Emanuel Mini con la maglia del Team Novo Nordisk © Eva Tome

Mini di nome, maxi di simpatia

Intervista tra ciclismo, calcio e diabete all’italo-argentino del Team Novo Nordisk arrivato al ciclismo professionistica in tarda età

Vi siete mai chiesti quale sia la squadra professionistica di ciclismo con il maggior numero di seguaci sulla propria pagina ufficiale su Facebook? La risposta non è scontata come potrebbe sembrare, ma sono i numeri ad essere veramente impressionanti: il Team Sky è al secondo posto con quasi 900 mila “mi piace”, ma davanti a tutti c’è il Team Novo Nordisk che arriva addirittura a 8.3 milioni di persone, ben più della somma di tutte e 18 le compagini del World Tour che assieme non arrivano a 5 milioni e mezzo.

Si è sempre detto che la squadra, fondata nel 2012 da Novo Nordisk e Phil Southerland e composta esclusivamente da atleti con il diabete di tipo 1, aiutasse a diffondere un messaggio che va ben oltre il risultato sportivo e questo dato aiuta a comprenderne la dimensione: il team è una fonte d’ispirazione per tutti i diabetici che amano lo sport e che non vogliono rinunciare a praticarlo in prima persona.

Il Tour du Rwanda è una corsa speciale per il Team Novo Nordisk perché proprio qui l’anno scorso la squadra è riuscita a vincere una tappa con lo spagnolo David Lozano, interrompendo un digiuno di successi che durava da più di tre anni: in occasione della corsa africana a raccontarci il propria storia è il simpaticissimo argentino Emanuel Mini, 32enne di San Luis con origini italiane (il nonno paterno è di Rimini e sta avviando le pratiche per prendere il passaporto che lo agevolerebbe nei numerosi viaggi) che da diversi anni è nell’organizzazione del Team Novo Nordisk pur essendo approdato alla formazione Professional appena l’anno scorso.

Quando e perché hai iniziato a gareggiare in bicicletta?
«Ho iniziato con il ciclismo a 23 anni ma tutto è nato praticamente per caso. Una sera ero al bar con i miei amici, mi hanno detto che la domenica successiva loro avrebbero partecipato ad una gara di MTB e hanno provato a convincermi ad andare: io non sapevo praticamente nulla ma abbiamo fatto una scommessa, così ho preso l’abbigliamento di mio papà che è l’unico della famiglia che un pochino pedalava, la bici di un altro amico e alla fine li ho anche battuti! Da lì ho visto che mi piaceva, che mi veniva facile e ho iniziato a fare le cose sul serio».

Prima del ciclismo avevi fatto altri sport?
«Prima della bicicletta ho giocato quasi vent’anni a calcio, come quasi tutti in Argentina: avevo iniziato a quattro anni, praticamente da quando ho imparato a camminare ho subito iniziato a dare calci ad un pallone. Con la mia squadra sono arrivato a giocare nella quarta divisione ed ero un difensore centrale: come Materazzi, distruggevo tutti!»

Dal calcio al ciclismo, un po’ come Remco Evenepoel…
«Ah, lui è un fenomeno vero, va in bici da due anni ed è già professionista. Eh… siamo uguali, no? Solo che io ho fatto venti anni di calcio e cinque come ciclista, lui invece ne avrà fatti cinque di calcio e ne farà venti come professionista!»

E invece quando hai scoperto di avere il diabete di tipo 1?
«A 25 anni dopo due anni di bici ho iniziato a non sentirmi bene, ero sempre stanco, non riuscivo a recuperare, mangiavo tanto e così alla fine dopo una gara ho fatto gli esami del sangue per provare a capire cosa non andasse: è uscito fuori un valore totalmente sballato della glicemia tanto che il mio dottore ha voluto ripetere l’esame pensando ad un errore, ma alla fine si è scoperto che ho il diabete di tipo 1. Ma da quel giorno per me non è cambiato molto, ho continuato con la bici e fare gare, la bicicletta mi aiutava molto a tenere uno stile di vita sano».

Quindi non è difficile a gareggiare come sportivi di alto livello dovendo anche gestire il diabete?
«No, noi del Team Novo Nordisk abbiamo dimostrato che è possibile ed eccoci qui in una gara come professionisti. Per prima cosa bisogna tenere tutto strettamente sotto controllo con il dottore e il nutrizionista, dobbiamo lavorare tutti assieme per mantenere una stabilità nei valori: ogni giorno facciamo i controlli, guardiamo quanto e così mangiare, quanta insulina prendere per restare al livello giusto per praticare sport. Per l’insulina tutti noi della squadra abbiamo il TUE, l’esenzione per uso terapeutico, anche perché per noi non è una questione di controlli antidoping, per noi è la vita!»

E poi come sei arrivato a vestire la maglia del Team Novo Nordisk?
«C’è un infermiere argentino che abita in Italia e lavorava a fare i controlli per il Team Novo Nordisk: ha cercato su Internet se c’erano ciclisti argentini che facevano gare e avevano il diabete di tipo 1 ed è arrivato ad un gruppo che si chiama MTB DT1. Io facevo parte di quel gruppo assieme a tanti altri ragazzi, da lì è arrivato il legame con il Team Novo Nordisk e hanno chiesto a tutti di compilare un formulario con tutte le nostre informazioni: nel 2014 sono andato negli Stati Uniti per partecipare ad una sorta di ritiro per scoprire nuovi talenti, per dieci giorni ci siamo allenati, abbiamo fatto test e anche una gara, e hanno visto che avevo buoni numeri. Sono entrato prima nella squadra Development nel 2015 e questo è il secondo anno come professionista».

Ti ricordi la tua prima gara con il Team Novo Nordisk?
«E come potrei dimenticarmela, la prima gara su strada l’ho vinta! Era il 2015, una gara del calendario nazionale degli Stati Uniti in Georgia: non mi conoscevano, così a cinque chilometri dall’arrivo ho fatto uno scatto, nessuno mi ha seguito e sono arrivato da solo al traguardo! Ero contentissimo, anche perché quella vittoria è stato anche un modo per dimostrare che anche noi possiamo vincere e poi mi ha dato tantissima forza per continuare e insistere su quella strada: il primo anno è sempre difficile in tutto, ti devi abituare ai nuovi ritmi, poi io ero in un paese nuovo, all’inizio non parlavo una parola di inglese, è stato duro. Poi dopo la prima vittoria non riuscivo più a finire una gara, ma con il tempo poi tutto è migliorato».

Il ciclismo regala la possibilità di girare il mondo, c’è stata qualche gara che ti è piaciuta particolarmente?
«Con la squadra Development abbiamo corso tanto negli Stati Uniti siamo andati anche in Ucraina, Romania, Repubblica Ceca e nel 2015 ho disputato per la prima volta il Tour du Rwanda: quella per me è stata un’esperienza incredibile, volevo concentrarmi sulla gara ma era tutto diverso da casa mia, poi tutta quella gente, è stato davvero incredibile. Mi è piaciuto molto anche il Tour of Thailand, davvero una bella gara».

Emanuel Mini in cima al “mitico” Muro di Kigali al Tour du Rwanda

Come caratteristiche di corridore, come ti definiresti?
«Io sono soprattutto in passista, mi piace tanto anche la cronometro sia individuale che a squadre. A me piace lavorare per il mio capitano, come qui in Ruanda per David (Lozano, ndr): anzi, direi quasi che lo preferisco perché non sono né uno scalatore né un velocista e allora mi rende molto soddisfatto dare tutto per gli altri. Anche perché è vero che la nostra squadra porta in tutto il mondo un messaggio più importante del risultato, ma se anche non abbiamo la pressione di vincere a tutti i costi, anche noi abbiamo degli obiettivi realistici a cui puntare: a inizio anno facciamo delle tabelle, sia individuali che di squadra, si inizia dall’essere sempre apposto con i controlli e poi stagione dopo stagione alziamo sempre un po’ l’asticella come risultati. Qui in Ruanda l’anno scorso avevamo vinto una tappa e fatto top5 come David, adesso il livello era molto più alto e possiamo essere soddisfatti del sesto posto nella classifica generale».

C’è qualche ciclista professionista che ti piace particolarmente o che vedi come un idolo?
«Questa è facile, Valverde! Ha vinto tantissimo, adesso è anche campione del mondo, ma dico lui anche perché ho avuto l’opportunità di allenarmici assieme visto che quando sono in Europa vivo in Spagna, ad Alicante. È una persona molto educata, è un vero professionista e mi ha dato tantissimi consigli: addirittura finito l’allenamento è stato a lui a chiedermi di prendere un caffè assieme, ma ci pensate? Valverde che lo chiede a me? È un esempio per me. Poi ovviamente guardo molto anche ai sudamericani, Nairo Quintana, Rigoberto Urán e in Argentina ovviamente Maxi Richeze: per me lui adesso è il migliore al mondo a lanciare le volate».

Se non fossi diventato un ciclista professionista, cosa avresti fatto?
«Eh, sicuramente adesso starei vendendo e affittando case assieme ai miei genitori. In famiglia abbiamo un’impresa immobiliaria, io ho studiato economia e commercio all’università e quindi avrei lavorato in quel campo: per il futuro, una volta terminata la carriera di ciclista, il mio obiettivo è tornare a lavorare con loro».

Quando non ti alleni e quando non fai gare, cosa ti piace fare come hobby?
«Mi piace molto andare a fare passeggiate in montagna a casa mia in Argentina, o starmene tranquillo e rilassato bevendo il mate con la mia ragazza. E poi ovviamente c’è il calcio, da guardare il televisione – tifando River – o anche facendo qualche partitella con gli amici durante l’inverno, ma solo se dopo ci fermiamo tutti a mangiare l’asado sennò non vale!»

Visita lo store di Cicloweb!

Archivio

La vignetta di Pellegrini

L’angolo della polemica

Versione stampabile