Stybar, Gilbert, Lampaert e Viviani tagliano il traguardo della Milano-Sanremo 2019 © LaPresse - Gian Mattia D'Alberto
Stybar, Gilbert, Lampaert e Viviani tagliano il traguardo della Milano-Sanremo 2019 © LaPresse - Gian Mattia D'Alberto

Art Deceu, quale sarà il prossimo capolavoro?

Anche alla Milano-Sanremo i belgi si portano a casa il successo. Numeri da record per i ragazzi di Lefevere, che gareggiano come gruppo e non come somma di individui

Sono i più odiati, i più invidiati. Certo, qualche volta se la cercano, principalmente quando il deus ex machina si lamenta di questo o di quello (quindi almeno una volta al mese). Ma la principale “colpa” che avversari, addetti ai lavori e tifosi loro imputano è un’altra: è che vincono tanto. Dappertutto, con una marea di corridori diversi, con tattiche talvolta arzigogolate; ma alla fine, spesso e volentieri, la Deceuninck-Quick Step torna a casa col sorriso sul volto e gli altri con le pive nel sacco. Come puntualmente avvenuto quest’oggi.

Diciotto monumento in diciassette anni, numeri da capogiro
Partiamo dai freddi numeri: dal 2003, quando la squadra si è formata come continuazione della Domo-Farm Frites – a sua volta derivata dalla Mapei – sono 18 (diciotto) le classiche monumento in bacheca. La formazione più vicina in questo lasso di tempo? La CSC poi Saxo Bank quindi Tinkoff con nove trionfi. Tre Milano-Sanremo con Paolo Bettini, Filippo Pozzato e ora Julian Alaphilippe; sette Ronde van Vlaanderen con Tom Boonen, Stijn Devolder, Philippe Gilbert e Niki Terpstra; cinque Paris-Roubaix con Tom Boonen e Niki Terpstra; una Liège-Bastogne-Liège con Bob Jungels; due Il Lombardia con Paolo Bettini.

Ma la storia non cambia considerando solo l’ultimo decennio: sette le monumento dei belgi, pari alla somma di quelle ottenute da Sky (due), Movistar (due) e Astana (tre), vale a dire le altre formazioni faro degli anni ’10. Chiaro, avere fenomeni come Boonen, Gilbert e ora Alaphilippe aiuta, ma non è che la concorrenza sia composta da giovani alle prime armi. E pur avendo un budget alto ma non faraonico come altri, i Deceuninck vincono, rivincono e talvolta stravincono.

Giovani di talento e clima conviviale tra i punti di forza
Merito di diversi fattori. Sicuramente l’investimento sui giovani: negli ultimi cinque anni hanno fatto passare professionisti quindici atleti. Solo un altro team World Tour, vale a dire la Sunweb, ha nel medesimo lasso di tempo una cifra maggiori – i risultati sono però ben diversi. Dei neopro’, solo uno ha deluso, vale a dire il colombiano Contreras; gli altri, invece, o sono parte integrante dell’attuale rosa anche con ruoli di spessore (è il caso di Jakobsen e Mas, soprattutto) o sono andati altrove dopo ottime prove con la casacca belga (Gaviria e Schachmann le principali voci).

Tra i punti di forza poco menzionati per descrivere la Deceuninck-Quick Step vi è l’atmosfera all’interno del gruppo. Che tu sia un campione del mondo o un ragazzo alle prime armi, alla corte di Lefevere ci sarà l’occasione di mettersi in mostra. E il Wolfpack, quel branco di lupi che in sella non molla mai l’osso e che si diverte come matti una volta saliti sul pullman, è l’ambiente giusto dove apprendere, crescere e realizzarsi alternando la giusta serietà quando conta e l’inevitabile cazzeggio quando si può (anzi, si deve!) rilassarsi.

Lampaert, Stybar e Gilbert con l’umiltà dei gregari puri, non è giornata per Viviani
Vale più di mille parole l’immagine ai piedi del Poggio: a tirare è Yves Lampaert, campione belga in carica, vincitore di due Dwars door Vlaanderen e di una tappa alla Vuelta a España. A tenere alta l’andatura sull’ultima salita della Classicissima è Zdenek Stybar, uno che in bacheca ha una fresca Omloop Het Nieuwsblad, una Strade Bianche, tappe al Tour e alla Vuelta oltre a tre maglie iridate nel ciclocross. In funzione stopper e battitore libero, un tal Philippe Gilbert, per il quale snocciolare la sfilza di vittorie richiederebbe mezzo articolo.

Ed Elia Viviani nella coda del plotone; alla vigilia il campione italiano si era mostrato ottimista circa le sue possibilità di sprintare davanti a tutti in Via Roma, ma oggi il veronese non disponeva la forma migliore, vista ad esempio in quella splendida prova di Darfo Boario Terme dello scorso giugno. Rimane così eterno il digiuno per il titolare del tricolore nella Classicissima: l’ultimo campione nazionale a far propria la Sanremo risponde al nome di Fausto Coppi, che vi riuscì nel lontano 1947. Tenterà in futuro, l’olimpionico di Rio, a prendersi la classica che più gli sta a cuore.

Alaphilippe attacca, attende e scommette su di sé
Invece di diminuire l’andatura per attendere il velocista designato, Stybar continua a spianare il Poggio, contribuendo a mettere fatica nelle gambe altrui, velocisti principalmente. La strategia, in diretta, pareva rischiosa: ma come, elimini di tua volontà la tua miglior pedina in caso di arrivo allo sprint per provare a giocartela diversamente, fermo restando che la gran parte delle ruote veloci è ancora presente nell’avanguardia del folto plotone?

Il casinò a Sanremo, però, è un’istituzione consolidata; provare a vedere se gli altri hanno in mano una scala reale o una semplice coppia è stata la decisione presa in ammiraglia da Davide Bramati. Che si è rivelata vincente su tutta la linea; sfruttando il tentativo di Bettiol e Turgis, Julian Alaphilippe parte in contropiede nel tratto chiave dell’ultima asperità. Solo un grande sforzo di Peter Sagan permette di andare a riprendere il nativo di Saint Armand Montrond, che decide a sua volta di giocare d’azzardo.

Nella volata contano le gambe, le migliori sono di Alaphilippe 
Tra i discesisti più forti del lotto, il francese si pone in coda al drappello di testa, rifiutando di collaborare e scegliendo di puntare le fiche in maniera differente. Non si muove neppure quando Matteo Trentin prova il colpo a sorpresa una volta tornati sull’Aurelia, attendendo tutto per la volata. Dove lui, certamente in possesso di buon spunto veloce, non è comunque il più dotato; il suo penultimo successo in uno sprint compatto risale al Tour of Britain 2018, in un traguardo che tirava leggermente all’insù. L’ultima, invece, è storia recente, con il colpo di genio (tanto per cambiare) di lunedì scorso a Jesi.

Ma con Via Roma ha un conto aperto risalente al 2017 quando, al debutto nella Classicissima, cede per pochi centimetri a Kwiatkowski e Sagan. Guarda caso i due principali avversari anche di oggi; ma questa volta la storia è diversa. Merito di uno stato di forma spettacolare per “Loulou“, come viene chiamato dai compagni, che gli consente il settimo successo in ventidue giorni di gara, lui che nelle prime cinque stagioni tra i pro’ ne ha raccolti diciotto. Numeri che lo portano, a soli ventisei anni, già tra i grandi dl ciclismo francese post Hinault. La forma mostrata nell’ultimo mese lo aveva giocoforza posto come grande favorito per salire sul gradino più alto del podio; tramutare sulla strada le potenzialità, però, è tutt’altro che scontato.

Una parte del merito, come detto, va alla Deceuninck-Quick Step e alla volontà di rischiare; può andar male, può andar bene, ma i belgi raramente si muovono in maniera delittuosa (l’eccezione alla regola è la funesta Omloop Het Nieuwsblad 2015). E l’appetito vien mangiando; le prossime tre settimane sono quelle tradizionalmente più attese e redditizie per il team, che ora gongola al pensiero su come far fruttare la costante superiorità numerica; stiamone certi, da qui alla Roubaix li vedremo ancora brindare con (ahiloro) la birra analcolica. Perché vincere aiuta a vincere.

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