Hugh Carthy vince l'ultima tappa al Tour de Suisse © Getty Images
Hugh Carthy vince l'ultima tappa al Tour de Suisse © Getty Images

Un Carthone in faccia a tutti quanti

Clamoroso Hugh Carthy, 100 km di fuga in montagna e memorabile vittoria; Tour de Suisse a Bernal su Dennis, settimo Pozzovivo. Aru battagliero finché ne ha avuto

Gli mancava ancora un highlight di carriera, un picco che restasse nella memoria, al di là della sua sempre più costante presenza ad alti livelli nelle gare a tappe (si veda il suo recentissimo 11esimo posto nella generale del Giro d’Italia), et voilà, Hugh Carthy l’ha estratto dal cilindro in questa soleggiata nona e ultima tappa del Tour de Suisse. Un’impresa di quelle da meritare la maiuscola, maiuscola come l’azione che l’ha sorretta per 100 km, attraverso tre delle più importanti e belle salite svizzere. 100 km in solitaria, su e giù dal Nufenenpass, dal San Gottardo, dal Furkapass, indisturbato e indisturbabile da quanto gli accadeva alle spalle, con tanti che si sono avvicendati al suo inseguimento. Lui niente, andava avanti col suo ritmo, col suo caracollare, proiettato verso la vittoria più bella della carriera. Una di quelle azioni che saranno ricordate negli anni quando verranno enumerate le fughe più belle: alla data del 23 giugno 2019 si inserisce questa di Carthy, e nessuno la sposterà più da lì.

Tutto ciò nel giorno in cui un altro giovanotto da 90 di calibro ha fatto propria questa importante corsa, considerata storicamente la quarta gara a tappe (dopo i tre GT), e certamente in ribasso da qualche anno in qua, ma pur sempre prestigiosa da mettere nel palmarès. Tantopiù se va ad affiancare affermazioni in altre prove equipollenti, come ad esempio la Parigi-Nizza di qualche mese fa: Egan Bernal, è lui il pezzo da 90 di cui si parla, ha iniziato una collezione che minaccia di diventare molto corposa. Minaccia gli altri, intendiamo: gli avversari che da qui a un discreto numero di anni se lo troveranno di fronte. Poi si sa che del doman non v’è certezza, e che di altri abbiamo detto in passato che avrebbero dominato per secoli e poi non l’hanno fatto, ma oggi come oggi su chi scommettereste, se doveste scegliere un 22enne da inserire nella vostra squadra dei sogni? La Ineos, che in rosa ce l’ha, se lo sta già immaginando come possibile vincitore del Tour de France: vedrete che – caduto Froome, forse non al livello del 2018 Thomas – un superman intorno a cui imbastire il consueto trenino ce l’avranno anche stavolta, gli ex Sky.

 

Carthy costruisce un successo memorabile, Aru dà battaglia
Tappa breve, 101.5 km da Goms a Goms, e partenza in salita: ovvio che la bagarre scattasse subito, meno ovvio che tra i protagonisti della battaglia si segnalasse anche Fabio Aru, alle prime sgambettate dopo l’operazione all’arteria femorale iliaca, e subito voglioso – in questi giorni – di prendere coraggio, ché quello era l’obiettivo, non tanto far chilometri World Tour, non tanto mettere insieme qualche fuga, ma proprio riprendere feeling con questo gioco da cui per diverso tempo s’era sentito respinto.

Ma più di Aru ne aveva Hugh Carthy: il 24enne della EF Education First è stato lui a condurre principalmente il gioco, sul Nufenen, e comunque il sardo della UAE Emirates ha tenuto botta per un po’, poi il britannico se n’è andato e Fabio è rimasto con Lennard Kämna (Sunweb); alle spalle dei due un’altra coppia, Marc Soler (Movistar) e Matthias Fränk (AG2R La Mondiale); sulla discesa del Nufenen la seconda coppia ha raggiunto la prima, ed entrambe hanno visto rientrare Simon Spilak (Katusha-Alpecin), a formare un quintetto alle spalle del solitario Carthy.

La seconda salita di giornata è forse quella più bella del mondo, se parliamo del fondo stradale: l’incredibile San Gottardo, tutto pavé e grandi panorami. Qui Spilak ha forzato e Aru ha pagato dazio, perdendo contatto dal quintetto ai -61; successivamente sarebbe stato raggiunto e staccato dal plotone, ma la sua giornata può dirsi comunque positiva.

Intanto la Ineos di Bernal tirava il gruppo (da cui nel breve fondovalle c’erano stati vari tentativi di tardiva evasione, tutti senza grosse prospettive), ma senza esagerare, sicché il buon Carthy ha potuto far crescere abbondantemente il proprio margine: in cima al San Gottardo addirittura di 4’15” era il margine del battistrada sul plotone; in mezzo, a 2′ dal primo, Spilak-Fränk-Soler-Kämna.

Proprio nel finale di salita, comunque, l’Astana ha rilevato gli Ineos, facendo supporre che Jan Hirt, quinto della generale, avesse qualche idea per la testa. Avremmo visto l’attuazione del piano sul successivo Furkapass.

 

Sul Furka gli ultimi fuochi per la generale
Sull’ultima salita di giornata (e di corsa) Spilak ha fatto un altro forcing, e Soler e Kämna hanno mollato la presa; Carthy restava comunque fuori portata, anche se il gap della coppia inseguitrice calava. Dal gruppo, come annunciato dai movimenti di squadra, è partito Hirt, a 38 km dal traguardo (12 dalla vetta); a quel punto prima la Bahrain-Merida, poi la Deceuninck-QuickStep hanno assunto l’onere di tirare il plotone (sempre più ridotto). Ma se la Bahrain tirava per tutelare la seconda posizione di Rohan Dennis, perché si impegnava la Deceuninck? Semplice, perché anche Enric Mas (sesto della generale alla partenza) aveva intenzioni bellicose, e le ha evidenziate a 34 dalla fine, partendo a propria volta.

Non ci ha messo molto, lo spagnolo, a raggiungere Hirt, ma bisogna dire che pure quelli dietro non ci hanno messo molto per annullare l’azione a due: è stato Domenico Pozzovivo il frustratore del caso, e a 31 dalla fine Hirt e Mas erano neutralizzati; l’iberico addirittura si è poi subito staccato dal drappello, ma pure il ceco non è durato tantissimo. E a 30 km dal traguardo anche Spilak e Fränk sono stati rimessi nel mirino: esibizione notevole per il lucano nei panni del gregario di lusso.

Nel gruppetto avevamo Bernal, Dennis con Pozzovivo, il terzo e il quarto della generale ovvero Patrick Konrad (Bora) e Tiesj Benoot (Lotto Soudal), e pure Carlitos Betancur (Movistar). La vetta del Furka era comunque non lontana, per cui anche gli staccati dell’ultim’ora avevano chance di rientrare poi in discesa; ma prima ancora di giungere al Gpm, avevamo ancora il tempo per assistere a un attacco di Dennis, che non voleva lasciare atti intentati. Bernal però è stato attentissimo, ha subito preso la ruota dell’australiano, e i due sono andati insieme, risultando da lì alla fine imprendibili per tutti gli altri. Quanto a Hugh, aveva sempre i suoi bravi due minuti da gestire, e bisogna dire che li ha appunto gestiti in maniera ottimale.

 

Dalla discesa del Furka alla classifica finale
Con Carthy involato verso il suo fantastico successo, e Bernal-Dennis sicuri alle sue spalle, restavano da assestare le posizioni dalla terza in giù della classifica. Spilak e Fränk sono dapprima rientrati sul drappello Konrad-Benoot, poi se ne sono proprio andati in contropiede, a completare una giornata passata insieme. Queste le posizioni che si sarebbero tenute fino alla fine.

L’ordine d’arrivo ha quindi visto Hugh Carthy trionfatore, a 1’02” da lui Dennis e Bernal, a 1’52” Fränk e Spilak; a 2’15” il gruppetto con nell’ordine Betancur, Benoot, Pozzovivo, Konrad e Hirt; a 3’07” il drappello con Enric Mas.

Tutto ciò porta a una classifica che è quella che segue: Bernal vincitore con 19″ su Dennis, 3’04” su Konrad, 3’12” su Benoot, 3’13” su Hirt, 3’48” su Spilak, 4’14” su Pozzovivo, 4’35” su Betancur, 4’53” su Mas e 5’27” su Nicolas Roche (Sunweb), arrivato al traguardo nel gruppetto di Mas. Di fatto tre posizioni perse dallo spagnolo della Deceuninck, e una a testa guadagnata per Spilak, Pozzovivo (bel settimo posto alla fine per lui) e Betancur.

Ora chi dovrà fare i campionati nazionali li farà, chi dovrà riposare riposerà, e gli altri – tra quelli proiettati verso il Tour de France – conteranno i giorni che mancano alla Grande Boucle. Un po’ quello che – nonostante il giudizio tecnico ed emozionale che si può dare della corsa transalpina – faranno tutti gli appassionati di ciclismo in queste due settimane.

 

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