Il podio finale del Giro d'Italia 2019 © LaPresse - Marco Alpozzi
Il podio finale del Giro d'Italia 2019 © LaPresse - Marco Alpozzi

Carapaz, un vincitore non per caso

Le pagelle del Giro d’Italia 2019: voti alti anche per Nibali, le rivelazioni sono Ciccone e Masnada. Yates e Jungels aprono la lista dei bocciati

Richard Carapaz – 10
Probabilmente tra qualche anno ogni volta che si parlerà del Giro d’Italia 2019, si riaccenderà il dibattito tra vittoria regalata oppure no: di sicuro ha saputo approfittare della marcatura tra Nibali e Roglic, ma l’ecuadoriano della Movistar si è dimostrato senza dubbio il più solido sui terreni impegnativi tra tutti i corridori in gara. In questo Giro nessuno è stato capace di staccare Carapaz in salita, e questo solitamente vuol dire assicurarsi una buona fetta di successo, in più ha vinto due tappe e non ha mai segno della benché minima difficoltà nei momenti chiavi, legittimando in maniera netta la sua vittoria; e non dimentichiamoci che a Orbetello perse 46″ per una caduta di altre mentre stava rientrando in gruppo dopo una foratura. La sua vittoria ha fatto gioire un paese intero e tra qualche anni i numeri del ciclismo ecuadoriano potrebbero crescere in maniera esponenziale.

Vincenzo Nibali – 8
Se avesse vinto sarebbe stato il più vecchio vincitore della storia del Giro d’Italia e questo ci dice già la portata dell’impresa che sarebbe potuta essere. La chiave del Giro di Vincenzo Nibali è tutta nelle due tappe di Lago Serrù e Courmayeur quando Richard Carapaz è scappato via mentre il capitano della Bahrain Merida, magari non brillantissimo in quei giorni, curava solo Primoz Roglic: in quel momento, viste le due crono dello sloveno, probabilmente chiunque di sarebbe comportato come Nibali, ma con il senno di poi si è rivelata una scelta sbagliata. A quel punto la situazione era ormai compromessa anche perché la Movistar si è dimostrata la squadra più forte in gara: Nibali è stato comunque bravo a staccare Roglic per assicurarsi almeno il secondo gradino del podio che fino a San Martino di Castrozza era ancora in bilico.

Primoz Roglic – 7.5
Primo podio in carriera in un Grande Giro per il corridore sloveno della Jumbo-Visma, probabilmente il primo di tanti altri. Roglic si era presentato al via da Bologna dopo aver vinto tutte e tre le corse a tappe disputate nel 2019: faceva paura a molti, e ne faceva ancora di più dopo le due cronometro in cui aveva rifilato distacchi pesanti a tutti. In salita invece Roglic si è ritrovato sempre da solo e con una gamba che non gli permetteva di seguire gli scalatori più forti: è stato anche sfortunato (la foratura di Como) ma se anche la gamba fosse stata migliore sulle montagne per lui sarebbe stato quasi impossibile arrivare in rosa a Verona con così poco supporto nei momenti decisivi dai compagni di squadra.

Mikel Landa – 8
Se non avvenisse sotto agli occhi di tutti, probabilmente faremmo fatica a crederci: anche quest’anno Mikel Landa ha messo in mostra una condizione fisica invidiabile, ma le giuste tattiche di squadra lo hanno frenato; non è la prima volta e sembra incredibile che capiti sempre a lui. L’esplosione di Richard Carapaz ha obbligato lo scalatore basco a fare da gregario in montagna, un ruolo che ha recitato sempre alla perfezione (magari malvolentieri) visto che in ballo c’era addirittura la maglia rosa finale. Lo stesso Carapaz ha poi provato a restituire il favore per provare a farlo vincere a Monte Avena, ma Mikel Landa ha trovato sulla sua strada il più esplosivo Pello Bilbao; resta comunque uno spettacolo vederlo pedalare sulle grandi salite.

Miguel Ángel López – 7
Allo scalatore colombiano dell’Astana ne sono successe di tutti i colori in questo Giro d’Italia: è caduto verso Frascati, ha forato nella crono di San Marino, altro problema meccanico salendo verso il Lago Serrù e poi l’incidente col tifoso a Monte Avena con tanto di reazione acclamata da molti appassionati. Tutti questi episodi lo hanno relegato al settimo posto della generale, un gran passo indietro rispetto al podio del 2018, ma in salita lo abbiamo visto più volte all’attacco con grande generosità per provare a riprendersi quanto gli toglieva di volta in volta la sfortuna. Alla fine la vittoria di tappa non c’è stata, la maglia bianca è un piccolo premio di consolazione. Ha un credito con la sorte.

Tom Dumoulin – sv
Il suo Giro d’Italia è terminato troppo presto per poter essere giudicato: la botta al ginocchio presa nella caduta a pochi chilometri da Frascati ci ha privato di uno dei favoriti per la vittoria finale, la cui presenza avrebbe senza dubbio avuto un impatto notevole sullo svolgimento del Giro. Chissà cosa sarebbe potuto succedere con lui in gara: il quinto posto nella crono del San Luca non era stato eccezionale, ma è impossibile trarre valutazioni da quello, di sicuro invece si merita tanti applausi e attestati stima anche solo per aver provato a ripartire il giorno successivo alla sua bruttissima caduta. A salvare il Giro della Sunweb ci ha pensato lo statunitense Chad Haga, vincitore della crono finale a Verona.

Simon Yates – 4
Si era presentato al via di questo Giro d’Italia cercando di spaventare i rivali, sia a parole sia con la decisione di non anticipare la partenza nella crono di Bologna: il risultato è stato che appena la corsa è entrata nel vivo con la cronometro di San Marino, lui ha iniziato inesorabilmente a perdere terreno dai migliori senza mai trovare per gambe per invertire la tendenza. Nella sua preparazione sono sicuramente stati commessi degli errori, forse condizionati anche dalla pura di ripetere il crollo verticale dell’anno scorso: un vero peccato perché la squadra stava bene, con un ottimo Hamilton e nel finale con il ritrovato Esteban Chaves, capace di vincere a San Martino di Castrozza.

Ilnur Zakarin – 6.5
L’unico acuto del suo Giro d’Italia è la vittoria al Lago Serrù dopo essere stato a lungo in fuga ed aver quindi staccato tutti i suoi compagni d’avventura: il suo ultimo successo era stato il Campionato russo a cronometro del 2017, quindi è stato importante per lui riuscire a tornare sul gradino più alto del podio. Quella vittoria, però, è stata una prestazione abbastanza isolata in un Giro in cui ha sofferto praticamente sempre sulle salite vere: il decimo posto in classifica generale è un discreto risultato, ma arrivato più per demeriti altrui che per reali meriti del russo della Katusha-Alpecin.

Pavel Sivakov – 7
La carriera giovanile di questo ragazzino russo, nato in Italia e cresciuto in Francia, aveva messo in mostra un potenziale fantastico ed infatti l’ex Team Sky, oggi Team Ineos, aveva fatto di tutti per metterlo sotto contratto: a soli 21 anni Sivakov ha lottato spalla a spalla con i più forti di questo Giro d’Italia mostrando grandi qualità, un personalità notevole e anche qualche piccolo limite in discesa. Il nono posto finale è un gran risultato, anche perché fino ad una settimana prima del via lui sarebbe dovuto essere uno dei luogotenenti di Egan Bernal assieme a Tao Geoghegan Hart.

Bauke Mollema e Rafal Majka – 6.5
Il corridore della Trek-Segafredo e quello della Bora-Hansgrohe hanno chiuso rispettivamente in quinta e sesta posizione nella generale finale, ma non sono riusciti ad incidere più di tanto nello svolgimento della corsa, soprattutto nelle tappe decisive dell’ultima settimana. Per Mollema c’è stato l’exploit della crono di San Marino e la fuga non concretizzata verso il Lago Serrù, Majka invece era a meno di 30″ dal podio a Courmayeur e poi è calato correndo sulla difensiva: in altre occasioni li abbiamo visti correre più all’attacco senza pensare alla classifica, difficile valutare cosa sia meglio per loro.

Pascal Ackermann – 8
La scelta della Bora-Hansgrohe di puntare sul campione tedesco anziché su Sam Bennett aveva stupito in tanti, ma alla fine hanno avuto ragioni i tecnici della squadra: Ackermann li ha ripagati con due vittorie nelle prime cinque tappe (Fucecchio e Terracina) e con altri piazzamenti in tappe non proprio piatte. Nella tappa di Modena è finito a terra in piena volata e riporta abrasioni su tutto il lato destro del corpo: Ackermann è stato bravo a tenere, il giorno era già terzo in volata, e poi a Santa Maria di Sala il terzo successo è sfumato solo per la tenacia di Damiano Cima. La maglia ciclamino è stata meritatissima, anche se c’è voluta una mano dalla Groupama-FDJ.

Arnaud Démare – 7
Nelle prime volate di questo Giro d’Italia, lui è sempre stato piazzato ma non è mai riuscito a trovare i meccanismi ideali con il suo treno e con Jacopo Guarnieri in particolare: problemi già manifestati in passato. La svolta arriva nella tappa di Modena dove, con Ackermann ko per la caduta, coglie la prima vittoria stagionale ed il giorno dopo riesce a vestire la maglia ciclamino. La peggior volata di tutto il Giro la fa, a concorrenza ridotta, nell’ultima occasione a Santa Maria di Sala: negli ultimi chilometri Démare e la squadra sbagliano tutto il possibile e così la classifica a punti, che con la fuga davanti sembrava ormai sua, ha preso la direzione della Germania.

Elia Viviani – 4.5
Il campione veronese si presenta al via del Giro d’Italia con un’insolita maglia tricolori a bande verticali che probabilmente non gli ha portato tanta fortuna: a Fucecchio sbaglia leggere lo stato di forma di Gaviria e viene anticipato da Ackermann, poi il giorno dopo si conferma il più forte con la vittoria che sfugge per il declassamento dovuto al contatto con il bravo Matteo Moschetti: fin lì le gambe c’erano, ma discussioni e polemiche hanno fatto venire meno la serenità a Viviani che non è riuscito ad uscire da un vortice di errori, critiche e polemiche. Ed è un gran peccato, perché a inizio Giro la sua condizione era buona.

Fernando Gaviria – 5
La presenza al Giro d’Italia è stato un cambio ai piani originali e quindi ci sta che non fosse al meglio della condizione al via da Bologna, ma il bilancio della corsa rosa del colombiano della UAE è sicuramente negativo. È vero, nelle statistiche risulterà sempre che Fernando Gaviria ha terminato il Giro d’Italia 2019 con una vittoria di tappa, ma come è arrivata? Dopo il declassamento di Elia Viviani, è stato lo stesso colombiano della UAE a dichiarare di non sentirla sua e nelle tre volate disputate non ha mai dato l’impressione di avere le gambe per vincere: è da quasi tre mesi che non convince appieno, serve una svolta.

Caleb Ewan – 7.5
In termini di velocità pura ha qualcosa in meno rispetto agli altri specialisti delle volata, ma appena si inseriscono delle difficoltà riesce a ribaltare i valori: a Frascati è anticipato solo da un Carapaz extra-lusso, ma nei giorni a seguire è andato a prendersi due bellissime vittorie, la prima a Pesaro in tappa accidentata e dal finale tecnico, la seconda a Novi Ligure. Proprio dopo la seconda vittoria, Ewan è tornato a casa come a piani iniziale: per l’australiano della Lotto Soudal adesso si prospetta il debutto al Tour de France.

Giacomo Nizzolo, Jakub Mareczko e Sacha Modolo – 5
Risultati diversi per questi tre velocisti italiani, ma nessuno di loro può essere soddisfatto di come si è concluso il Giro d’Italia. Nizzolo è quello che ha ottenuto i piazzamenti migliori, due quinti posti, ma quando sta al 100% è capace di far molto meglio e di arrivare fino in fondo; dopo tanti problemi, sembra finalmente in risalita. Mareczko ha deluso perché con l’approdo in una squadra World Tour ci si aspettava un salto di qualità: invece ha fatto peggio, con appena 2 top 10 e tanti rimpianti per la caduta nel finale della tappa di Modena. Modolo ha sprintato solo a Orbetello (decimo) e poi è stato costretto al ritiro già nel corso della settima tappa. Sappiamo che tutti e tre possono puntare molto più in alto.

Fausto Masnada e Giulio Ciccone – 8.5
I due scalatori italiani sono stati tra i grandi protagonisti di questo Giro d’Italia. Alla vigilia, grazie alle due vittorie al Tour of the Alps, il bergamasco dell’Androni Giocattoli-Sidermec (applausi anche per Mattia Cattaneo) era tra più attesi tra i cacciatori di tappe e non ha fallito: primo a San Giovanni Rotondo, ma anche sulle grandi montagne tante fughe e belle azioni, con tanto di conquista della Cima Coppi e delle classifiche di traguardi volanti e combattività; Masnada il prossimo anno sarà nel World Tour. Chi invece nel World Tour c’è già è Giulio Ciccone: fin dall’inizio l’abruzzese della Trek-Segafredo ha dato battaglia su ogni gpm, si temeva potesse spendere troppe energie a vuoto, ma nella terza settimana ne aveva ancora e ha vinto il tappone del Mortirolo. Il futuro è dalla loro.

Dario Cataldo, Cesare Benedetti e Damiano Cima – 7
Dietro alle vittorie di tappa di questi tre corridori ci sono tante belle storie. Cataldo è riuscito a vincere al termine di una fuga di 220 chilometri, interrompendo un lungo digiuno dopo che pochi giorni prima era sempre in testa ma si era fermato per aiutare il compagno di squadra López. Benedetti invece a quasi 32 anni e dopo dieci anni da professionista a lavorare per gli altri, è riuscito a trovare la prima gioia in carriera in quel di Pinerolo e far sorridere i tifosi e anche tanti colleghi, non solo della sua squadra. Damiano Cima invece ha firmato una bella impresa, nell’appassionante finale di Santa Maria di Sala: la Nippo era stata criticata, ma la vittoria fa svoltare decisamente tutta la stagione. Bravi.

Pello Bilbao – 7.5
A causa dell’allergia, quest’anno allo scalatore basco dell’Astana è mancata la continuità necessaria per ottenere un buon piazzamento in classifica generale (era stato 6° nel 2018) ma il bilancio del Giro di Pello Bilbao è ampiamente in attivo: due vittorie di tappa a L’Aquila e Monte Avena, bene a cronometro e generoso per la squadra; ci ha pensato lui a riscattare i kazaki dalla sfortuna di López. In tema di vittorie di tappe, diamo un 7 anche al giovane francese Nans Peters, primo sul traguardo di Anterselva: quando è scattato nessuno gli dava credito, lui invece ha fatto un gran numero.

Davide Formolo – 4.5
Per come aveva condotto l’avvicinamento a questo Giro d’Italia, un 15° posto in classifica senza una vittoria di tappa non è quello che ci aspettavamo da Davide Formolo, e siamo sicuri che lui stesso puntasse a fare molto meglio: da qui il voto negativo. Però bisogna anche riconoscere al veronese della Bora-Hansgrohe di averci provato come sempre, con tante fughe gli hanno portato due terzi posti (a L’Aquila e Anterselva) ed un decimo posto nella generale provvisorio: purtroppo ha pagato tanto nelle ultime due tappe da montagne e questo potrebbe portare a interrogativi sulla preparazioni e quelli che dovranno essere gli obiettivi futuri.

Valerio Conti – 7
Sei giorni in maglia rosa per il 26enne laziale della UAE Team Emirates che, dopo la fuga ed il secondo posto a San Giovanni Rotondo, è riuscito a difendersi fino alle prime salite: i tapponi di montagna sono troppo duri per le caratteristiche di Conti, che però è un corridore mai banale che sa far divertire il pubblico quando è in giornata; peccato per il ritiro anticipato per un problema fisico. Un applauso anche a Jan Polanc, che assieme a Valerio Conti ha fatto brillare la UAE Team Emirates: due giorni in maglia rosa per lo sloveno e 14° posto in classifica generale.

Bob Jungels – 4
Un Giro d’Italia disastroso per il lussemburghese della Deceuninck-Quick Step, respinto malamente da ogni salita ed in difficoltà anche nelle cronometro: un lontanissimo parente di quello che finiva sesto e ottavo in classifica portando anche per alcuni giorni la maglia rosa. Jungels adesso deve decidere cosa fare da grande: nei Grandi Giri sembra poter aspirare al massimo ad un piazzamento di rincalzo e forse non vale la pena sacrificare le classiche (ma anche lì, meglio pavé o Ardenne?) dove invece ha già dimostrato di poter ottenere splendidi successi.

Giuria – 9
In questo Giro d’Italia numero 102 ci sono stati parecchi episodi “contestati” che hanno causato dibattito sia tra gli appassionati che tra gli addetti ai lavori: nel complesso, però, siamo dell’idea che la giuria abbia gestito al meglio tutti i casi più spinosi come la volata di Viviani a Orbetello, la borraccia e le spinte di Roglic e ancora gli schiaffoni di López. Ma alla fine sono condivisibili anche la neutralizzazione dei tempi nel circuito allagato di Terracina e quella mancata (però con allargamento della regola dei 3 km) nel finale Pesaro dove la tanto temuta pioggia alla fine non c’è stata. Moto e barrage sono stati altri argomenti di discussione, ma dove poteva intervenire, la giuria lo ha fatto con puntualità.

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