La concitata volata di Strathalbyn al Tour Down Under 2019 © Team Sunweb
La concitata volata di Strathalbyn al Tour Down Under 2019 © Team Sunweb

Ewan fa le pentole, Philipsen (e giuria) i coperchi

Giornata vivacissima al Tour Down Under, Caleb primo ma declassato per testate, tappa al giovanissimo Jasper. Il leader Bevin caduto rischia il ritiro ma per ora è salvo; domani gran finale a Willunga Hill

Ne sono successe di cose, per essere una tappa interlocutoria, nella Glenelg-Strathalbyn di oggi al Tour Down Under. Due fughe, una battaglia sul filo degli abbuoni ai traguardi volanti tra i primi due della generale, un paio di momenti-ventaglio, uno sprint conclusivo ad alta adrenalina, una coda-giuria che ha ribaltato il risultato, e oltre a tutto ciò, è pure successo che Paddy Bevin stava per giocarsi la maglia ocra di leader della corsa per una caduta a centro gruppo a 10 km dal traguardo. Ma il fair play ha prevalso, il gruppo ha rallentato, il neozelandese è rientrato, tutti vissero felici e contenti anche se il capitano della CCC Reno dovrà fare un po’ di inventario delle ammaccature, nella serata australe.

La volata finale l’ha preparata la Deceuninck-Quick Step ma l’ha vinta “sul campo” Caleb Ewan, tanto piccolo quanto abile a far spallate con questo e quello, in particolare oggi con Jasper Philipsen, che – sempre “sul campo” – ha chiuso al secondo posto; poi però la giuria è andata a riguardare le immagini dell’ultimo chilometro, ha visto che quelle di Caleb erano più testate che spallate, le ha giudicate pericolose e poco corrette, e ha deciso clamorosamente di relegare il piccoletto all’83esimo e ultimo posto del primo gruppo.

Il successo è quindi stato traslato al palmarès di Jasper Philipsen, e occhio perché questo palmarès, tra i professionisti, era nient’altro che intonso! Il bimboccio ha infatti 20 anni, beato lui (21 tra un mese e mezzo), è al primo anno da pro’ in maglia UAE Emirates, viene dal Belgio e pochi mesi fa lo vedevamo sprintare (non senza successo) al Giro d’Italia Under 23, mentre ancor prima aveva vinto – all’inizio della primavera – la Tryptique des Monts et Chateaux, corsa a tappe di cui molti di voi non ricorderanno mai il nome ma che è garanzia di qualità (studiarne l’albo d’oro è illuminante; tra l’altro, Jasper quella corsa l’ha conquistata per due anni di fila); viene dalla Hagen Bermans Axeon di Axel Merckx, e già nelle prime due tappe di questo TDU aveva ottenuto buoni piazzamenti in volata. Certo dal quinto al primo posto cambia come il tramonto con l’alba, ma l’impressione è che di questo ragazzino sentiremo parlare molto (oltre a confonderlo – noi più anziani e mentalmente opachi – linguisticamente con uno dei suoi futuri rivali ovvero Jakobsen, ma questa è un’altra storia).

Quanto a Elia Viviani, lo attendevamo molto e lo abbiamo visto, era nel vivo della volata ma ha smesso di pedalare negli ultimi 20 metri quando ancora un podio di giornata era alla sua portata. Poco male, il suo in questo TDU l’ha già fatto, può guardare avanti con fiducia alla prossima corsa. Gli uomini di classifica possono invece guardare avanti direttamente a domani, tappa conclusiva, arrivo ormai superclassico di Willunga Hill, per la prima volta spostato all’ultimo giorno di gara. Partenza a McLaren Vale, 151 km totali con due scalate a W.H., sarà un epilogo coi controfiocchi, sempre ricordando che siamo in gennaio e il gradevole spettacolo offerto quotidianamente da questa corsa non è mica così scontato. E invece c’è, meglio così.

 

Lotta di abbuoni tra Bevin e Impey
Glenelg-Strathalbyn, quinta tappa del Tour Down Under 2019, la più lunga fin qui coi suoi 149.5 km (ma quella di domani la sopravanzerà in chilometraggio), frazione sulla carta interlocutoria ma che invece ha interloquito parecchio con toni di pathos e ha riservato molte sorpresine.

L’avvio è stato più che mai ordinario, già al km 0 avevamo tre fuggitivi, due dei quali della UniSA-Australia (Ayden Toovey e Jason Lea, quest’ultimo alla terza escapada della settimana), più Clement Chévrier della AG2R La Mondiale. Il vantaggio del trio ha raggiunto presto una punta di 3’20” (al km 12), ma la gittata dell’azione era abbastanza ridotta, target il Gran Premio della Montagna di Sellicks Hill posto dopo 43 km al termine di una salita lunghetta: lì Lea (ah ah ah…) voleva arrivare, per conquistare altri punti buoni per la classifica di migliore scalatore che già guidava. Obiettivo centrato, traguardo vinto su Chévrier, e fuga che ha potuto direttamente andare in archivio: Toovey si era già staccato durante la scalata, il gruppo tirato soprattutto dalla Mitchelton-Scott è andato a chiudere sui due superstiti al km 45.

Come mai tanta fretta dal parte del team australiano? Il motivo era lo sprint con abbuoni di Myponga, al km 47, su cui Daryl Impey aveva messo gli occhi con cupidigia: in effetti il campione sudafricano ha davvero vinto il t.v., precedendo il leader della generale Patrick Bevin, rosicchiandogli così un secondo (3″ di abbuono contro 2″) e portandosi quindi a 6″ di distacco in classifica.

Senonché, 25 km più avanti c’era il secondo traguardo bonus, a Inman Valley, e quel rancoroso di Bevin, che si era legato al dito lo sprint di poco prima, ha voluto fargliela vedere a Impey, e l’ha battuto rimettendo così le distanze del mattino tra sé e l’attuale runner-up del TDU: 7″ di nuovo, ne riparliamo domani Daryl. (In realtà, come sapete, ne avrebbero “riparlato” a fine tappa).

 

Il vento irrompe in corsa, Bevin cade nel finale
Dopo il secondo sprint intermedio non c’era motivo perché il gruppo tenesse chiusa la corsa con 76 km ancora da coprire, sicché si è aperto spazio per una seconda fuga di giornata. A cogliere l’occasione è stato, nelle stesse modalità dell’altro giorno, l’uomo che a questo punto definiremo “il maestro delle fughe di seconda mano”, Matthieu Ladagnous (Groupama-FDJ); a sottolineare come quell’azione non avesse una minima chance di arrivare non diciamo al traguardo, ma nemmeno ai -20 km, il fatto che al francese si sia accodato un secondo attaccante: Ayden Toovey, ovvero colui che già un’ora prima aveva quasi esalato l’ultimo respiro scalando Sellicks Hill.

Ad ogni buon conto, il gruppo si è rilassato un tantino e la nuova coppia si è portata a +3’28” (vantaggio massimo toccato ai -56); ma l’ora d’aria è scaduta quando la carovana ocra ha raggiunto la costa, col suo vento dispettoso che da un lato ha contribuito a por fine alla fuga-bis (Lada&Toovey ripresi ai -34 dopo 40 km esatti di libera uscita), dall’altro ha aumentato a dismisura la produzione di grilli nelle teste di diversi personaggi in gara.

Ai -48 abbiamo per esempio visto Peter Sagan andare in persona a fare una breve trenata, forse per stimolare i suoi Bora Hansgrohe, o forse per intimidire qualche avversario, chi lo sa; un po’ più avanti, ai -31, è stata la Jumbo-Visma a orchestrare un vero e proprio tentativo di portar via un ventaglio, ma l’azione del team olandese è presto sfumata. Ci han riprovato poco dopo la Sky e la stessa Bora, ma anche in questo caso il gruppo non si è poi selezionato più di tanto: in entrambi i tentativi, dopo attimi di split tutto si è ricomposto senza danni per chicchessia.

Il colpo di scena vero era però dietro l’angolo, e vi abbiamo assistito ai -10: caduta a centro gruppo di una dozzina di corridori, forse innescata da Chévrier (che già si era arrotato due giorni fa per guardare un camioncino imbandierato a bordo strada…), ma che di sicuro ha avuto come principale vittima Patrick Bevin.

 

La rincorsa di Bevin, la volata di Ewan
Sulle prime sembrava che il neozelandese della CCC Reno fosse lì lì per ritirarsi, ma in realtà pativa a caldo solo le botte prese, mentre un paio di suoi compagni caduti con lui cercavano di consolarlo e tranquillizzarlo in vista di quella che sarebbe stata una grande rincorsa. In particolare, prezioso nell’occasione Victor De La Parte.

Va detto che se il gruppo non avesse optato per un paio di chilometri di disinteressato rallentamento, l’impresa di Bevin difficilmente si sarebbe potuta compiere. Invece, pur essendosi fermato ben oltre il mezzo minuto, il buon Paddy, tra un dietromacchina e l’altro, saltellando tra le ammiraglie, ha ripreso la coda del gruppo a 3 km dal traguardo; ha trovato qui Jakub Mareczko che, rinunciando alle proprie chance allo sprint e impegnandosi invece per riportare in posizioni tranquille capitan Bevin, ha sicuramente guadagnato qualche punto santità.

Jakub la volata non l’avrebbe fatta, ma gli altri sì, per cui spostiamo ora il focus sui velocisti pronti a giocarsi il successo. L’organizzazione dello sprint era demandata alla Deceuninck-Quick Step di Elia Viviani: la scansione la solita, Mørkøv-Sabatini-Viviani, la velocità di esecuzione forse un po’ meno ficcante di altre occasioni, ma di fatto il team belga teneva le prime posizioni con sicumera fin ben oltre il triangolo rosso dell’ultimo chilometro.

Alle spalle di Elia c’era appostato Peter Sagan, alla cui ruota avveniva una fiera tenzone tra Caleb Ewan e Jasper Philipsen, allo scopo di stabilire chi dei due avrebbe potuto beneficiare dell’ambita scia dello slovacco. L’ha spuntata dopo 12-13 spallate e 28 testate il folletto Caleb, che tra l’altro deve aver fatto nell’occasione il pieno di adrenalina, al punto da non riuscire più a tenersi.

Infatti proprio mentre Fabio Sabatini faceva per lanciare la volata di Viviani, Ewan era già in decollo avanzato, con un anticipo bruciante che ha fatto secchi sia Sagan che Viviani, superati a destra a velocità doppia. Il veronese ha provato fino ai 50 metri a contendere la vittoria al corridore della Lotto Soudal, ma a quel punto ha visto che gli sfrecciavano avversari da tutte le parti (Sagan di fianco a centro strada, Philipsen più in là, alle transenne alla destra di Ewan, Van Poppel di qua a sinistra…), e dev’essersi un attimo immalinconito, tanto da smettere di pedalare poco dopo.

Philipsen è stato davvero un fiero avversario per Ewan, gliel’ha fatta sudare fin quasi sulla linea, ma lo stesso non ha avuto scampo; Sagan ha rimontato benissimo ma dopo esser partito con un istante di ritardo, per cui più su del terzo posto non è riuscito ad andare; giù dal podio il citato Danny Van Poppel (Jumbo) e Jens Debusschere (Katusha-Alpecin), poi Viviani sesto, quindi Phil Bauhaus (Bahrain Merida), Cees Bol (Sunweb), Ryan Gibbons (Dimension Data) e Kristoffer Halvorsen (Sky).

 

La giuria dà una sistematina all’ordine d’arrivo: ciao Caleb, primo Philipsen!
Questa la top ten per un quarto d’ora circa, poi la giuria ha riguardato per bene le immagini, ha deciso che Ewan si era lasciato prendere un po’ troppo la mano (o la testa?), e l’ha ricacciato indietro, ultimo del gruppo, aprendo a Philipsen le porte del paradiso e a Davide Ballerini (Astana) quelle della top ten.

In classifica Bevin e Impey guadagnano 5″ a testa, 7″ ci sono tra i due, e il terzo è sempre Luis León Sánchez (Astana), ora a 16″; a 26″ troviamo Gibbons, Jan Polanc (UAE), Ruben Guerreiro (Katusha), George Bennett (Jumbo), Chris Hamilton (Sunweb), Wout Poels (Sky), Michael Woods (EF Education First) e poi, oltre il decimo posto, tra gli altri anche Diego Ulissi (UAE) 11esimo, Domenico Pozzovivo (Bahrain) 15esimo e Richie Porte (Trek-Segafredo) 16esimo.

Ma anche sulla classifica ci permettiamo di tenere un attimo i conti in sospeso, almeno fino all’esito delle radiografie a cui un Patrick Bevin dolorante sul lato destro del costato si è sottoposto subito dopo la tappa. Seguiranno aggiornamenti, sperando – per Paddy – che non siano prognosi…

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