Matteo Trentin all'attacco alla Milano-Sanremo © Getty Images
Matteo Trentin all'attacco alla Milano-Sanremo © Getty Images

È un’Italia dimessa quella uscita da Sanremo?

Dubbi e speranze per il movimento azzurro dopo la Classicissima: se i risultati sono spesso legati anche a episodi, la presenza dei nostri nelle gare di un giorno non è trascurabile e induce all’ottimismo

Milano-Sanremo 2019, ordine d’arrivo: scorri scorri scorri, il primo degli italiani è sempre lui, lo stesso di 12 mesi fa. Ma se nel 2018 bastò guardare la casella numero 1 per trovarlo, oggi dobbiamo scendere fino all’ottavo. Quello che non cambia è la tenacia di Vincenzo Nibali – è di lui che si parla – ovvero di uno che con la Classicissima dovrebbe aver poco a che spartire, e invece è sempre lì che se la combatte, per strappare un piazzamento buono, e casomai vincerla una volta o l’altra…

Di Nibali non dobbiamo più scrivere nulla che possa illustrarlo più di quanto lui non abbia fatto da sé medesimo, lo aspettiamo sui suoi prossimi traguardi e relativamente a ieri possiamo passare in rassegna gli altri.

Partendo da due sconfitti eccellenti, uno Matteo Trentin, l’altro Elia Viviani. Giunti entrambi al massimo della maturità e della convinzione nei propri mezzi, avevano in questa Sanremo un banco di prova non diciamo definitivo, ma certo molto importante.

 

La giornata storta di Viviani
Elia Viviani, assurto in questi ultimi mesi a cavallo tra 2018 e 2019 al rango di velocista tra i due-tre più forti al mondo (se la gioca con Fernando Gaviria e Dylan Groenewegen, a occhio e croce), aveva dato tutto l’anno scorso per scavallare il Poggio coi migliori, e ci era riuscito, salvo giungere sfiatato alla volata; che poi era una volata di battuti, assegnava giusto il secondo posto, ma quel Viviani non avrebbe mai potuto buttare via una piazza d’onore alla Sanremo: non fu la volontà a mancare, insomma, ma le gambe. Ora ci aspettavamo che quel piccolo grande gap prestazionale venisse colmato, e invece – a conferma del fatto che le giornate non sono mai una uguale all’altra, e che non si segue un andamento regolare nelle cose di sport – Elia ha come fatto un passo indietro, staccandosi sul Poggio dopo aver perso progressivamente terreno già sul forcing della sua stessa Deceuninck-Quick Step.

Una tattica, quella del team belga, volta a favorire la forma scintillante di Julian Alaphilippe (che infatti poi ha vinto) ma che sarà passata senz’altro da un check sulle condizioni del veronese: “ci sei, stai bene, sarai in grado di sprintare, di vincere la volata di gruppo?”. E le risposte di Viviani non devono essere state positive, se poi il team ha optato per la carta francese sul Poggio.

Se c’è una cosa che abbiamo imparato su Elia, comunque, è che è un ragazzo molto capace di riscattarsi dopo gli inevitabili passaggi a vuoto: per cui aspettiamolo di nuovo protagonista nelle prossime corse adatte a lui, ovvero nell’ordine De Panne-Gand-Scheldeprijs. In particolare con la seconda ha un conto in sospeso.

 

Trentin, braccino o eccesso di confidenza?
Matteo Trentin invece coi migliori ci stava, e anzi si segnalava come uno di quelli con la gamba più rotonda in assoluto. Sulla discesa del Poggio è stato lui a mettersi a tirare il drappello dei big, poi una volta tornati in piano ecco l’idea malsana: lo scatto per anticipare tutti, a due chilometri dalla conclusione. Uno veloce come il trentino, in un gruppetto in cui c’erano sì dei rivali rapidi a loro volta, ma nel quale avrebbe avuto ogni possibilità di centrare quantomeno un podio, ha preferito far diversamente, non aspettare lo sprint.

Cosa si cela dietro a questa scelta? Un minimo di timore di non essere all’altezza dei Sagan e dei Kwiatkowski, dei Van Aert e degli Alaphilippe, al termine di una gara tanto lunga e di complessa interpretazione? Il ricordo della beffa di Bergen 2017, quarto posto mondiale che ancora gli brucia parecchio? O un’insopprimibile voglia di primeggiare, di farla in barba a tutti, di dimostrare in maniera definitiva il proprio valore, andando a vincere la classica italiana più ambita?

Il problema – quale che sia la motivazione che ha spinto Trentin (probabilmente un mix delle tre ipotesi che abbiamo testè espresso) – è che il giochino non è riuscito a Matteo: l’hanno inseguito, anche in maniera furente (vedi alla voce Wout Van Aert), e l’hanno raggiunto, lasciandolo con le polveri bagnate in vista dello sprint; e infatti il capitano della Mitchelton-Scott non è riuscito ad andare più su del decimo posto. Prima di parlare di “occasione sprecata” per lui, attendiamo le classiche fiamminghe: da lì passa moltissimo del senso del 2019 del trentino.

 

Gli altri italiani tra le pieghe della Sanremo
Sonny Colbrelli aveva in squadra il citato Vincenzo Nibali e pure un Matej Mohoric sempre più convincente in qualsiasi cosa faccia; nonostante ciò, nessuno si sarebbe scandalizzato se il bresciano fosse riuscito a stare con Trentin e gli altri, o quantomeno nel gruppetto dei suoi compagni di Bahrain-Merida, rientrati in seconda battuta su quelli che si erano avvantaggiati sul Poggio. E invece niente di tutto ciò, e una prova piuttosto anonima per un corridore che in passato aveva già saputo essere in qualche modo protagonista nella Classicissima.

Ben più visibile la prestazione di Alberto Bettiol, reduce da ottime prestazioni alla Tirreno-Adriatico: il toscano ieri ha vestito i panni di colui che ha dato la stura alla grande battaglia del Poggio, però dopo il suo forcing di metà salita non è riuscito a reggere l’urto imposto da Alaphilippe alla corsa, sicché ha lasciato agli altri il proscenio. La classica ciambella riuscita senza il buco.

Incompiuta anche la realizzazione tentata da Niccolò Bonifazio, sicuramente la più estemporanea della giornata: un attacco kamikaze sulla discesa della Cipressa, con curve pennellate al brivido, pieghe da motociclista, barbe fatte a guardrail e parapetti, traiettorie filanti eppure terrorizzanti per chi guardava. Non certo per lui che conosce la zona come le proprie tasche. L’azione del ligure è stata bellissima dal punto di vista scenico, non altrettanto efficace visto che poi è stato raggiunto dal gruppo a 3 km dal Poggio, ma comunque un modo simpatico per lasciare il segno, anche più di quella volta che fece quinto in volata: sicuramente la sua picchiata di ieri sarà tra gli highlights stagionali.

Così come entrerà in qualche indice di piccoli primati la quarta fuga di fila inanellata da Mirco Maestri nella Classicissima: insieme al compagno Alessandro Tonelli, e ad altri ragazzi Professional come Fausto Masnada (ultimo a mollare tra i fuggitivi) o Luca Raggio, per non parlare dei Novo Nordisk Umberto Poli e Andrea Peron, Maestri ha caratterizzato tutta la lunghissima prima fase della corsa (quella che si esaurisce tra Capi e Cipressa, per intenderci). Azioni destinate a fallire prima o poi, ma che vengono effettuate ugualmente: non è un po’ anche questa l’anima del ciclismo?

 

Si guarda avanti con fiducia
Cosa ci suggerisce questo punto sugli italiani impegnati nella Classicissima 2019? Che non siamo messi poi tanto male, al di là dei risultati di una singola giornata: se per i grandi giri si profilano secche epocali nei prossimi anni, a partire dal momento in cui Vincenzo Nibali si farà da parte (a meno che Fabio Aru dopo la prevista operazione all’arteria femorale iliaca non ritrovi il se stesso che fu), per le classiche siamo ben forniti di pezzi originali e ricambi di qualità.

Può andar male la giornata di una (o qualcuna) delle nostre vedette, ma come quantità abbiamo numeri che ci garantiscono una presenza non trascurabile nelle fasi che contano delle corse più belle. Vincere poi dipende da tanti fattori e non è mai scontato né facile, ma importa già esserci. Ieri negli 11 del drappello che si giocava il successo i nostri erano in due, esattamente come i belgi; le altre nazioni, dalla Francia del vincitore all’Olanda di Dumoulin che chiudeva la fila, avevano tutte un unico rappresentante (Polonia, Slovacchia, Slovenia, Spagna e Australia, oltre a quelle già citate). E non si tratta di un qualcosa da rapportare all’italianità della corsa, dato che ormai questi dati, a livello di World Tour, contano poco: ad aumentare l’incidenza nazionale in una startlist ci pensano infatti le Professional, invitate di solito basandosi su fattori geografici; ma i corridori di quelle squadre difficilmente arrivano a giocarsi certi finali.

Inoltre c’è da aggiungere che alcuni brillanti esponenti del recente ciclo italico da classiche (pensiamo a Davide Ballerini nell’Astana) sono stati utilizzati ieri in veste di gregari, mentre un faro come Gianni Moscon era proprio assente.

Visto e considerato quanto sopra esposto, il verdetto con cui ci azzardiamo ad appropinquarci alle classiche del pavé, all’indomani della Milano-Sanremo, è di promozione dei nostri, pur con qualche riserva. Ma i tempi della gloria sperticata su tutta la linea per noi non son più, per cui prendiamoci quel che c’è e per le riserve pazienza: chi s’accontenta gode (almeno un po’).

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