Conconi-Moser si può parlare di un vero sviluppo della Medicina dello Sport. Da dottoressa e da sportiva, come vedi questa facoltà?
«La Medicina dello Sport è un ramo che ha diversi sviluppi interessanti. A me piacerebbe fare il medico dello sport. Per un atleta avere un medico che sappia fare sport e quale siano i problemi legati a questa attività potrebbe essere un aiuto valido e un sostegno importante. Ci sono già dei centri in cui l’atleta viene seguito e curato a tutto tondo, dalle problematiche cardiovascolari a quelle psicologiche»

Nelle granfondo hai fatto prestazioni incredibili, ottenendo record e vittorie a man bassa. Raccontaci come gareggiare tra gli amatori può aiutare di più un professionista rispetto alla carriera giovanile.
«Secondo me i vantaggi sono che ti abitui prima alla fatica e ti trovi a affrontare moltissime salite. Ho notato nel passaggio al professionismo che molte ragazze appena si trovano davanti una salita di 3 km, che per me era niente,  si scoraggiavano subito. I percorsi di gara delle giovanili sono molto più facili, mentre adesso quelli delle élite incominciano a diventare sempre più duri; non come quelli degli uomini, ma comunque si affrontano salite come Zoncolan e Gavia. Anzi, grazie al percorso delle granfondo, ero felice di dover affrontare lo Zoncolan, una salita che non avevo mai fatto, anche se le mie caratteristiche hanno aiutato questo atteggiamento»

Sono molte le cicliste che vengono dalle granfondo. Un parere sulla belga Dessart, campionessa del mondo di specialità che il prossimo anno correrà nella Lotto Soudal. Pensi riuscirà subito a integrarsi nel mondo professionistico.
«Mah, parlando per esperienza direi di sì. Certo, all’inizio non è facile: la tipologia di gare è completamente diversa. Stare in gruppo in una granfondo è diverso rispetto al professionismo: le velocità sono molto alte e c’è anche competizione. Una donna nelle gare amatoriali non vorrei dire che è aiutata dagli uomini, ma è più coccolata e nei suoi confronti c’è sempre un occhio di riguardo. Invece nel gruppo si è molto combattive e aggressive: è noto che noi ragazze siamo così (sorriso di affermazione) e all’inizio non ero preparata a questo. Prima ho fatto molta fatica, ma grazie anche alla mia squadra ho potuto correre molto e fare esperienza sul campo. Un’altra difficoltà e marcare le avversarie, dettaglio molto più importanti nel professionismo che nelle granfondo. Nelle partenze, ognuno di noi parte da un posto diverso dall’altra. Anche andare in fuga è un azione che poi fare nei professionisti».

Cosa pensi del limite massimo di 27 anni per partecipare alle gare open del calendario nazionale, che può bloccare molte atlete che hanno compiuto un percorso simile al tuo provenendo dagli amatori o da altri sport.
«Io devo dire che ci può stare il limite d’età e anche di punteggio: se a 27 anni non sei riuscita a fare il salto del professionismo o a fare abbastanza risultati, non credo che siano molte le possibilità di passare»

Passiamo alla stagione 2018: partiamo però dal Tour de l’Ardèche. Una corsa speciale per te: l’esordio l’anno scorso, la vittoria in questa edizione.
«Dopo quest’anno ci tengo ancora di più (ride): è la mia gara fortunata e un evento che porterò sempre nel mio cuore. Non è stato solamente il mio esordio, ma anche la gara con la quale mi sono innamorata del professionismo. Non ero ancora tesserata quando sono andata in Francia quindi mi ero proposta di fare questa corsa come una prova: se non mi fosse piaciuta, non sarei entrata tra le élite. Era la mia occasione per conoscere questo mondo e aver la possibilità di tornare indietro, in quanto l’anno scorso c’era ancora la regola che se ti tesseravi professionista dovevi correre per due anni e non potevi disputare gare amatoriali. Adesso invece se non hai un punteggio superiore a 20 punti, puoi tornare alle granfondo. Invece al Giro dell’Emilia Donne ero già tesserata, perché il regolamento in Italia non permetteva di correre senza tessera, cosa che invece era consentita in Francia. Ecco perché l’Ardèche è stato importante: avevo anche paura di non riuscire a finire la corsa. Invece l’ho finita e anche bene, contando che sono caduta due volte. Mi sono divertita tanto, la corsa mi è piaciuta un sacco e inoltre mi sentivo quando attaccavo come i ciclisti che ho visto sempre in televisione. Quest’anno è anche arrivata la prima vittoria. Mi piace perché è una corsa a tappe molto dura, quest’anno abbiamo fatto anche il Mont Ventoux. Anche il Giro mi ha mostrato che sono adatta alle corse a tappe: devi andare in crescendo con la forma e recuperare in fretta, cose in cui eccello»

Hai ottenuto ottime prestazioni nei grandi eventi Women’s World Tour con la BePink. In particolare, il 13° posto al Giro Rosa e il 10° posto a La Course by Le Tour. Quale dei due ti è rimasto impresso di più? Meglio un evento di una o due giornate più seguito o una corsa tappa in Francia, come i Tour vinti da Longo e Canins?
«A me piacerebbe che si ritornasse a quei Tour femminili di cui ho sentito tanto parlare. A modo loro, sono due corse le porterò nel cuore: La Course è stata una delle gare più dure e che mi ha dato più soddisfazioni quest’anno, perché il livello era veramente alto e non pensavo di restare così a lungo con le migliori. Il Giro è bellissimo soprattutto perché in è Italia: il tifo che trovi sulle strade è incredibile, soprattutto nella tappa dello Zoncolan. Ci sono stati dei momenti che però mi sono piaciuti un po’ di meno, come le prime tappe in pianura e gli arrivi in volata che proprio odio (risata). In effetti devo dire che la cosa migliore delle corse di un giorno è che puoi scegliere quella più adatta alle tue caratteristiche»

Capitolo Nazionale: nel fondo ha mai gareggiato per l’Italia? Che emozioni hai provato ai Mondiali di Innsbruck e ai Giochi del Mediterraneo, dove hai conquistato un fantastico bronzo
«Nello sci di fondo sono stata un anno aggregata alla Nazionale: sono andata in ritiro in ghiacciaio con loro e ho partecipato a un Campionato Europeo. Devo dire che vestire la maglia azzurra a un Mondiale è stata una cosa indescrivibile, quasi paradossale: ho voluto talmente tanto fare la professionista quando ero più giovane nello sci e ho dovuto abbandonare questo sogno perché non andavo abbastanza forte e ci sono stata malissimo. Riuscire a farcela a essere convocata a un Mondiale e disputarlo è difficile da dire a parole. Già solo vestire la maglia azzurra ai Giochi del Mediterraneo è stato un sogno, ero felice come una bambina. Il bronzo è stato un grande momento di questa stagione e ancora mi emoziono pensando al podio: certo sapevo che l’Inno di Mameli non era suonato per me ma per Elisa (che aveva vinto, ndr), ma io ero lì su quel podio con una medaglia, con la maglia azzurra nella mia prima gara con la Nazionale. Non ci credevo e non credo ancora»

La BePink è stata la tua squadra d’esordio: cosa ti ha spinto a scegliere questo progetto e cosa hai imparato in questa esperienza?
«La BePink è stata la mia prima squadra e per questo la devo sempre ringraziare: se non fosse stato per Walter Zini non avrei esordito lo scorso anno e in questo non avrei potuto correre così tante gare, ognuna con delle caratteristiche diverse e così testarmi per capire le mie qualità. Solo grazie a loro ho potuto capire se reggevo le corse a tappe o se andavo meglio bene nelle gare in linea. Soprattutto ho corso spesso da capitano e devo ringraziare le mie compagne di squadra per l’aiuto che mi hanno dato. Per me era tutto nuovo, anche quelle piccole cose che loro conoscevano e davano per scontate come prendere una borraccia al rifornimento»

La WNT Pro Cycling ha licenza britannica, ma mantiene comunque una forte struttura tedesca. Si parla comunque di un team straniero: che vantaggi può offrire rispetto a uno italiano?
«Lo scoprirò il prossimo anno (risata). Questo è stato il mio primo anno completo e c’erano dei motivi per cui avevo deciso di cambiare. Già dopo il Giro, loro mi avevano contattato e mi hanno spiegato il loro progetto e mi ha interessato molto. Già il prossimo anno la squadra si avvierà sulla doppia attività, quindi difficilmente correrò gare dove si arriva in volata di gruppo, visto che pure non potrei aiutare molto le mie compagne in questa situazione. Quindi correre così e in un team nelle prime posizioni del ranking mondiale, con tante squadre forti in salita così da poterle aiutare se non ho il ruolo di leader e avere un maggiore aiuto quando invece lo sono, come per esempio la spagnola Santesteban. Vedremo poi se Lara (Vieceli, altra italiana del team) correrà con me, ma penso che potremmo stupire nelle gare dure e dire la nostra. Già questo per me sarà una esperienza nuova e uno dei motivi per cui l’ho scelta e perché, essendomi appena laureata in Medicina, non so per quanti anni riuscirò a correre. Il mio vero lavoro è il medico: non so che durerà uno o tre anni questa avventura e avevo la voglia di viverla a pieno e in tutte le sue sfaccettature: l’esperienza all’estero, uscire diciamo dalla culla italiana è qualcosa che assolutamente volevo provare. Questo è un vantaggio e devo dire di essere molto fortunata: nel caso dovessi infortunarmi (pausa gesti scaramantici), ho qualcosa altro da fare. Il ciclismo non è tutta la mia vita, come lo è o lo è stato per molte ragazze»

Proprio parlando di queste difficoltà, come vedi le nuove regole approvate dalla riforma UCI (maternità, stipendio minimo ecc…)? Si parla molto dei lati positivi, ma rischiano di non essere attivate in alcuni team, creando problemi per gli sponsor che non possono investire così tanto o che si allontaneranno dal ciclismo femminile
«Sono un po’ nuova dell’ambiente, ma per quello che ho visto quest’anno sì, direi che molte squadre italiane non sono pronte a affrontare un cambiamento del genere e non ha la disponibilità economica per mantenere questi servizi. Sicuramente, per l’atleta in sé, è una cosa positiva: anzi c’è da chiedersi perché solamente adesso si sia arrivati a queste riforme. Mi sembra assurdo vedendo l’impegno e la dedizione che ci vogliono per fare questo lavoro, non fossero riconosciuti questi diritti basilari presenti in ogni altro mestiere. Spero che essendo un argomento positivo non metta in difficoltà molte formazioni italiane, anzi spero che questo possa portare anche nuovi sponsor a investire nel ciclismo»

Da Tatiana Guderzo a Silvia Valsecchi passerai a correre insieme alla tedesca Lisa Brennauer e all’iridata su pista olandese Kirsten Wild. Un onore correre con atlete di tale spessore
«Un onore e sempre anche un vantaggio, perché loro hanno tanto da insegnare e io per me prima ho tanto da imparare perciò mi impegnerò a carpire tutto quello che posso da loro»

Parlando di grandi campionesse, viene da chiederti qual è il tuo idolo sportivo. Avendo praticato sci di fondo, ipotizzeremmo la grandissima Stefania Belmondo, anche lei cuneese.
«Sì, per me all’inizio il mio sogno era seguire le sue orme. Sono stata nello stesso sci club dove è cresciuta Stefania, ho avuto il suo stesso allenatore e per il mio fisico tutti facevano molti paragoni con la Belmondo. Un paragone che non si può fare perché lei aveva un talento immenso: per me lei è stata un importante punto di riferimento»

La provincia di Cuneo sta avendo una grande crescita economica e sportiva: solo nel ciclismo basta citare Elisa Balsamo e i fratelli Rosa e Bonifazio. Cosa rende questa regione così ricca e adatta allo sport?
«A Cuneo si sta bene (espressione felice d’orgoglio): in una recente classifica, Cuneo è salita al decimo posto per la vivibilità in tutta Italia. Dal punto di vista ambientale e sportivo, puoi fare tutto quello che vuoi: è una cosa che in altri posti non puoi fare. Ci sono pianure, salite e un microclima ottimale. Restando al ciclismo, è uno sport molto sentito e praticato a livello amatoriale; questo è uno stimolo per molti bambini che si innamorano subito della bicicletta»

Quali sono i tuoi obiettivi sportivi per il 2019? Pensi poi di continuare già adesso con la specialistica? Se sì, in Italia o all’estero?
«Inizierò probabilmente con le classiche, in cui spero di migliorarmi rispetto lo scorso anno. Erano le prime gare World Tour e sono rimasta spiazzata dall’alto livello della corsa. Non solo le Ardenne (lo scorso anno 14ª alla Liegi-Bastogne-Liegi), ma anche alle Strade Bianche sarei riuscita a fare un risultato migliore se non avessi peccato d’esperienza. Sicuramente il Giro Rosa, soprattutto se ci sarà l’arrivo sul Gavia che mi piace già tantissimo, su La Course ancora non mi sbilancio, ma se il percorso sarà duro potrebbe interessarmi. Per la specializzazione, non penso di iscrivermi già quest’anno perché 26 anni li ho una volta sola e questa esperienza posso farla solamente adesso, mentre per la specialistica posso aspettare: non penso che quest’attesa possa pregiudicare la mia carriera come medico. Come ho sempre fatto, rimando all’anno prossimo e lì si vedrà».

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