Peter Sagan vince a Colmar su Wout Van Aert, Matteo Trentin e Sonny Colbrelli © LeTour.fr
Peter Sagan vince a Colmar su Wout Van Aert, Matteo Trentin e Sonny Colbrelli © LeTour.fr

Proust Sagan alla ricerca del tempo perduto

Tour de France, Peter torna a ruggire: sua la tappa di Colmar su Van Aert, Trentin e Colbrelli. Alaphilippe sempre in giallo. Domani primo grande appuntamento di montagna

Una classicissima tappa da Tour de France anni ’10: il gruppo controlla tutto il giorno, la fuga viene tenuta a tiro e poi annullata, sulle salite di giornata non succede niente di che, e alla fine vince Peter Sagan. Il tutto condensato nei 175 km della quinta frazione della Boucle 2019, da Saint-Dié-des-Vosges a Colmar. Vosges ovvero Vosgi, la catena montuosa (o collinare, se preferiamo) che oggi ha accolto la carovana gialla e domani a La Planche des Belles Filles emetterà qualche sentenza, tra cui attesissima dai tifosi italiani quella relativa a Nibali: potrà Vincenzo far classifica, o saluterà subito le ambizioni maggiori?

Ma torniamo a oggi, a questa che aveva tutte le caratteristiche per essere una giornata interlocutoria, ma al contempo aveva anche la possibilità di regalare qualche emozione sulle rampette del percorso: le previsioni si sono avverate a metà, interlocutoria sì la giornata, emozionanti no le salitelle. Certo la vittoria di Sagan rende al Tour uno dei suoi massimi protagonisti nella forma migliore (forma non nel senso fisico ma strutturale), e ciò dovrebbe bastare a soddisfare le aspettative che c’erano per la frazione.

Ma se dobbiamo essere onesti fino in fondo, il Sagan 2019 non ci toglie ancora l’idea di essere in una fase di rinculo della carriera: dopo una primavera senza guizzi, lo ritroviamo come al solito in verde al Tour, e però oggi non possiamo non pensare che in altre edizioni quella di Colmar sarebbe stata già la sua terza affermazione (dopo Bruxelles e Épernay), invece resta un Peter minore quello che continuiamo a vedere in azione quest’anno.

Quello che sostanzialmente manca al Sagan maturo è forse la capacità di emozionare come in passato: vincere tappe al Tour gliel’abbiamo visto fare talmente tante volte (oggi la 12esima in carriera), e al limite anche le esultanze bizzarre (oggi ha mimato una posa da bodybuilder) ci divertono meno di un tempo, che ci ritroviamo a chiederci se davvero dobbiamo accontentarci di questa – pur notevole, intendiamoci – versione di Peter, in cui tutto è già stato visto (e in modalità migliori di oggi), e quindi rilassarci e goderci quello che in altre annate avremmo legittimamente definito come “il suo compitino”; o se possiamo ancora sperare che il grande campione slovacco ci faccia vibrare con azioni fuori dagli schemi, con voli di creatività ai quali Sagan pare al momento aver messo una sorta di sordina.

Nel fare comunque i complimenti all’ex tri-iridato, perché va bene tutto ma vincere resta una delle cose meno scontate che ci siano, non possiamo fare a meno di scoprirci ancora esigenti nei suoi confronti, e desiderosi che il suo futuro torni a essere quello che era sempre stato, e cioè un concentrato di bellezza e sorpresa: e chissà che continuare a esplorare una rivoluzione nei suoi programmi (quest’anno ha fatto la Liegi, nel 2020 possiamo avere la soddisfazione di vederlo finalmente al Giro?) non possa contribuire a fornire nuovi stimoli. A lui per compiere imprese diverse; a noi per tornare a tifare con entusiasmo per le sue trovate ciclistiche. In fondo l’essere esigenti è un atto di fiducia nei confronti di un fuoriclasse che già in passato trovò il modo di reagire in maniera splendida alle critiche (un esempio? Confrontiamo quello che si diceva – anche noi di Cicloweb, eh! – fino alla mattina della Roubaix 2018, con quello che si disse dopo quello stesso pomeriggio…).

 

La fuga del giorno è bella ma non prende quota
Il fatto che il percorso della quinta tappa del Tour 2019 fosse piuttosto accidentato, soprattutto nella seconda metà, lasciava presagire qualche spiraglio per un’eventuale riuscita della fuga del mattino. Ciò ha portato a due conseguenze: la prima è che in diversi hanno provato a entrare nell’azione che avrebbe caratterizzato la giornata (o almeno gran parte di essa), e ciò ha reso molto battagliati i primi chilometri, una novità in quest’edizione della Boucle.

La seconda conseguenza è che il gruppo, proprio per evitare sorprese, ha tenuto gli attaccanti sempre vicini, non lasciando più di 2’20” di margine al quartetto che aveva preso le mosse al km 20. In quel quartetto c’era Tim Wellens, già all’attacco sulla via per Épernay, e mosso anche dalla prospettiva di rafforzare la tonalità dei pois che da due giorni porta a spasso per la Francia (modo ultrabarocco per dire che il belga della Lotto Soudal guida la classifica dei Gpm…). Wellens era stato tra i più motivati nei primi chilometri, lui e il suo compagno Thomas De Gendt ci hanno provato in alternanza, finché, appunto al km 20, Tim non ha avuto luce verde. Con lui Mads Würtz Schmidt (Katusha-Alpecin), Simon Clarke (EF Education First) e Toms Skujins (Trek-Segafredo).

Un bel quartetto, tutto sommato, e il fatto che il vantaggio massimo sia stato per l’appunto appena di 2’20” (toccati a 80 km dalla fine) dice tanto di quanto il gruppo abbia lavorato d’impegno per non lasciare spazio alla fuga. La Bora-Hansgrohe di Peter Sagan e la Sunweb di Michael Matthews, ancor più che la Deceuninck-Quick Step della maglia gialla Julian Alaphilippe, si sono spese per dare una chance ai rispettivi capitani.

Wellens ha raccolto come da copione punti Gpm (bottino pieno su due delle quattro côte del percorso, secondo dietro a Skujins sulla penultima), intanto al traguardo volante di Heiliginstein (km 71) abbiamo visto Elia Viviani battere proprio Sagan e Matthews nella volata per il quinto posto (sempre punti buoni per la maglia verde), ma il veronese della Deceuninck sapeva che la sua tappa sarebbe grossomodo finita lì, dato che non aveva grosse speranze di superare indenne le colline degli ultimi 70 km.

 

Solo Rui Costa prova a rompere l’equilibrio del finale
In particolare la Côte des Trois-Epis, penultima asperità ai – 40, ha selezionato il gruppo, lasciando nel troncone principale meno di 100 uomini (che sarebbero poi scesi a 80 sull’ultima salita di giornata); ha selezionato, la Trois-Epis, pure il quartetto di testa, con Schmidt che ha subito mollato la presa, e Skujins che ha staccato Wellens e Clarke ai -37, quando mancavano 2 km alla vetta. Wellens, come detto, ha tenuto fino in cima giusto per prendere i punticini del secondo posto, poi in discesa il gruppo ha raggiunto lui e Clarke, ma Skujins aveva meno di un minuto di margine a quel punto, e il suo destino era parimenti segnato: infatti il campione nazionale lettone è stato raggiunto a sua volta a 22 km dalla fine, nel corso dell’ultima scalata, la Côte des Cinq Châteaux.

Nessuno è riuscito a evadere dal gruppo su questa salita, e il ritmo dei Sunweb (in particolare di Lennard Kämna) ha tenuto tutti in fila; solo in cima Xandro Meurisse (Wanty-Gobert) è uscito per prendersi i due punticini Gpm, salendo al terzo posto della relativa classifica (Wellens 17, Skujins 9, Meurisse 6), una graduatoria che domani verrà ovviamente stravolta.

La situazione di gruppo compatto (perlomeno per la prima parte del plotone medesimo) è durata fino a 7.5 km dal traguardo, allorquando Rui Costa è partito contando sul fatto che mancassero all’appello molti gregari; ma quelli che c’erano erano sufficienti a non dare spago al portoghese della UAE Emirates, al quale sono stati lasciati 10-12″ ma su cui poi ci si è rifatti sotto ai 2 km. E a quel punto, della tappa non restava che gustarsi lo sprint.

I velocisti puri erano tutti fuori causa, ma quelli “impuri” bastavano a garantire una volata succosa. Alla flamme rouge dell’ultimo chilometro è venuta fuori la Mitchelton-Scott con Daryl Impey incaricato di preparare il terreno a Matteo Trentin, che aveva messo gli occhi sulla tappa ma forse aveva sperato che qualche rivale in più si perdesse per strada. In tema di rivali per lo sprint dobbiamo citare a questo punto Edvald Boasson Hagen, appiedato da una foratura sull’ultima salita, a 24 km dalla fine, e poi protagonista di un commovente inseguimento solitario nei confronti del gruppo lanciato: dopo aver rosicchiato un buon minutino, il norvegese della Dimension Data è infine riuscito a rientrare ai 9 km. Il tempo di respirare e risalire posizioni, e nella volata si sarebbe piazzato 12esimo, posizione che rispecchia in maniera molto ingiusta la giornata di EBH.

 

Trentin ci prova, ma Sagan ne ha di più. E che colpo di reni Van Aert!
Torniamo a quelli messi meglio: Matteo Trentin è effettivamente partito ai 200 metri, per un attimo ha visto che non arrivavano grossi tir alle sue spalle, ma si è dovuto presto ricredere, perché a centro strada emergeva prepotentemente il colorito verde di Peter Sagan. Lo slovacco è stato impetuoso, e una volta messa la ruota davanti non ha più dato scampo a chicchessia. Anzi ha incrementato il proprio margine fino alla linea d’arrivo, dove si è prodotto in un’esultanza tra il liberatorio e il goliardico, mettendo le braccia a forma di cerchio, coi pugni stretti ad altezza pancia: body building applicato al ciclismo.

Trentin avrebbe quantomeno conquistato il secondo posto di giornata, il che dietro a un Sagan così vale comunque; e invece proprio al colpo di reni (un colpo di reni meraviglioso, diciamolo) quel volpino di Wout Van Aert (Jumbo-Visma), in rimonta clamorosa, riusciva a rosicchiare al trentino quegli ultimi 30 centimetri che gli mancavano per prendersi la piazza d’onore. Secondo in classifica, secondo di tappa, per WVA – che domani presumibilmente salterà – questo primo scorcio di Tour è stato quello della famosa lira mancante per fare un milione. No regrets, ora respiri, sgomberi la mente da sogni di giallo, e si proietti verso un successo di tappa che sarebbe comunque gran cosa per il suo attuale palmarès.

Giù dal podio è rimasto Sonny Colbrelli, che comunque suffraga la propria dimensione, quella di un velocista atipico che si può piazzare bene in diverse tappe del Tour. Chissà che in casa Bahrain-Merida, nei prossimi giorni, non decidano di lanciare il bresciano in qualche fuga da tappa mista. Per Sonny sarebbe con ogni probabilità il contesto migliore in cui far emergere le proprie attitudini.

Continuando con l’ordine d’arrivo, troviamo dal quinto in giù Greg Van Avermaet (CCC), Julien Simon (Cofidis), Michael Matthews (Sunweb), Nils Politt (Katusha-Alpecin), Jasper Stuyven (Trek-Segafredo) e Julian Alaphilippe (Deceuninck-Quick Step). Un elenco piuttosto da classica, diciamo.

In classifica non cambia tanto, Alaphilippe resta al comando anche se per effetto degli abbuoni si riduce il suo margine su Wout Van Aert, ora a 14″ di distacco; alle spalle del RollingStone di Herentals troviamo i suoi compagni Steven Kruijswijk e George Bennett a 25″, quindi Matthews a 40″, stesso ritardo di Egan Bernal (Ineos), e poi Geraint Thomas (Ineos) a 45″, Enric Mas (Deceuninck) a 46″, Sagan salito al nono posto a 50″, Van Avermaet decimo a 51″. Colbrelli resta il miglior italiano, 16esimo a 56″, Trentin sale in 17esima posizione a 57″, Nibali sempre 21esimo a 1’01”.

Domani da Mulhouse a La Planche des Belles Filles il Tour de France vivrà la prima giornata davvero rilevante: le prime salite dure, un arrivo in quota (ancor più su rispetto al punto in cui si arrivava nelle precedenti occasioni in cui LPDBF è stata sede di tappa, e con un tratto di sterrato nel finale) che di sicuro selezionerà per bene il gruppo, dopo 160 km in cui saranno stati doppiati altri 6 Gpm prima di quello conclusivo, tra cui Grand Ballon, Ballon d’Alsace e, a 20 km dalla fine, Col des Chevrères.

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