Il podio finale del Giro d'Italia Under 23 © IsolaPress
Il podio finale del Giro d'Italia Under 23 © IsolaPress

Dominio colombiano, agli altri le briciole

Il bilancio del Giro d’Italia Under 23: un percorso tanto (troppo?) duro premia i sudamericani. Bene i britannici, gli azzurri si dividono fra sorprese e delusioni

La terza edizione del rinnovato Giro d’Italia Under 23 è andata in archivio con lo scenografico traguardo del Passo Fedaia, con un epilogo che ha perfettamente sintetizzato l’andamento dell’intera prova. Un dominio di una formazione, anzi, di una nazionale, apparsa fuori categoria per tutti in un percorso estremamente adatto alle loro caratteristiche.

Ecco, il percorso: sin dalla presentazione a marzo, era subito balzata all’occhio la complessità del disegno. E, nei fatti, le nove frazioni in linea sono apparse ancor più dure di quanto ipotizzato: se le giornate di montagna erano facilmente prevedibili come complesse, a risultare particolarmente dure nel bilancio generale sono state le altre tappe, per un Giro che, in buona sostanza, non ha mai concesso momenti di calma.

In modo particolare la tappa degli sterrati senesi ha rappresentato uno spartiacque non da poco: non sono mancate, infatti, forature che hanno pregiudicato la classifica di alcuni potenziali protagonisti, esclusi dai giochi più per malasorte che per propria colpa. Correre sulle strade bianche è certamente un punto di merito, però per il futuro forse andrebbe valutata l’utilità di porre una frazione come quella di Gaiole in Chianti all’interno di una corsa di dieci giorni.

Ancor più se si valuta la presenza di una sola frazione sostanzialmente pianeggiante, quella conclusasi con una volata a Pescia, e il semplice assaggio di cronometro vissuto nel prologo iniziale di Riccione; la minima distanza dell’esercizio individuale ha ulteriormente fatto il gioco degli scalatori più puri, già a loro agio nel disegno complessivo. Dall’anno prossimo, stando a quanto emerso, dovrebbe tornare l’eccellente innovazione della cronometro a inseguimento, vista nel 2018 e subito rivelatasi affascinante e decisiva per la classifica.

Gran Bretagna e Colombia, le nazionali monopolizzano la corsa
Sono state due le formazioni a far man bassa dall’inizio alla fine, conquistando in due il 70% dei successi di giornata e il 60% di quelli finali. Entrambe, per altro, non sono normali team, dato che si tratta di due rappresentative nazionali: la Gran Bretagna nelle frazioni miste e la Colombia in quelle di salita hanno lasciato solo le briciole ai rivali. Gli albionici hanno dominato l’avvio con tre successi di fila grazie all’uno-due di Ethan Hayter, tra le principali note liete anche per come ha tenuto in classifica (alla fine 15°, lui che era alla prima volta sulle salite alpine, a cui aggiunge la maglia rossa della classifica a punti), seguito dallo sprint di Matthew Walls a Pescia. E come se non bastasse, Fred Wright ha poi calato il poker a Levico Terme con un’azione da finisseur. Bilancio super positivo, dunque, per la selezione guidata dall’ex pro’ Matthew Brammeier.

E che dire della Colombia? Se un anno fa, con i due Muñoz, Osorio e Rubio aveva fatto fuoco e fiamme in salita vanificando il tutto con tattiche decisamente rivedibili (e con la sfortuna che ha colpito Osorio nella penultima semitappa), stavolta gli escarabajos di Carlos Jaramillo sono stati insuperabile. Certo, la concorrenza era di livello inferiore rispetto al 2018, ma il trio Camilo Ardila, Diego Alba e Jesús Peña ha fatto vedere i sorci verdi a tutti: l’ultimo come gregario impeccabile degli altri due, liberi di giocarsi la vittoria. Le gerarchie si sono decise sugli sterrati: Alba rimane indietro, Camilo Ardila no e si costruisce quel gap di 3’30” che lo incorona capitano prima delle montagne.

Dove, questo purissimo scalatore ventenne, sbalordisce anche per lo stile: Monte Amiata e soprattutto Passo Maniva sono gemme, con la salita bresciana affrontata a medie quasi già da discreto livello World Tour. Ancora meglio, invece, sul Mortirolo, con un tempo di poco più di 1′ superiore a quello fatto registrare da López all’ultimo Giro (con condizioni meteo peggiori, va detto). Nelle ultime tappe controlla agevolmente, lasciando spazio a compagni e amici, conquistando meritatamente la maglia rosa (e la maglia bianca), diventando il terzo colombiano dopo Sarmiento e Betancur a concludere al primo posto. È invece terzo Diego Alba, che si consola anche con il centro nella tappa simbolo, quella dell’Aprica con il doppio Mortirolo nel menu.

Segnali incoraggianti per l’Italia, Covi chiude quarto
Le rimanenti tre tappe sono, così come le rimanenti due classifiche in palio (gpm e intergiro), sono andati a squadre italiane; due le vittorie di tappa, quella stupenda di Fabio Mazzucco della “ripescata” Sangemini-Trevigiani a Gaiole in Chianti e quella sorprendente ma meritata di Nicola Venchiarutti del Cycling Team Friuli a Falcade. Una vittoria in meno del 2018, una in più del 2017 dunque; il bilancio, da questo punto di vista, varia tra l’insufficienza lieve e la sufficienza stiracchiata.

Ma non mancano le buone notizie, a cominciare da quelle provenienti dalla Biesse Carrera: la formazione Continental bresciana ha messo in mostra due delle grandi rivelazioni di questa edizione, ossia Filippo Conca, difficilmente pronosticabile alla vigilia come quinto, e Kevin Colleoni, miglior italiano (e miglior non colombiano) nelle tappe di Aprica e Fedaia. Per il secondo anno di fila, il miglior italiano è Alessandro Covi: il varesino va anche oltre alle aspettative, giungendo quarto e risultando l’unico che impensierisce l’armata sudamericana. Vederlo lottare, spesso da solo, in una situazione di tre contro uno stringe il cuore; l’alfiere del Team Colpack, però, corre usando sapientemente la testa e dimostrando di essere una delle migliori speranze del ciclismo azzurro.

E a brillare è una delle poche formazioni del centrosud, la Aran Cucine Vejus, riuscita quest’anno a meritarsi l’invito e trascinata da uno spumeggiante Einer Rubio: il Fedaia è suo, il secondo posto in classifica è suo, la maglia verde di miglior scalatore è sua. Il ventunenne è pronto al professionismo, dove potrà ritagliarsi grandi soddisfazioni. Oltre ai già citati. buone prove in casa azzurra anche per Cristian Scaroni (Groupama-FDJ Continental) e Nicolas Dalla Valle (Tirol KTM), Davide Casarotto (General Store), vincitore dell’intergiro, e Matteo Sobrero (Dimension Data for Qhubeka), Filippo Zana (Sangemini-Trevigiani) e Manuele Tarozzi (Selezione interregionale).

Delusioni e controprestazioni, la lista è lunga
Una pesante assenza è quello degli squadroni di club stranieri: fra assenze previste, malanni e infortuni accaduti nel corso delle tappe, non ci sono stati quei nomi in grado di prendere il virtuale testimone da Stannard, Williams, Philipsen, Almeida, ossia quelli che un anno fa si misero in luce. Una frattura al polso ha messo fuori dai giochi Mark Donovan, principale speranza nel cercare di rovinare il sogno colombiano. Ha deluso moltissimo Georg Zimmermann, ha reso ben poco Kevin Inkelaar, privato dagli sprint è stato solo di passaggio Kaden Groves. Trasparente la nazionale russa, invece minata la Hagens Berman Axeon dal divieto di schierare atleti già in gara nel World Tour; tuttavia è piaciuto il giovane Sean Quinn, primo anno e arrivato sesto in generale.

Anche in chiave italiana ci sono dei segni meno da assegnare. È il caso della Zalf Euromobil Désirée Fior, che da due vittorie e una maglia nel 2018 passa pressoché inosservata. Erano i più attesi per curare la classifica, ma per entrambi il Giro termina prima ancora di arrivare sulle montagne: sia Andrea Bagioli che Samuele Battistella verosimilmente non avranno ulteriori opportunità di cimentarsi, dato che ambedue sono pronti al passaggio tra i grandi. Sotto le aspettative, infine, anche Giovanni Aleotti mentre Alessandro Monaco non fa quel salto di qualità atteso, uscendo dalla top ten all’ultimo e rimanendo subalterno alla contesa.

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