La locìcandina di Le Vélo de Ghislain Lambert
La locandina di Le Vélo de Ghislain Lambert

Cicloproiezioni: Le Vélo de Ghislain Lambert

Viaggio divertito nel ciclismo secondo il cinema, diciassettesima puntata: il sogno di diventare professionista in una pellicola belga

In questa rubrica viaggiamo seguendo la cinematografia mondiale, ci divertiamo a spaziare fra le irrealistiche trame americane e i deliri asiatici, fra pellicole che offrono una visione dello sport ingenua e naif, però ogni tanto ci piace anche tornare a casa (intesa rispetto al ciclismo, cioè in Belgio) e vedere finalmente un bel film. Come senza dubbio è Le Vélo de Ghislain Lambert, commedia francofona del 2001 diretta da Philippe Harel. Le biografie dei campioni si possono trovare ovunque, spiega subito la voce narrante, noi siamo invece qui per conoscere la carriera di Ghislain Lambert, che non possiamo leggere in nessun libro.

Colui che dà il nome al film è un belga appassionato di ciclismo (come tutti i belgi), viene da una famiglia contadina, ha lasciato presto la scuola, sogna di diventare un campione come il suo coetaneo Eddy Merckx (la storia è ambientata nei primi anni Settanta), ma nel frattempo lavora come bagnino in piscina. Come si può vedere dalla foto sopra, è comunque già calato del tutto nella mentalità del professionista, dimostrata dall’attenzione ossessiva al peso e dall’abbronzatura agonistica. Ma le cose cambiano quando gli viene offerto un ingaggio nella Magicreme, piccola e modesta formazione belga.

È un vecchio direttore sportivo, monsieur Focodel, che lo nota durante i suoi allenamenti e gli offre il primo vero contratto della sua carriera di atleta. L’uomo dice a Ghislain che gli ricorda Edward Sels, fedele gregario di Van Looy, ma la vita da professionista si rivela all’inizio diversa da come l’aveva immaginata il giovane. Dopo un indottrinamento da venditori in stile convegno di compagnia di assicurazioni, i corridori vengono mandati porta a porta a cercare di piazzare centinaia di litri di Magicreme, sedicente prodotto miracoloso per la pulizia dei metalli. In tempi in cui si ripete sempre che i team devono trovare nuove forme di introiti, secondo me se qualche manager di oggi vedesse il film ci può anche fare un pensierino.

Ma finalmente si va alle gare, le seguitissime kermesse belghe, con intere cittadine che si mobilitano e scendono in massa a bordo strada per incitare i loro idoli. Noi spettatori possiamo ammirare intanto la ricostruzione praticamente perfetta di quel periodo ciclistico, e sia le vere squadre dell’epoca che quelle inventate per il film hanno le maglie adatte, così come le ammiraglie e i mezzi al seguito della corsa sono ugualmente impeccabili nel riportarci all’atmosfera dei primi Settanta.

Purtroppo per Ghislain Lambert l’impatto con i professionisti è traumatico: soffre molto a tenere il ritmo del gruppo, fatica a finire le gare, e quel poco che può dare è costretto a sacrificarlo nel lavoro a favore del capitano Fabrice Bouillon, bello e corteggiato (sia dalle donne che dai team più importanti). Durante le presentazioni delle squadre alla punzonatura lui al massimo fa simpatia per essersi sfracellato la faccia in una caduta. Ne approfittiamo per dire che il protagonista è interpretato da Benoît Poelvoorde, popolare attore di commedie (che ha raggiunto una discreta fama anche fuori dal Belgio grazie al molto apprezzato Dio esiste e vive a Bruxelles) che in questo film può sfoggiare il suo intero campionario da faccia di gomma.

A dare aiuto a Ghislain c’è però Riccardo Fortuna, esperto gregario italiano (in passato fedele portaborracce di Gimondi, millanta lui), ingaggiato da monsieur Focodel proprio per istruire i più giovani. Questi spiega al nostro che la vita ideale del ciclista è quella del gregario, poca responsabilità e buoni guadagni, e andando d’accordo con il capitano e il direttore sportivo ci si sistema praticamente per tutta la carriera. Poi insieme vanno a comprare dei “tubolari speciali” e, la mattina della corsa, il mentore introduce Ghislain nel mondo del doping, all’epoca ancora banalmente rappresentato da una puntura sulla chiappa.

La reazione di Ghislain Lambert è del tutto anfetaminica, si trasforma in un collezionista di tic con gli occhi appallati, dimostrando una reazione alla sostanza eccitante degna dello Spud di Trainspotting. Al colpo di pistola parte in fuga solitaria, e per parecchi chilometri viaggia con un netto vantaggio sul gruppo, pervaso da una forza sovrumana che nemmeno la bomba della Coppa Kobram. Tutto bene almeno fino a che ovviamente non finisce l’effetto, e Ghislain rallenta rallenta rallenta fino a non riuscire più a guidare la bici, terminando fuori strada.

Ma Fortuna gli insegna pure i metodi per aggirare i divieti di Focodel (che a sera li chiude a chiave in camera dall’esterno) e rendere meno noiose le trasferte, uscendo di nascosto per andare al cinema con le rispettive fidanzate. Il film descrive vari dettagli dei ritiri delle squadre nelle pensioncine di paese, come la lotta per i letti migliori, i capitani che provano i discorsi allo specchio, e corridori che rovistano fra i bagagli dei compagni alla ricerca di chissà quale pozione magica per andare più forte. Ma alla fine devono tutti arrangiarsi col tubicino per sostituire la propria pipì.

Ghislain comincia intanto ad andare meglio, ottiene qualche piazzamento, ma si sente sprecato come gregario, nonostante le raccomandazioni di Fortuna. È convinto di poter diventare un campione. Così, in una corsa non specificata che somiglia molto al Gran Premio di Vallonia, o che perlomeno ha il suo arrivo alla citadelle di Namur, il nostro disobbedisce agli ordini di scuderia, fingendosi senza energie per non lavorare per il capitano Bouillon e, quando questi attacca nel tratto finale, prova a giocarsi le sue carte riportando però sotto i rivali. Al traguardo inevitabilmente i due della Magicreme finiscono secondo e terzo, e non possiamo dare torto a Bouillon che, dopo l’arrivo, cerca di picchiare Ghislain.

Ma i problemi per il nostro antieroe non sono terminati. Il medico dell’antidoping si dimostra infatti particolarmente solerte nell’osservare l’inguine del corridore, che così non ha la possibilità di usare il tubicino con l’urina “pulita”. La positività è inevitabile, così come il licenziamento da parte della squadra. Scorato dagli eventi e deluso dal mondo del ciclismo professionistico, Ghislain decide di abbandonare le corse e, fuor di metafora, seppellisce la bici in giardino.

La vita senza ciclismo è però difficile, soprattutto per un belga durante il regno di Eddy Merckx, figura onnipresente nel film come sicuramente lo era nella quotidianità dell’epoca. Vedere il Cannibale realizzare il record dell’ora a Città del Messico non fa che acuire la tristezza di Ghislain, che intuisce forse definitivamente di non avere le gambe per essere un campione. Finisce allora a passare le sue giornate steso a letto, mangiando cioccolata e ascoltando Les neiges du Kilimandjaro.

La sua famiglia però non ce la fa più a vederlo tanto depresso, così lo convince a riprendere la bici, iniziando la nuova stagione (quella del 1973) da indipendente, seguito da un team ridotto all’osso dove un fratello gli fa da manager e l’altro da massaggiatore.

Le popolarissime kermesse locali non vanno male per Ghislain, però non arrivano quei risultati che gli permetterebbero di tornare nel grande giro. Per mettersi in mostra il nostro confida in una buona prestazione nella interminabile Bordeaux-Parigi, unica gara di prestigio aperta agli indipendenti. Pioggia, vento e tempo terribile, la giornata è da tregenda e con il buio della notte poco si riesce a capire della situazione di corsa.

Ghislain, dato per disperso dal suo stesso fratello, rompe la tregua ufficiosa degli altri corridori per una pausa notturna, e di conseguenza lo ritroviamo all’alba dietro il suo derny (particolarità di quella classica ormai scomparsa) con ben quarantasette minuti di vantaggio sui rivali. Nel finale soffre ed è sul punto di crollare, ma riesce a stringere i denti e portare a casa il successo. Sarà l’unica vittoria della sua carriera.

Gli altri corridori infatti non gli perdoneranno mai di aver stracciato una delle regole non scritte delle competizioni, ma questo non impedisce a Ghislain di sfruttare la piccola popolarità di quel trionfo per essere ingaggiato come testimonial da un marchio di deodorante. Il fatto che lui e altri nomi di secondo piano del plotone riescano a incassare qualche soldo dalla pubblicità è l’ulteriore dimostrazione di quanto fosse popolare il ciclismo in quegli anni.

Purtroppo per lui, Ghislain è un testone e non riesce proprio ad accettare di non essere un campione, e la rocambolesca vittoria alla Bordeaux-Parigi non fa altro che rilanciare le sue ambizioni. Il suo progetto è di andare pure lui in Messico, per battere il record dell’ora di Merckx. Mentre il fratello cerca uno sponsor folle disposto a investire nell’impresa, lui prende spunto dalla preparazione del Cannibale e costruisce in garage una camera d’altitudine artigianale. Disgraziatamente l’esplosione delle bombole mette fine al tentativo di record dell’ora e regala a Ghislain l’ennesimo ricovero d’urgenza della carriera.

Per il 1974 però monsieur Focodel, il suo vecchio direttore sportivo, ha trovato un nuovo e più ricco sponsor e così lo ingaggia ancora una volta nel suo team, l’Epedex. Il budget è buono e i mezzi all’avanguardia, fra metodi d’allenamento moderni (ognuno ha il suo programma personalizzato, per dire) e medici che applicano ai corridori gli studi della Nasa sugli astronauti. Non si sa se tutto questo porta vittorie alla squadra, certo dai test Ghislain risulta sempre fra i meno dotati, e rimane escluso dalla selezione per tutte le gare che contano. Almeno fino a luglio, quando una serie di improbabili infortuni fa fuori un compagno dietro l’altro, tanto che alla fine Focodel è costretto a convocare il nostro, che può finalmente realizzare il suo sogno di partecipare al Tour de France.

Disgraziatamente già alla prima tappa le cose si mettono malissimo, perché Ghislain è colpito dalla temibile sindrome di Dumoulin e passa più tempo nascosto fra le frasche a concimare i campi che non in bicicletta. Il “rimedio di una volta” imposto dal direttore sportivo, consistente in una borraccia di pastis, non fa altro che peggiorare la situazione, ma permette a Poelvoorde di dimostrare la sua sofferenza attraverso un sacco di facce buffe.

Ghislain si trascina faticosamente al traguardo, ma non ci si rimette dalla dissenteria in una notte, di conseguenza anche le tappe successive saranno funestate dalle soste per la diarrea. Sempre più stanco e debilitato, il nostro è ultimissimo in ogni frazione, e a fargli compagnia come un avvoltoio è rimasto solo il camion scopa.

Il Tour nel frattempo si dimostra noioso: Eddy Merckx (che curiosamente non viene mai chiamato per nome nel film, ma solo “il leader della Molteni”) vince in pratica tutte le tappe, e i giornalisti non sanno cosa raccontare per ravvivare la cronaca. Un servizio televisivo mette in luce le sofferenze di Ghislain, costretto a lottare ogni giorno per stare nel tempo massimo, e ciò lo rende popolarissimo sulle strade di Francia.

Il povero Ghislain in realtà si vorrebbe ritirare perché è fisicamente distrutto e ormai a corto di energie, inoltre arrivano le Alpi e il nostro andrà sicuramente fuori tempo massimo. Ma lo sponsor è entusiasta del ritorno pubblicitario e, siccome il resto della squadra non ha sinora combinato niente, Focodel li mette tutti al servizio di Lambert, ultimo in classifica, per aiutarlo a superare le montagne. In ogni frazione, incitato dal tifo del pubblico e scortato dai suoi compagni, Ghislain riesce per pochi secondi a rimanere in gara.

Ormai consapevoli che comunque non si potrà andare avanti fino a Parigi, sponsor e direttore sportivo decidono di farlo ritirare durante l’iconica ascesa del Ventoux. Tutti i fotografi lo aspettano come concordato davanti alla stele in memoria di Tommy Simpson, ma Ghislain, in uno scatto d’orgoglio, sceglie di disobbedire e arrivare fino in cima alla montagna mitica. Purtroppo però in discesa cade in un burrone e l’incidente si rivela tanto grave da mettere fine alla sua carriera agonistica.

Nei mesi successivi Ghislain se la cava bene nel suo ruolo di star mediatica, ma presto la gente si dimentica di lui e arriva l’oblio. Negli anni che seguono cerca allora di riciclarsi prima come inventore, poi come progettista di bici innovative, tutte imprese votate all’insuccesso proprio come il suo libro di memorie che non vedrà mai la luce. Alla fine non gli resta che l’ultima speranza di ogni ex ciclista in difficoltà, andare in televisione con il volto nascosto e la voce contraffatta a confessare di quando si dopava.

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