Stefano Garzelli, Andrea De Luca e Fabio Genovesi in cabina di commento al Giro d'Italia © Instagram
Stefano Garzelli, Andrea De Luca e Fabio Genovesi in cabina di commento al Giro d'Italia © Instagram

Giro in Rai, il nuovo corso non inizia al meglio

Il bilancio dell’edizione 102 della Corsa Rosa sugli schermi della tv di Stato: ascolti in aumento, la telecronaca non convince affatto

Se, a suo modo, si è trattato di un Giro d’Italia rivoluzionario nel percorso, con le salite concentrate solamente nella seconda metà, altrettanto si può dire per chi la Corsa Rosa la trasmette in maniera ininterrotta dal 1998, vale a dire la Radiotelevisione italiana, meglio nota come Rai. L’edizione 102 della corsa, al pari degli altri eventi del portafoglio ciclistico di RCS Sport, è la prima facente parte del nuovo accordo biennale fra l’Ente di Stato e l’organizzatore milanese, per un contratto siglato dopo lunghe (e snervanti, per le parti) trattative causa diversità di posizioni dal punto di vista economico: l’ammontare annuo dei diritti, a cui si devono aggiungere gli imponenti costi di produzione, è prossimo ai 10 milioni di euro, in calo rispetto ai quasi 12 della precedente intesa.

Giro rivoluzionario, dicevamo, anche per Viale Mazzini. Come ben noto, dallo scorso novembre Rai Sport è guidata da Auro Bulbarelli, uno che il mondo del ciclismo lo vive da oltre trent’anni in prima persona con diversi ruoli: inizi come collaboratore della Gazzetta dello Sport, quindi inviato e in seguito telecronista Rai, poi vicedirettore della testata e responsabile della spedizione (ruoli, questi ultimi, in cui ha rasentato l’eccellenza).

Il quarantanovenne mantovano, scelto per occupare il complesso incarico di direttore di Rai Sport (paragonata dal direttore precedente Gabriele Romagnoli, poco amato dai subordinati, a Beirut per le innumerevoli fazioni e le mai sopite faide interne) dalla Lega di Matteo Salvini (il ministro del governo del cambiamento assicurava “persone sganciate ai partiti”, vedi audizione del Senato del 25 luglio 2018), ha legittimamente deciso di modellare secondo i suoi desiderata la copertura del Giro d’Italia e del ciclismo nel suo insieme.

Con scelte che subito avevano fatto discutere; se alla vigilia c’erano molti dubbi, ma giustamente era stata concessa la prova sul campo, una volta visto il prodotto nel suo complesso non si può che assegnare un giudizio nel suo complesso negativo. E proprio per le innovazioni apportate nei ruoli fondamentali, che sono sembrate un deciso passo indietro rispetto a quanto di buono visto in passato. In sintesi, dispiace ma è inevitabile considerare il Giro 2019 targato Rai Sport come deludente, nel suo complesso, pur con numerosi punti di merito e qualità.

Gli ascolti schizzano verso l’alto, a Monte Avena si sale sopra quota 3 milioni
Partiamo, come di consueto, da quanto di più oggettivo possa esserci, vale a dire i dati d’ascolto. Che sono migliori rispetto al 2018 per tutti i programmi, e questo è un fatto non indifferente, segno che comunque il prodotto Giro piaccia eccome anche ai meno appassionati. Certo, nel confronto diretto con l’edizione di dodici mesi fa ci sono due pesanti fattori che hanno giocato a favore della corsa numero 102: innanzitutto il tracciato tutto nel Belpaese, con la grande partenza dell’anno scorso da Israele che fu un salasso dal punto di vista degli ascolti – non è una novità, succede per ogni via fuori dai confini, per cui mettiamolo già in conto per la tre giorni ungherese del 2020.

L’altra grande spinta dei risultati ha un nome e un cognome, ovvero sia Vincenzo Nibali. Lo Squalo dello Stretto è l’unico personaggio veramente globale dell’attuale movimento italiano e vederlo in lotta per il Trofeo Senza Fine sino all’ultimo è quanto di meglio RCS Sport e Rai potessero augurarsi; impietoso, da questo punto di vista, il confronto con il 2018 quando Fabio Aru era già fuori classifica nel secondo finesettimana, con Domenico Pozzovivo unico italiano in lizza per il podio ma con un appeal, non ce ne voglia il lucano, imparagonabile rispetto a quello del messinese.

I numeri, dunque: aumento leggero per la fase su Rai 2 comprendente Giro in diretta e Giro all’arrivo, quindi grossomodo dalle 14.40 sino alle 17.15 (l’anno scorso vi era Anteprima Giro sul secondo canale fino alle 15). Nel 2019 il dato vede 1.634.504 spettatori di media per il 12.8% contro i 1.605.856 dell’anno passato e il 12.7% di share. Lì dove si è registrato un aumento considerevole è, invece, nell’ascolto di Giro all’arrivo, sostanzialmente nell’ultima ora abbondante di corsa: quest’anno l’ascolto medio ammonta a quota 2.078.682, in rialzo di quasi il 13% (e 230 mila spettatori) rispetto al 2018, con un risultato migliore di circa 50 mila spettatori rispetto all’edizione 2017.

La frazione più vista è stata quella più attesa, ovvero sia la ventesima, la Feltre-Monte Avena di sabato 1: 3 milioni e 350 mila spettatori nell’ultima ora e mezza di gara, per uno share del 27.3%. Quota tre milioni sfiorata (per la precisione, 2.972.000) anche per la Saint Vincent-Courmayeur di sabato 25 e risultato eccellente dato il piazzamento infrasettimanale della Lovere-Ponte di Legno di martedì 28 con 2.881.000 spettatori. L’anno scorso la frazione più vista fu quella del Monte Zoncolan con un dato di 2.850.000 spettatori, per cui l’interesse per le frazioni decisive è, come si è visto, decisamente aumentato.

Bocciatura per Andrea De Luca come telecronista
L’argomento rivelatosi più dibattuto, e non poteva essere altrimenti, è la telecronaca. La decisione del nuovo direttore è stata quella di dare vita a una diarchia, o meglio «creare due numeri uno sullo stesso piano», utilizzando le testuali parole di Bulbarelli. Gare in Italia a uno, gare all’estero all’altro. Dopo nove anni, dunque, si è assistito al cambio dietro al microfono, ora passato nelle mani di Andrea De Luca.

Senza preamboli, il giudizio è sotto la sufficienza. Tra gli aspetti da salvare ci sono sicuramente le digressioni nelle fasi di stanca della gara, risultate gradevoli, e la vitalità nel commentare le ultime pedalate delle varie tappe. Per il resto, purtroppo, una lunga lista di segni meno: innanzitutto quello relativo alle pronunce errate (nella frazione del Monte Avena le varianti di Gebreigzabhier hanno sfiorato la doppia cifra) per non parlare dell’incubo ricorrente da inizio stagione, la fantomatica Israel Rally Cycling, nominata a ogni piè sospinto e sempre commettendo la solita imprecisione.

Rispetto a chi l’ha preceduto nel ruolo, è stata però evidente la differenza nella lettura della corsa e nel dare allo spettatore le informazioni giuste nel momento appropriato; il perdersi in continue elucubrazioni sugli ipotetici problemi di fame di Nibali nella penultima tappa, invece di provare a dare un taglio differente e centrato sulle varie forze in campo e sulle possibili opzioni da adottare, è stato solo l’ultimo esempio. Di certo non è stato aiutato in questo né dal cambio in corsa di partner (ci torneremo più avanti) né dal “terzo uomo” (idem, appuntamento nei paragrafi seguenti).

L’improvvida uscita nella discesa del San Carlo in merito al doping («Basta dire che sono dopati i ciclisti! Lo erano in un’altra generazione») rimarrà negli annali del trash applicato al commento, in un discorso da puro bar sport. E l’assenza di ripensamento a freddo non va nella giusta direzione – per altro sarebbe stato interessante assistere agli sguardi da parte di chi lo accompagnava al commento tecnico o di chi lo aveva accompagnato nei primi giorni.

Ma quello che ancor più non è andato giù è stata l’impostazione data alla cronaca, non solo da lui; sicuramente è una scelta che si pone al passo con l’attuale andamento nel paese, ma i rigurgiti di nazionalismo nella narrazione sono parsi palesi a chiunque. Ci sta dare una simpatia al ciclista italiano di turno, siamo pur sempre parlando di un commento effettuato in un canale generalista nella corsa più nazionalpopolare che ci sia.

Tanti gli esempi di tal genere, due però spiccano: innanzitutto l’avversione per l’UCI e per la globalizzazione del ciclismo, con il movimento italiano raccontato come soggetto solo di angherie. Alcuni spunti sono certamente corretti, altri decisamente meno, come le continue imprecisioni sulla riforma del ciclismo professionistico. L’apice, però, si è toccato nella scelta di come descrivere la sfida fra i contendenti; ma più che impostare un azzeccato dualismo, è sembrato chiaro dividere il panorama in buoni e cattivi, con la seconda parte occupata pressoché esclusivamente dal “mostro” sloveno, «il robot» come è stato costantemente identificato, «l’Ivan Drago» (che nel ciclismo è per antonomasia Marcel Kittel, data la somiglianza con Dolph Lundgren, ndr), con le considerazioni su atteggiamenti, presunti bidon collé prolungati e supporti vari che sono parsi fuori luogo.

In conclusione, ridateci Andrea De Luca in motocronaca, decisamente più sul pezzo e piacevole da ascoltare; lì sì che era veramente un valore aggiunto.

Petacchi e Garzelli al commento non demeritano, ma il confronto con Martinello è impari
Il maggior travaglio lo ha vissuto il ruolo di commentatore tecnico, che Auro Bulbarelli ha deciso di affidare al neofita (debutto assoluto nel ruolo alla Strade Bianche) Alessandro Petacchi. I piani, però, non sono andati come previsto: l’operazione Aderlass ha coinvolto lo spezzino, che ha lasciato il microfono dopo sole quattro tappe per concentrarsi sulla linea difensiva da adottare – qualcuno per caso aveva creduto alle parole del direttore, «tornerà fra un paio di giorni»?

E così il testimone è stato preso dal più navigato Stefano Garzelli; la promozione del varesino in cabina di commento ha creato un vuoto in un ruolo solo all’apparenza secondario, ossia quello dell’esperto della gara nel pullman regia. E il vuoto, purtroppo, ha causato un netto peggioramento, soprattutto nelle frazioni di montagna, dell’impostazione delle riprese, che spesso sono apparse caotiche rispetto alle precedenti edizioni.

Due a spartirsi il commento, dicevamo, ma per entrambi il confronto con chi occupava quella cattedra è impietoso: la cacciata (perché di questo si è trattato) di Silvio Martinello è stata una mossa autolesionistica e, come ampiamente previsto, senza il minimo senso. Gli unici a giovarsene sono stati i radioascoltatori: l’arrivo del padovano sulle frequenze di Radio Rai in compagnia di Emanuele Dotto (auguri per la meritata pensione al radiocronista ligure, un vero pozzo di garbo e conoscenza, non solo sportiva) ha dato una rinnovata spinta alla copertura, trovando solo elogi da spettatori e critica.

Torniamo, come detto, alle spalle che hanno supportato Andrea De Luca: si può dare solo un giudizio sommario su Petacchi data la ridotta permanenza nella carovana, ma il “velocista gentiluomo” tutto sommato si destreggia grazie a un eccellente lettura della corsa e alla capacità di riconoscere rapidamente i singoli corridori, anche con immagini da lontano. Il ritmo e la verve, e lo si sapeva, non sono i punti forti della casa, ma comunque la sufficienza ci sta.

Discorso sostanzialmente simile per Garzelli che, dalla sua, deve far fronte al progressivo esondare di prima e soprattutto terza voce. Non è semplice per il vincitore del Giro 2000 riportare l’attenzione sulla corsa, ma lui ci prova, così come non sono affatto male diverse letture tattiche proposte. Una pecca è la “contaminazione” fra italiano e spagnolo che spesso dà vita ad imprecisioni lessicali e nella costruzione delle frasi. Per entrambi, comunque, appariva ben più adeguato il ruolo come commentatori al Processo, dove poter analizzare meglio quanto accaduto in precedenza.

Genovesi come terza voce, è un no secco. Con l’auspicio che non ci sia il bis
Introdurre una terza voce è una scelta che sta progressivamente prendendo piede; lo fa, durante il Giro, la controparte Eurosport con Wladimir Belli e lo ripropone anche Rai Sport. Nel 2016 era stato l’editore Marco Cassini ad accompagnare la cronaca, quest’anno tale ruolo è toccato a Fabio Genovesi, scrittore premiato e sincero appassionato del ciclismo (e della lingua italiana, aspetto sempre gradito).

Se l’esperimento Cassini lo definimmo come «da riproporre ma che necessita di sostanziali cambiamenti», l’esperimento Genovesi lo bocciamo su tutta la linea. L’iniziale ruolo di approfondimento culturale si è trasformato, tappa dopo tappa, in qualcosa di diverso; da terzo supporto, in svariati momenti Genovesi ha funto da principale commentatore, con troppi voli pindarici che hanno appesantito la narrazione. Certo, ci sono stati alcuni racconti interessanti e anche poco noti, purtroppo in numero assai minore rispetto al resto delle uscite.

Un terzo supporto, soprattutto nelle lunghe frazioni interlocutorie, è un indubbio beneficio; tuttavia è di gran lunga preferibile la formula del 2018, con le incursioni di Stefano Rizzato con le sue pillole di cronaca legata al territorio e gli intermezzi di storia ciclistica con Beppe Conti, indubbio dominus della materia. Senza dimenticare la presenza del professor Fagnani, autentico pozzo di scienza e cultura, anche quest’anno gradevole con le sue note.

Per quanto riguarda Genovesi, il direttore Bulbarelli si è complimentato pubblicamente per il lavoro e ha anche lasciato aperta una porta per riproporre la penna della Versilia anche al Tour de France. Per esprimere un parere su tale ipotesi pare azzeccato utilizzare, a mo’ di consiglio, un noto detto milanese: «Ofelè fa el to mesté», ossia «Pasticciere, fai il tuo mestiere».

Motocronaca e interviste ben collaudate, la traduttrice è da dimenticare
Tornato dopo un decennio a bordo della moto, Francesco Pancani se la cava più che bene, dimostrandosi ancora una volta un professionista di massimo livello in ogni situazione: all’orizzonte lo attende un Tour di nuovo in cabina, stavolta affiancato da Alessandro Ballan. Nell’altra motocronaca conferma per Marco Saligari; la coppia si riproporrà in serata per TGiro, tornato alle origini rispetto alle innovazioni viste nel 2018. Due programmi difficili da comparare data la diversità, ma l’edizione 2019 ha potuto contare sulla diretta e su uno studiolo, per quanto minimal.

Voti alti, talvolta altissimi, anche per quanti si sono cimentati nelle interviste: Stefano Rizzato è diventato un pilastro imprescindibile, con interviste sempre precise e piacevoli con tanto di varietà di idiomi non indifferente. A tal proposito, la presenza della sconosciuta traduttrice ha rappresentato una doppia tragedia: per chi voleva sentire in lingua originale le risposte degli intervistati, impossibilitato in tale opera, e per chi voleva sentire in italiano le medesime risposte, dato che le frasi tradotte vagavano tra l’incomprensibile, l’illogico e lunghi vuoti di sceneggiatura.

Buona la riprova anche per Ettore Giovannelli, ormai ben calatosi nelle due ruote dopo essere stato costretto per mancanza di diritti a lasciare le quattro ruote: anche nel suo caso la conoscenza delle lingue rappresenta un punto di merito, così come la genuina curiosità e l’empatia che trasmette. Voto positivo anche per Nicola Sangiorgio, che fa il suo senza demeritare e in maniera puntuale.

Le rubriche: il Processo… non processa, Anteprima Giro da mandare in soffitta. Ok Villaggio di Partenza
Una cesura con il passato riguarda la trasmissione per antonomasia simbolo, vale a dire il Processo alla Tappa. Promoveatur (ut amoveatur?) alla vicedirezione Alessandra De Stefano, si è dunque aperto un vuoto nella conduzione dell’approfondimento che fu di Sergio Zavoli. La scelta di Bulbarelli è stata netta, chiamando nel ruolo un decano della professione ma alla prima esperienza con il ciclismo come Marco Franzelli.

Indubbiamente si è assistito ad un Processo ben diverso rispetto alle ultime edizioni, nei toni e nell’impostazione; tuttavia il risultato è apparso non convincente. A supplire alle mancate conoscenze del timoniere è stato un Davide Cassani che ha svolto un compito di pungolo, quasi di spalla, rispetto a quello del semplice opinionista. Ecco, quest’anno al Processo si è sentita la mancanza delle opinioni, anche contrapposte, su cui incentrare la puntata.

Da dimenticare, invece, Anteprima Giro con Antonello Orlando che, nonostante la prolungata familiarità con il mondo del pedale, da lui frequentato in passato come inviato di Radio Rai, non ha evitato errori e imprecisioni che hanno marcato quotidianamente la trasmissione, risultata senza ombra di dubbio come la più trascurabile della spedizione. Tutto il contrario, invece, di Villaggio di Partenza, programma perfetto nei toni e nei contenuti per accompagnare al via: né troppo impegnato né troppo ridanciano, un giusto mix con l’affiatata coppia Tommaso Mecarozzi e Beppe Conti a cui sommare i contributi degli inviati.

Anche quest’anno è deleteria la fascia oraria attribuita a Viaggio nell’Italia del Giro, consueta chicca prodotta in collaborazione con Rai Cultura, condotta e pensata magistralmente da Edoardo Camurri. Un peccato che venga programmata in sovrapposizione con la diretta della corsa su Rai Sport; le “imperdibili” repliche delle serie tv statunitensi post Processo rappresentano tutt’altro che un asset dal punto di vista degli ascolti, perché non valorizzare di più un gioiellino come l’approfondimento culturale?

Il segnale lascia a desiderare, bene le lunghe dirette
Come già anticipato, la regia, sia italiana che internazionale, ha lasciato a desiderare rispetto al passato. E quest’anno si è assistito anche a difficoltà maggiori dal punto di vista dell’emissione, con un segnale ballerino anche in quelle (poche) tappe non caratterizzate dal maltempo. Paradossalmente una giornata perfetta da questo punto di vista è stata quella di Ponte di Legno, con la forte pioggia dal Mortirolo in poi che non ha dato problemi.

La copertura quest’anno è stata incrementata nelle ore, con diverse frazioni mostrate in diretta integrale, e questo è sicuramente un merito non indifferente. All’inizio, però, l’approccio era stato tutt’altro che memorabile, con il via di Tom Dumoulin, primo a scendere dalla pedana di Bologna, clamorosamente mancato causa immagini indugianti sullo studio di presentazione. Fortunatamente non hanno prodotto tagli nel racconto, come accaduto nel recente passato, le abituali “ricognizioni” sponsorizzate da Toyota e piazzate in apertura di Giro all’arrivo: mancare uno scatto decisivo o una caduta per un product placement sarebbe delittuoso. Bene il ripristino sul sito web dedicato dei flussi di immagini a libera disposizione dell’utente, così come è piaciuta la maggior attività nel comparto social.

Da segnalare, infine, anche una critica costante da parte di diversi corridori, che hanno lamentato la troppa vicinanza delle motocronache di ripresa al gruppo e/o ai fuggitivi; polemica per molti versi sterile, dato che un giorno erano gli attaccanti e quello seguente i membri del plotone a mostrare malcontento. Non si può neppure in questo caso mettere d’accordo tutti; ma per alcuni aspetti della copertura, soprattutto quelli negativi, c’è il plebiscito o quasi.

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