Giulio Ciccone sul podio con la targa per il passaggio in testa sul Mortirolo © LaPresse
Giulio Ciccone sul podio con la targa per il passaggio in testa sul Mortirolo © LaPresse

Giulio il caparbio alla fine ebbe ragione

Ciccone suggella con la vittoria un Giro coraggioso e confortante per il futuro

La maglia di miglior scalatore, conquistata già nella prima giornata a Bologna, scalando più rapidamente di tutti il San Luca, lo ha reso idealmente un piccolo principe azzurro. Effettivamente il Giro d’Italia di Giulio Ciccone si è trasformato fin dalle prime frazioni una sorta di epopea ciclistica, in cui riuscire a conseguire il proprio obiettivo superando svariate difficoltà e riuscendo a fare tesoro dei propri errori.

Man mano però che la leadership tra i grimpeur si faceva sempre più salda, il giovane talento di Brecciarola (popolosa frazione alle porte di Chieti, entro il cui circondario ricade) ha idealmente sguainato la sua spada, crescendo a dismisura nel corso delle varie giornate, lì dove alcuni avrebbero potuto lecitamente nutrire dubbi di tenuta. Mille allunghi, centinaia di chilometri in testa al gruppo senza lesinare la benché minima stilla di sudore in vista della giornata campale: la Lovere-Ponte di Legno con il leggendario Mortirolo da scalare. Una giornata fatta apposta per una lotta per le investiture: da chi era chiamato all’azione per cercare di vincere il Giro a chi, in virtù di una prestazione speciale, potrebbe meritare in un giorno non lontano l’appellativo di campione.

Nonostante la forzata rinuncia al Passo di Gavia, Giulio Ciccone si è regalato un capolavoro in grado già di suggellare in maniera indelebile il proprio Giro d’Italia, in attesa di capire se davvero toccherà a lui, tra non molti anni, essere lì a giocarsi concretamente quella maglia rosa agognata da tutti. Si è preso il secondo successo personale al Giro (dopo quello di Sestola del 2016, agli esordi nella corsa rosa) con la caparbietà e la grinta tipica degli abruzzesi che si prefissano, con ammirevole ostinazione, i propri obiettivi. Proprio la giornata di oggi ci dà quindi la possibilità di riavvolgere un po’ il nastro e di proiettarci verso quel futuro che, si spera, possa essere più vicino di quanto si pensi.

La maglia azzurra: un obiettivo inseguito fin dai primi dentelli
Come detto nell’introduzione, la maglia azzurra ha rappresentato fin dal primo momento un chiaro obiettivo per il corridore teatino: conquistate le insegne della speciale classifica nella giornata inaugurale, lo abbiamo visto in fuga già nella prima frazione in linea da Bologna a Fucecchio, con un finale nervoso ma non abbastanza per le ambizioni di successo di un atleta con le sue caratteristiche. Il piano era chiaro: conquistare subito un buon vantaggio nella graduatoria, scollinando per primo (com’è poi avvenuto) sul Montalbano e sul San Baronto.

Una tattica fruttuosa, certo, ma che non ha mancato d’innescare le discussioni tra appassionati e addetti ai lavori, in merito all’opportunità di consumare subito parecchie energie nella prima settimana, in considerazione di un prosieguo di gara in cui Ciccone, oltre ad avere libertà di giocare le proprie carte, sarebbe stato comunque chiamato ad assecondare le ambizioni di classifica di un capitano esperto come Bauke Mollema. Ancor più la questione si è fatta pepata nella breve frazione da Frascati a Terracina: l’allungo di Giulio sulle prime ascese di giornata, non contrassegnate dal traguardo GPM, aveva fatto sorgere più di una perplessità, con conseguenti tirate d’orecchie bonarie (a cui l’abruzzese non ha mancato di sottrarsi al pungolo, peraltro con estrema cordialità) avvenute anche su queste pagine.

Incurante di polemiche e diversità di vedute, Ciccone ha però perseverato nel suo atteggiamento battagliero, nonostante abbia dovuto incassare la delusione di aver mancato la fuga proprio nella tappa affettivamente più attesa (la Vasto-L’Aquila), mostrando comunque i denti già l’indomani verso la suggestiva ascesa di Gabicce Monte, che precedeva il traguardo di Pesaro, in cui la reazione del gruppo aveva fatto naufragare nuovamente le sue speranze. Man mano però che si sono susseguite le tappe più attese da tutti gli scalatori, l’atleta teatino (pur cedendo la maglia azzurra al compagno di squadra Brambilla a Pinerolo) ha continuato a non perdere di vista l’obiettivo principale, nel mentre anche la ragion di squadra reclamava la sua parte. Risultato: abbiamo ammirato un Ciccone inesauribile e in grado d’incendiare il cuore degli appassionati, nonostante poi la fuga finisse per risultare segnata.

Ne è derivata una pioggia di punti che ha letteralmente blindato le sue ambizioni di portare la maglia fino a Verona, fino a quest’oggi, in cui il Mortirolo ha rappresentato la ciliegina sulla torta: a 5 tappe dalla conclusione e con uno score di 229 punti contro i 66 di Richard Carapaz, all’abruzzese non resterà che fare attenzione a tenersi fuori dai guai, in virtù del suo abissale vantaggio.

Il capolavoro di Ponte di Legno, un inno alla perseveranza (con qualche pecca di gioventù)
Nonostante la soddisfazione per la leadership tra gli scalatori, era sufficiente ascoltare le interviste del dopo tappa per rendersi conto di quanto Ciccone fosse tutt’altro che appagato dal suo Giro: il vero e proprio obiettivo, oltre a quello di aiutare Mollema, era quello di tornare a vincere una tappa dopo 3 anni. Traguardo certamente ambizioso, in considerazione della grande lotta da ingaggiare con chi la vittoria di questo Giro se la sta giocando materialmente ma che, col passare dei giorni, è divenuto sempre meno miraggio.

Probabilmente è stata questa la grande risposta data da Ciccone nel corso delle giornate: le grandi doti di recupero dopo sforzi notevolissimi. Già salendo verso lo spettacolare arrivo di Ceresole Reale, l’abruzzese aveva impressionato con le sue tirate in testa al drappello dei fuggitivi, dando l’impressione di avere una gamba addirittura migliore rispetto a quella del proprio capitano, presente nella fuga di giornata in una tattica splendidamente orchestrata dai Trek-Segafredo. Ripreso dai grossi litiganti di questo Giro, è riuscito a concludere il suo sforzo appena davanti ad un Simon Yates che proprio in quella giornata sembrava salutare definitivamente le proprie ambizioni.

L’indomani la durissima e breve tappa di Courmayeur ce l’ha riproposto davanti fin dalle prime battute per una nuova infornata di punti sui GPM e con l’eventualità di fungere da interessante testa di ponte. Anche questa volta però la reazione del gruppo l’ha spietatamente fagocitato sulle ultime, micidiali rampe del Colle San Carlo. Maglia azzurra ormai in cassaforte ma vittoria di tappa che continuava inevitabilmente a sfuggire.

Si è giunti alla tappa odierna, altra ghiotta occasione per gli avventurieri a dispetto della lotta per la generale: fuga nata già sulle rampe della Presolana, primi punti conquistati su Cevo e Aprica e quindi la vera e propria prova del nove: il Mortirolo, uno degli esami più severi e attendibili per gli scalatori di razza. Proprio qui Ciccone ha dimostrato, oltre alla proverbiale grinta, una gestione davvero ottimale dello sforzo in salita, salendo sempre del suo passo e non rispondendo alle fastidiose stilettate del ceco Hirt, che invitavano ad un pericoloso fuorigiri. In prossimità dello scollinamento (all’inizio quindi dell’ultima parte di tappa) si è verificato il primo episodio che avrebbe potuto costare molto caro all’abruzzese: mentre la pioggia scendeva copiosa, all’approccio di una discesa resa pericolosissima dal fondo bagnato, Ciccone ha ricevuto la mantellina dal proprio massaggiatore ma, nella foga del momento, non è riuscito ad indossarla, gettandola poi via in un gesto di stizza e decidendo di ripiegare, poco dopo, sul classico foglio di giornale.

Considerando la concitazione dei momenti, una discesa da fare a tutta per non veder vanificare il vantaggio acquisito, il vedersi gli arti e il viso bloccati improvvisamente dal freddo avrebbe potuto costituire un ostacolo insormontabile verso il traguardo. Per di più, è sopraggiunto anche un elemento nuovo ad innervosire non poco Ciccone: avvisato del tentativo del proprio capitano Lopez nelle retrovie, Jan Hirt ha smesso improvvisamente di collaborare, lasciando così Giulio a sbraitare per cercare di dare un nuovo impulso all’azione, che altrimenti avrebbe rischiato di sfumare sull’infido falsopiano conclusivo. Anche in questa situazione la gestione dei nervi da parte dell’abruzzese è stata particolarmente delicata, rischiando di fargli compromettere l’obiettivo in un eccesso d’impulsività.

Nonostante questi peccati di gioventù, di cui sicuramente far tesoro per il futuro, Ciccone non si è fatto travolgere dagli eventi, ritrovando la giusta lucidità nel momento in cui il ceco è tornato a collaborare. La gestione del finale, col giusto sangue freddo, essendo il corridore più veloce allo sprint, ha spalancato le porte all’urlo liberatorio sul traguardo per l’essere riuscito a centrare l’obiettivo più importante di tutto il suo Giro.

Il futuro: un grande giro per testarsi da capitano ma non solo
Cosa aspettarsi a questo punto dal corridore teatino per il futuro? Sicuramente l’attitudine di Ciccone per le gare a tappe, corse quasi sempre con spirito garibaldino, non la stiamo scoprendo in queste settimane: i precedenti tra gli Under 23, quando seppe essere protagonista tanto al Giro della Valle d’Aosta quanto al Tour de l’Avenir, erano stati già abbastanza indicativi in merito, così come le prime stagioni da professionista, in cui l’esordio vittorioso già al primo Giro disputato, rendevano particolarmente fiduciosi.

Di certo, l’aver risolto con successo anche un piccolo problema cardiaco che avrebbe potuto limitarne non poco le prestazioni sotto sforzo, ha contribuito a riconsegnarci un Ciccone assolutamente pimpante non appena la squadra sale. Lo step successivo da raggiungere, rispetto agli anni trascorsi in Bardiani, però è sostanzialmente uno: può, un atleta come Ciccone, trovare spazio come capitano in una formazione World Tour, in cui si ha costantemente la possibilità di confrontarsi con tutti i migliori interpreti dei grandi giri?

A nostro avviso il gioco vale la candela ed in questo anche la presenza in squadra di un corridore esperto di grandi giri come Bauke Mollema può aiutarlo non poco. Ciccone è partito in questo Giro “a fari spenti” ma sulle ali dell’entusiasmo la sua presenza nel gruppo dei migliori, anche dopo giornate spese interamente in fughe, si è fatta pressoché costante, tanto che al momento lo vediamo occupare la sedicesima posizione in classifica generale. Pensarlo già da ora nella veste di gregario di lusso può apparire quindi riduttivo e nuove valutazioni potranno essere fatte nel momento in cui all’abruzzese sarà affidata la leadership della formazione in una grande corsa a tappe (magari già alla prossima Vuelta di Spagna, piuttosto che aspettare il Giro 2020).

Resta però un altro aspetto che non può essere assolutamente trascurato: le gare in linea particolarmente impegnative. Col tempo (e l’abbiamo visto anche quest’oggi), Giulio ha affinato un buonissimo spunto veloce, che gli aveva permesso di conquistare brillantemente anche il Giro dell’Appennino dello scorso anno. L’esordio sulle Ardenne avvenuto in questo 2019 (sempre correndo in appoggio a Mollema) si è concluso in maniera positiva, con una condotta di gara presente nelle fasi calde della corsa, necessaria anche per imparare i giusti movimenti in un contesto caotico come può essere quello del finale di una Freccia Vallone o una Liegi-Bastogne-Liegi. Va da sé però che anche il Giro di Lombardia può essere un obiettivo assolutamente praticabile per un corridore delle sue caratteristiche, che nelle prossime stagioni potrebbe essere preso in considerazione anche per importanti obiettivi quali Giochi Olimpici e Mondiali (quelli del 2020 si disputeranno su un circuito particolarmente ostico).

In conclusione quindi, per Ciccone possono aprirsi ancora numerose porte, grazie ad una grinta che ben si abbina ad un fondo importante anche dopo certi chilometraggi. Al termine di questa giornata però, nella gioia incontenibile di una vittoria da ricordare, qualche speranza in più ci sarà sicuramente. Quella che il principe azzurro, un giorno, possa finalmente diventare re.

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