La locandina di To The Fore
La locandina di To The Fore

Cicloproiezioni: To the fore

Viaggio divertito nel ciclismo secondo il cinema, diciottesima puntata: azione e adrenalina pura nella pellicola cinese di Dante Lam

Il cinema asiatico ha una certa fama per le pellicole d’azione, e quindi quanto tempo poteva passare prima che qualcuno da quelle parti dedicasse un film adrenalinico (per quanto di ben due ore) al ciclismo? Ebbene, quel tempo è già arrivato, perché nel 2015 il regista Dante Lam ha realizzato To the Fore, coproduzione fra Hong Kong e Cina presentata anche agli Oscar nella categoria Miglior Film Straniero, ovviamente senza essere selezionata nemmeno per la cinquina. Del resto poco ci si può aspettare quando si scopre che gli attori per rappresentare lo sforzo imitano le stesse smorfie super deformed degli anime.

Qui sopra siamo in un velodromo, durante una sorta di provino per selezionare gli atleti più validi. Gli asiatici (o perlomeno gli asiatici coi soldi, e per fare questo film ne sono stati usati parecchi) sono ipertecnologici e possiamo ammirare misurazioni elettroniche e modernissime di bpm, volumi cardiaci, capacità polmonare, ossigenazione e chi più ne ha più ne metta, in realtà tutta una manfrina per far sì che alla fine i nostri due protagonisti, Qiu Tian e Jiu Ming, firmino per la Radiant, una continental locale.

Certo, il mondo delle squadre di terza categoria vive sempre nell’ambiguità, ma anche se si sogna di avere successo come il campione del mondo Rui Costa (all’epoca in quota Merida, che è sponsor massimo del film, avendo fornito per le riprese ben trecento bici da corsa), un contratto con una continental regala comunque quel dolce sapore di professionismo che vale la pena festeggiare. Di conseguenza possiamo qui di seguito ammirare Ming che sobriamente comunica il suo ingaggio a delle dottorande universitarie.

In una pellicola che punta su su effetti speciali e computer grafica, è sufficiente la faccia allegra e strafottente di Ming per capire che lui è il talento grezzo pazzerello e caciarone, ambizioso e amante del divertimento. Al contrario Tian è il faticatore pensieroso e poco incline a lasciarsi andare, cosa confermata lungo tutto il film dalle sue espressioni perennemente tristi o al massimo corrucciate.
Intanto arriva il giorno dell’esordio, e con il direttore sportivo si prepara la strategia. Più che una tattica di corsa sembra il piano di una rapina in banca (del resto, come detto, Dante Lam è uno dei registi d’azione più apprezzati a quelle latitudini), questa è la piantina del percorso, queste sono le facce dei rivali, questo è il punto per attaccare, tu fai questo, tu fai quello.

La gara inizia e scopriamo che, nonostante tutte queste premesse, alla fine si tratta di un semplice criterium. Dunque si sta tutti in gruppo sgomitando per prendere la testa (peraltro in una curiosa concezione dello sport dove ci si può muovere solo con almeno tre-quattro elementi dello stesso team al seguito), e di ciclismo come lo intendiamo noi se ne vede poco. Però ci sono tante belle inquadrature da videoclip che in un paio di minuti portano al mal di mare (e nei casi peggiori all’epilessia), e il regista ci conferma che a lui piacciono i momenti spettacolari più che l’epica dell’uomo solo al comando. In particolar modo le cadute.

I nostri due protagonisti, da ultimi arrivati nel team, sono però sacrificati nel lavoro di gregariato e negli incidenti a favore del capitano Jeong Ji-Won, stella del ciclismo locale. Questi tiene fede al suo ruolo e vince lo sprint che conclude la corsa. Il premio per tutti è una serata libera con la squadra femminile che si allena nello stesso velodromo, in perfetto stile festa delle medie dove maschi e femmine occupano in fila le opposte pareti della stanza, che però ci serve a capire come Ming e Tian puntino la stessa ragazza ( per la cronaca quella a destra, Huang Shi-Yao).

Dopo la (moderata) baldoria si torna alle competizioni, e sebbene ingenuamente pensiamo che una gara chiamata Taipei Road Race possa presentare un qualche tipo di asperità e situazioni di corsa più classiche, ci ritroviamo con la solita kermesse con volata finale annessa. In un montage veloce e adrenalinico ma allo stesso tempo monotono, si susseguono volate su volate, a Sizihwan, a Meishan, a Taichung e in altri posti ancora, fra paesaggi bellissimi e tattiche di gara perlomeno rivedibili, tipo piazzarsi con tutta la squadra in prima fila nel gruppo e non lasciar passare nessuno usando spesso le maniere forti.

Abbiamo comunque il tempo (visto che To the fore è un film piuttosto lungo) di conoscere più nel dettaglio i due protagonisti, per quanto comunque le rispettive personalità risultino lo stesso tagliate con l’accetta. Tanto esuberante Ming quanto Tian risulta timido, la loro amicizia è quella classica degli opposti che finiscono per trovarsi, binomio particolarmente funzionale nel cinema e nei libri. Da buoni atleti sono ovviamente molto competitivi, si sfidano a chi solleva più casse di birra, a chi beve di più, a chi fa durare di più il surplace in pista, a chi riesce a guidare meglio le minibici.

Se tutte queste attività possono essere viste come metafora della lotta fraterna vissuta comunque all’interno di una grande amicizia, l’arrivo sulla scena di una ragazza cambia le cose, come spesso accade. I due infatti finiscono a contendersi pure le attenzioni di Huang Shi-Yao, ex promessa del ciclismo femminile fermata da un’embolia polmonare, ma ora tornata agli allenamenti. Lei possiamo vederla chiaramente preoccupata, non si sa bene se dai suoi problemi di salute o dalla pochezza dei suoi spasimanti.

Poi vabbè, si riprende a gareggiare e ci aspettiamo il solito sprint, e invece il regista ci stupisce con la sua passione per le cadute, facendo finire a terra tutto il gruppo (e in questo caso “tutto” non è una metafora) a poche centinaia di metri dal traguardo. Incredibilmente a nessuno di quelli che si rialzano funziona la bici, così non si può fare altro che cominciare a correre verso la linea d’arrivo. Meglio non farsi troppe domande, basti sapere che serve il fotofinish per decretare il vincitore, come se fossimo alla finale dei cento metri alle Olimpiadi.

Come detto, Huang Shi-Yao è reduce da un serio problema di salute che l’ha costretta a un lungo stop, così si allena duramente cercando di ritrovare la forma perduta. L’intraprendente Ming approfitta allora di una sera in cui è rimasta solo la ragazza a girare in pista, passando qualche banconota al custode del velodromo per far andare dagli altoparlanti una musica romantica e farsi posizionare le luci giuste. Come in tutti i film sul ciclismo che si rispettino, quando un giovane maschio deve far colpo su una femmina della sua specie non può mancare il momento delle acrobazie su due ruote.

Ma il fresco idillio viene presto interrotto dagli impegni agonistici, e incredibilmente scopriamo che persino nel calendario sud-est asiatico esiste una corsa comprensiva di salita (il Wuling Pass, per chi fosse interessato, dove si disputa annualmente la Taiwan KOM Challenge). Appare così fuori contesto che nella classica riunione pre-gara i ragazzi della Radiant guardano l’altimetria con una faccia che sembra dire: cosa cacchio è quella riga che va verso l’alto? Se la ricostruzione delle situazioni di corsa nelle kermesse era parsa lontana dal reale, qui entriamo proprio in un’altra dimensione, dove solo le squadre nella loro interezza possono attaccare o perdere terreno.

Fra l’altro sono sempre gli stessi due team (la Radiant e i rivali della Phantom) che si muovono, guadagnano strada, vanno in crisi, si staccano di secondi e poi li recuperano, mentre nel frattempo il resto del gruppo resta fermo e monolitico, a fare da sfondo come i boschi e le vallate, come i fondali di default in Cycling Manager. La discesa almeno offre spunto per una manciata di inquadrature spettacolari, mentre una galleria è occasione per la testata del capitano della Phantom a Ming, che cade ma comunque riesce a rientrare e vincere la volata finale.

Con l’alloro della vittoria e i punti guadagnati nell’esibizione acrobatica al velodromo, Ming la sera invita fuori Shi-Yao. Lui però non si dimostra il migliore dei cavalieri, visto che la porta in un locale discretamente squallido dove inoltre fa amicizia con una cougar alcolista con cui ingaggia una sfida a chi regge meglio l’alcol. Sfida che Ming perde. E la serata allora finisce così, con lui mezzo collassato sul divano e Shi-Yao che ripensa con nostalgia ai bei tempi dell’embolia polmonare.

Purtroppo i continui successi non impediscono allo sponsor del team di abbandonare la nave. Senza più il budget per andare avanti, la Radiant è costretta a chiudere, nel momento più malinconico del film. Il manager, quasi alle lacrime, prova a protestare, a lamentarsi, a chiedere una qualsiasi cosa, ma si sa come funzionano queste situazioni, e che a livello di continental c’è poco da fare. Ragazzi, è stato bello, buona fortuna a tutti.

I membri della Radiant si accasano così in altre formazioni, dove diventano immediatamente capitani. I leader dei vari team vengono intanto impegnati fra lussuose feste in smoking e servizi fotografici con modelle e macchine da corsa, in uno sfarzo tanto ostentato che nel ciclismo non si sogna nemmeno al Tour. Il vecchio capitano Ji-Won e la giovane promessa Ming sono in primo piano, giustamente soddisfatti del loro ruolo, mentre Tian come al solito si intristisce sullo sfondo, a fare la comparsa insieme agli altri.

Ji-Won infatti è in testa alla classifica della challenge stagionale che raggruppa le varie prove (e di cui solo ora, a più di metà film, scopriamo l’esistenza), Ming però ottiene ottimi risultati negli sprint che inevitabilmente continuano a succedersi con puntualità sfiancante, tanto da arrivare a giocarsi il successo finale nell’ultima prova a Shanghai. Qui però è un suo compagno, da lui maltrattato e insultato in precedenza, a sbilanciarlo al momento cruciale, facendogli perdere volata, gara e challenge. Dopo il traguardo Ming vorrebbe aggredirlo e sono i commissari dell’antidoping a doverlo trattenere.

Ming finisce per litigare anche con Shi-Yao, che lo molla. Curiosamente arriva Tian a cercare di consolarla, quando si dice che gli amici si vedono nel momento del bisogno…

Si susseguono poi vari eventi a velocità degna della successione di sprint della challenge asiatica, dove vediamo Ming che non si fa scoraggiare dagli eventi e passa la notte con la modella del servizio fotografico, viene poi squalificato dalla commissione disciplinare per l’aggressione al compagno di squadra, mentre nel frattempo Ji-Won licenzia il suo manager incapace di trovargli un ingaggio in Europa. Intanto Tian si dichiara a Shi-Yao facendole prendere una crisi respiratoria (lei lo vede solo come un amico, eggià) ma, per compensare le difficoltà di entrambi, decidono insensatamente di buttarsi da un ponte in modalità bungee jumping.

Friendzonato dalla ragazza, Tian deve fare i conti anche con il lato sportivo della sua esistenza, dove pare non possedere il talento sognato, visto che nelle gare locali si piazza sempre ben distante dai suoi vecchi compagni Ming e Ji-Wong (“perché tu non vinci mai?” gli domanda innocentemente un bambino). Così, per l’inizio della nuova stagione, sceglie di passare al lato oscuro e si dà al doping.

Inizia così a trionfare in diverse volate fra lo stupore di tutti, compreso l’amico Ming che, momentaneamente squalificato, riprende a fare il barista sulla spiaggia approcciato dalle solite milf etiliste. Nel frattempo Shi-Yao torna alle competizioni in una gara su pista, giusto in tempo per finire a terra durante la prova della corsa a punti. Naturalmente in To the fore si cade sempre con un certo effetto scenico.

Ma Shi-Yao non è la sola a terminare in ospedale. Tian infatti continua a vincere corse su corse, almeno finché non vediamo il computerino sulla sua bici segnare una frequenza cardiaca di quasi trecento battiti al minuto. L’immediato collasso e il successivo ricovero d’urgenza sono le conseguenze inevitabili.

Tian ovviamente viene squalificato per doping, e quindi si ritrova fuori dal giro proprio come il suo amico Ming. Dal canto suo Shi-Yao, per le conseguenze della caduta in pista, è costretta ad abbandonare del tutto l’attività agonistica. Tian comunque non si dà per vinto e prova a riciclarsi nel giro del keirin, dove fra scommesse legali e non, personaggi ambigui e accordi sottobanco non si sta tanto a sottilizzare su chi è colpevole di cosa.

È Ming ad andare a cercare il vecchio amico per convincerlo a tornare al ciclismo su strada, coinvolgendolo in una madison fatta di cadute (ovviamente), body lacerati, entusiasmo e sacrificio. Nel frattempo, giusto ora che la squalifica di entrambi sta volgendo al termine, il manager della defunta Radiant ha trovato un nuovo sponsor per creare una nuova continental così da presentarsi al via della nuova stagione. En passant, il nuovo sponsor si chiama Nova.

Curiosamente stavolta, invece delle solite volate in successione, ci ritroviamo una gara di endurance nel mezzo del deserto del Tengger, in Cina. In un’atmosfera surreale, con i corridori che percorrono strade dritte e infinite circondati dal nulla, senza intravedere non si dice uno spettatore, ma nemmeno le ammiraglie o le moto al seguito. Naturalmente ci sono però un sacco di cadute, e quando cade l’intero gruppo non si intende certo una metafora.

Abbiamo ventagli, tempeste di sabbia, caldo atroce seguito da improvvisi nubifragi. La corsa, questo campionato mondiale degli eventi atmosferici, ha una lunghezza indefinita e i nostri due protagonisti, insieme al vecchio capitano Ji-Wong, se la fanno tutta in testa, con un netto vantaggio sul resto del plotone, o almeno così immaginiamo visto che lungo le strisce d’asfalto che si perdono a vista d’occhio per chilometri e chilometri non vediamo nessun altro ciclista a parte loro. Eppure questo distacco, che pareva potersi misurare solo con una clessidra, non è sufficiente perché all’ultimo chilometro si rifà sotto il gruppo e così ci si lancia (e come ti sbagli) per la volata finale.

È Tian a essere incoronato vincitore dal fotofinish, ma questo non è sufficiente a togliergli di dosso la macchia del doping. Infatti, quando un anno dopo li ritroviamo tutti e tre in Europa, lui è ad allenarsi da solo sulle Alpi svizzere. Gli altri due invece sono al via della Tre Valli Varesine, Ji-Wong in una formazione minore creata per l’occasione, e Ming nella Lampre-Merida, a fianco di Rui Costa ancora in maglia di campione del mondo (nonostante narrativamente siano passati tre anni dall’inizio della storia, manco fosse Sagan). Se dunque come film in sé To the Fore ci ha lasciato parecchie perplessità, possiamo almeno dire che ci fatto capire un sacco di cose sui numerosi ingaggi di corridori asiatici nella formazione di Saronni, in quegli anni.

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