La presentazione bolognese delle squadre del Giro 2019 © LaPresse
La presentazione bolognese delle squadre del Giro 2019 © LaPresse

Il Giro è la nostra ancora di salvezza

Il movimento ciclistico italiano legato a doppio filo alla corsa rosa: più cresce lei, più sta bene un intero indotto. Nell’attesa che il Giro raggiunga il Tour, ecco la nostra analisi “politica”

Fare un bilancio del Giro d’Italia 2019, ripercorrere tre settimane di gara attraverso imprese, successi, sconfitte, protagonisti, illusioni e delusioni, attese soddisfatte e momenti di disincanto, psicodrammi (il Gavia!) e belle favole, sarebbe una maniera dolce per chiudere la parentesi rosa di quest’anno prima di proiettarsi mentalmente ai prossimi appuntamenti ciclistici.

Invece per una volta vogliamo dribblare tutto ciò, vogliamo renderci la vita un po’ più difficile e andare piuttosto ad analizzare lo stato dell’arte per quanto riguarda lo status politico della corsa italiana, anche nell’ottica dell’eterna sfida tra Giro e Tour. In un’epoca di grandi accentramenti di potere economico (in tutti i campi, a tutti i livelli), è quantomai rilevante fare ciclicamente un punto della situazione, e non ci sottraiamo. Non pretendendo di essere esaustivi riguardo a tutti gli ambiti di analisi, ripromettendoci magari di tornare su questo o quell’aspetto, tratteggiando un piccolo excursus su ciò che era, ciò che è, ciò che dovrà essere il Giro d’Italia.

 

Un po’ di storia: il ciclismo quasi nel dimenticatoio
Partiamo da un elemento di base: la vendibilità del prodotto Giro al suo pubblico storico, ovvero quello italiano. È notorio che il ciclismo, da noi, è un fatto di costume, di tradizione, ma ciò non toglie che trent’anni fa per un attimo si sia avuta l’impressione che la fine dell’epoca Moser-Saronni si portasse di colpo in un oltretomba di modernariato le biciclette e tutti i loro annessi e connessi.

In una storia sportiva che senza soluzione di continuità si era dispiegata dall’epoca dei pionieri a tutti gli anni ’80, proprio quel delicato passaggio parve il segnale di un mutato umore da parte del pubblico: il ciclismo, vissuto come una cosa vecchia e per vecchi, veniva abbandonato dalle nuove generazioni, attratte magari dal calcio che proprio in quegli anni ’80 viveva la sua età dell’oro, sull’onda lunga della vittoria mondiale del 1982, e intercettando come insostituibile e impressionante volano la riapertura delle frontiere, che permise l’arrivo nel “campionato più bello del mondo” di tutti i più forti fuoriclasse del globo.

Il rampantismo del calcio, la spendibilità a livello di immagine dei suoi protagonisti (che, spinti anche dalle tv commerciali, diventavano personaggi mediatici molto più che all’epoca dei due canali della Rai di stato), determinò un deciso cambio di ritmo. I flussi finanziari diventavano imponenti, e la distanza tra il pallone e il resto dello sport diventava voragine.

L’italian renaissance dei primi anni ’90 giunse improvvisa a interrompere una fase di caduta di interesse per il ciclismo (successiva all’epica scientifico-moseriana che aveva informato di sé la metà del decennio precedente), e fu invero salvifica per l’intero movimento. L’Italia disponeva ancora di eccezionali bastioni (su tutti: la supremazia mondiale dell’industria della bicicletta), ma dall’esterno incominciavano a giungere le prime sfide internazionali (ricordate o avete sentito parlare dell’impatto commerciale di Shimano?), e anche a livello sportivo – se eravamo ancora nella vecchia epoca del ciclismo di matrice principalmente europea – si cominciavano a porre le fondamenta della globalizzazione: Greg Lemond aveva aperto un varco che non si sarebbe più chiuso, e i politici del pedale avevano correttamente annusato l’aria che tirava. In questo Hein Verbruggen, che di lì a poco avrebbe rivoltato come un calzino il ciclismo con la sua epocale riforma, fu un visionario. Si può contestare il metodo o per certi versi pure il merito dell’attività del dirigente olandese, ma non si può negare l’impatto che Verbruggen seppe avere su un mondo che aveva comunque bisogno di essere svecchiato.

 

Un po’ di storia: il declino del Giro a cavallo dei secoli
Dicevamo dei salvifici anni ’90: Bugno e Chiappucci mostrarono la via, poi arrivò Pantani e fu un fragoroso rifiorire. Il movimento italiano si giovava di risultati spettacolari, sembravamo volare ma il riflusso post ’99 ci fece capire che il ciclismo, smesse le vesti di romanzo popolare, si era legato a doppio filo coi suoi personaggi più rappresentativi. C’è stato un prima in cui il ciclismo era seguito dalle masse perché era un fatto di pubblico interesse. C’è stato un dopo in cui il ciclismo era seguito dalle masse solo in presenza di qualche campione straordinario che fungesse da catalizzatore. Il controlavoro operato dal doping in tutta questa vicenda non vogliamo né possiamo qui approfondirlo, ma certo ha pure recitato un ruolo importante.

Mentre il ciclismo si spostava dall’essere un fatto di costume all’essere un fatto meramente sportivo, il Giro d’Italia viveva la sua personale parabola: provincializzatosi in maniera quasi irreversibile proprio nell’epoca Moser-Saronni, era diventato totalmente subalterno al Tour de France, le istituzioni (l’UCI) avevano certificato questo dato con politiche sempre più esclusiviste in favore della Boucle: un esempio tra tanti, l’assenza di gare in concomitanza con quella francese, al contrario di quanto avveniva per quella italiana.

Viveva, il Giro, della grande vivacità del movimento italiano, che ancora all’inizio degli anni ’00 poteva contare su una miriade di squadre professionistiche, e su decine e decine di corridori di livello medio-alto. Il colosso ciclistico italiano di fatto viveva di rendita sui decenni di strutturazione della sua stessa tradizione, ma quel che all’epoca (parliamo di 20 anni fa) non tutti percepivano era che quella rendita stava per veder esaurire i propri effetti.

 

Nella crisi italiana, la controtendenza del Giro
Quel che avvenne nei primi anni del nuovo millennio è più cronaca che storia. Le squadre italiane di massimo livello sparirono una dopo l’altra nel giro di un decennio, a partire dall’introduzione del Pro Tour (poi divenuto World Tour). Il movimento italiano, per molti versi un ciclismo gestito a pane e salame, si ritrovava di colpo a essere un pesce fuor d’acqua in un contesto che cambiava rapidamente pelle, votandosi all’internazionalità e alla creazione di una sorta di circuito chiuso (assimilabile per certi versi alla Formula 1) d’eccellenza.

La concomitante aridità sempre più evidente nei settori giovanili, la scarsa disponibilità di grossi investitori, la crisi economica che alla fine degli anni ’00 ha fatto pesantemente irruzione sulla scena, e anche le modifiche in termini di legge sulle sponsorizzazioni sportive (un ambito in cui in precedenza si erano consumate grandi pastette, con soldi elusi dalle tasse da parte di molte delle aziende che investivano), sono tutti elementi che hanno completato un quadro di devastazione di ciò che fino a pochi anni prima dava l’idea di essere florido.

Squadre che chiudevano, corse che sparivano, corridori che diminuivano (e il cui livello complessivo si abbassava). In questo tsunami, un solo elemento del ciclismo viveva una controtendenza clamorosa: il Giro d’Italia. Baciato dalla ricaduta di una regoletta che prevedeva l’obbligo di partecipazione di tutti i team Pro Tour a tutte le corse Pro Tour, d’un tratto si ritrovò ad avere al via le squadre più forti, perdendo all’istante quell’aura di campionato a tappe per club nazionali. Un regalo insperato, forse, ma una pietra fondativa su cui il Giro ha ricostruito in pochi anni se stesso.

 

Una crescita sempre più impetuosa
Che debbano venire 20 squadre internazionali (in origine, poi scese a 18) nella tua corsa, non vuol dire che ci verranno coi loro campioni: magari manderanno le seconde schiere. In effetti nei primi anni del Pro Tour le cose andarono proprio in questo modo. Tanti personaggi di scarso richiamo, onesti pedalatori, poche vedette internazionali, e competizione tenuta a un livello discreto dalla presenza degli italiani più forti.

Nel frattempo però il Giro aveva cominciato (già da qualche anno) a smarcarsi in maniera sempre più netta rispetto al competitor (il Tour) dal punto di vista dei percorsi: un disegno di gara soffocato dalle cronometro in Francia, la ricerca di tracciati più variegati in Italia, con la rinuncia a gran parte dei chilometri contro il tempo e la ricerca di nuove salite destinate a entrare immediatamente nell’immaginario collettivo. Due nomi: Zoncolan 2003, Finestre 2005. Al contempo si sostanziava – sempre nell’immaginario collettivo – la figura del Mortirolo (che era stato introdotto solo nel 1990) come di salita più selettiva del ciclismo di vertice.

Insomma, il Giro ha perseguito una propria specificità tecnica.

Non solo: si è concentrato anche su una specificità scenografica, proponendo scenari e paesaggi spesso mozzafiato, non disgiungendo quindi un discorso estetico da quello prettamente sportivo.

Non solo: ha guardato oltre frontiera, con le partenze dall’estero diventate un appuntamento fisso biennale, a partire dal 2010.

Non solo: ha lavorato molto bene dal punto di vista della comunicazione, imponendo all’estero il brand Giro e sfruttando alla perfezione l’ascesa dei social network.

Non solo: ha lavorato in maniera eccellente sulle startlist, provando (e da un certo punto in avanti riuscendoci) ad avere al via sempre almeno un paio di superstar dei grandi giri (compreso l’italiano di turno).

Il marchio Giro ha quindi cominciato a funzionare alla grande, e ciò è stato riconosciuto anche dagli attori del ciclismo: le squadre hanno smesso di mandare alla corsa rosa le pedine di scorta, la qualità media è cresciuta enormemente in questi anni ’10, e oggi la corsa rosa ha ridotto tantissimo le distanze dal Tour, distanze che da questo punto di vista parevano incolmabili solo 15 anni fa.

 

Se non c’era Nibali…
C’è un ulteriore elemento: il confronto tra Giro e Tour dal punto di vista dello spettacolo lo vince a mani basse la corsa italiana, e questo è diventato ormai un dogma, nel senso che proprio non c’è più discussione sul tema. Non lo diciamo noi amanti del Giro, lo dicono i commenti di una marea di appassionati di ciclismo di tutto il mondo: basta seguire gli hashtag della corsa rosa, o quelli della Grande Boucle, per rendersi conto dell’aria che tira a livello globale.

A RCS Sport va dato atto di aver operato benissimo in questi ultimi lustri. Ora quanto fatto non dovrà essere sprecato, e ci si aspetta che le scelte della società milanese continuino a essere vincenti: in tal senso è confortante il fatto che il nuovo proprietario Urbano Cairo abbia da subito confermato come un interesse aziendale prioritario la crescita del prodotto Giro.

Perché abbiamo tanto a cuore le sorti della corsa rosa? Non certo per una questione di affetto (non solo, perlomeno). In queste tre settimane a qualcuno dei nostri lettori sarà capitato di riflettere su un fatto: se non ci fosse stato Nibali in gara, a battagliare per la vittoria, che corsa avremmo raccontato? E a chi?

Il ciclismo in cui è necessario avere grandi nomi per avere un buon seguito (ciò di cui scrivevamo più su) è troppo legato alle contingenze: se la vena aurifera si esaurisce (e potrebbe succedere), il ciclismo non avrà più un pubblico, in Italia? Quando Nibali si ritirerà avremo un corridore alla sua altezza che possa fungere da catalizzatore, o brancoleremo nel buio?

Nel dubbio, è fondamentale che si sposti in maniera definitiva il focus, e che il ciclismo dei grandi nomi per cui tifare lasci il posto al ciclismo del grande evento da seguire. Non abbiamo fatto grossi studi di marketing per asserire ciò, ci siamo limitati a osservare quanto avvenuto per 20 anni al di là delle Alpi: il ciclismo francese per lustri non ha avuto corridori all’altezza di vincere un Tour, eppure è sopravvissuto benissimo proprio grazie all’importanza della sua corsa.

Lo stesso potrà succedere in Italia: che il ciclismo, grazie al traino del Giro, torni a essere un fatto di costume, perché la corsa rosa interessa le masse in quanto essa stessa importante, e che tale rilevanza non sia legata ai risultati dei campioni di casa. Si tratterebbe di un enorme ombrello rosa aperto a riparare tutto il movimento dagli eventuali guai che dovessero piovergli addosso, dalla scarsità di campioni alla carenza di grossi investitori, dall’eventuale declino dell’industria italiana alla sofferenza nei confronti della sempre più qualificata concorrenza internazionale in tutti gli ambiti del ciclismo.

Un campione di ciclismo può nascere ovunque. Viceversa il Giro, coi suoi percorsi e la sua imprevedibilità, e con la sua tradizione e il suo richiamo, può svolgersi solo in Italia. Questo valore aggiunto è enorme, e in RCS Sport danno prova d’averlo capito. Il nostro ruolo è di spingere – per quanto possibile dal nostro angolo di analisi e osservazione – nella direzione già intrapresa, e di ricordare agli appassionati che, più che per questo o quel ciclista, sarà il caso di tifare sempre più, sempre più fragorosamente, sempre più appassionatamente, per il vecchietto 102enne: il Giro d’Italia. Ne va della salute di tutto il nostro amato ciclismo.

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