Julian Alaphilippe al traguardo di Pau al termine della sua fantasmagorica crono © LeTour.fr
Julian Alaphilippe al traguardo di Pau al termine della sua fantasmagorica crono © LeTour.fr

Prendiamolo un Pau sul serio!

Incontenibile Julian Alaphilippe: doveva difendersi, invece fa sua la crono del Tour davanti a Thomas e De Gendt ed è sempre più in giallo. Bene Urán, Kruijswijk e Pinot, male Bernal, Quintana e Bardet

Che Julian Alaphilippe avesse la possibilità di difendere la sua amata maglia gialla nella cronomentro di Pau lo pensavamo un po’ tutti, date le qualità che il francese aveva già esibito in passato nelle prove contro il tempo. Si metteva comunemente in conto che il fuoriclasse della Deceuninck-Quick Step perdesse qualche decina di secondi rispetto ai più forti specialisti, tra i quali Geraint Thomas; e siccome il gallese aveva un ritardo di 1’12” in classifica rispetto a Julian, ecco che i conti erano presto fatti: il campione uscente del Tour de France avvicinerà l’attuale leader della generale, ma probabilmente non riuscirà a superarlo, rinviando alle prossime due frazioni pirenaiche il momento di tornare a vestire il simbolo del primato.

Bene, niente di tutto questo: Alaphilippe la cronometro l’ha proprio direttamente vinta, senza tante chiacchiere e senza permettere a chicchessia di rovinargli l’appuntamento che si era mentalmente prefissato col centenario della maglia gialla. Perché il compleanno di questo feticcio che da un secolo segna i sogni di ogni ciclista cadeva proprio oggi, e a Julian dev’essere sembrato forse irrispettoso non festeggiarlo in pieno, non solo con un’onorevole difesa del primo posto in classifica, ma anche e soprattutto con un gagliardo attacco alle postazioni nemiche, da portare per mezzo di una prestazione superlativa, generosa, praticamente perfetta. Un attacco che poteva essere concepito nell’ottica di un unico ipotizzabile esito: la vittoria.

Per cui Alaphilippe ha rispedito al mittente le pur valide e giustificate ambizioni di Thomas, anzi di un paio di Thomas: sia Geraint, secondo al traguardo, che De Gendt, che è rimasto a lungo al comando della prova, salvo dover abbassare lo sguardo al cospetto degli ultimi due concorrenti, giunti a rompergli le uova nel cosiddetto paniere ricacciandolo indietro sul terzo gradino del podio di giornata. Ha respinto, Julian, le brame di giallo di Geraint, e al contempo ha rilanciato a mille le proprie, perché come potrà contenersi a questo punto? È lì in vetta al Tour, una nazione lo osanna come il nuovo capopopolo, lui è in formissima e vola sulle ali dell’ispirazione e dell’entusiasmo che lo circonfonde… poi magari domani sul Tourmalet becca dieci minuti e ciao patria… ma se poco poco scavalla i Pirenei senza danni eccessivi, beh, a quel punto dovremo iniziare a prendere realmente sul serio la possibilità che il nome a sorpresa si riveli l’ammazzasette di turno: in certe edizioni di transizione della Grande Boucle può capitare che vinca chi non è troppo atteso, e nell’albo d’oro della corsa si trovano nomi ben più pittoreschi di quello di Alaphilippe.

Non dimentichiamo che un outsider come Thomas Voeckler andò vicino, nel 2011, a fare lo scherzone: non si fosse montato la testa convincendosi di poter far stramazzare tutti i rivali sul Galibier, lui da solo, chissà che storia avremmo raccontato di quel Tour in cui poi il non a tutti simpatico T-Blanc chiuse quarto. E Voeckler aveva meno della metà della classe di Alaphilippe; ma quella era, come questa, una Boucle di transizione; e Titì era nel mese di grazia della sua carriera. Insomma, a volte certe traiettorie trovano una consonanza rara, impensata; a volte certe traccianti luminose si spengono prima del tempo, altre volte additano il blu del cielo fino al momento del tripudio. Stiamo a vedere, siamo curiosi.

 

Il tempo di Asgreen, la caduta di Van Aert, lo show di De Gendt
Yoann Offredo (Wanty-Gobert) è stato il primo a scendere in strada, Chad Haga (Sunweb) il primo a stampare un tempo degno (36’22”), Kasper Asgreen il primo a destare sensazione: il 35’52” fatto segnare dal supertiratore della Deceuninck-Quick Step gli ha garantito qualche buon minuto di hot seat, nell’attesa degli eventi. Eventi che si sono presentati nella forma di un’ottima prestazione da parte di Wout Van Aert: attesissimo, il campione belga di specialità ha in effetti confermato di essere un top del crono, passando per primo a tutti e tre gli intertempi.

Purtroppo però il crossista della Jumbo-Visma ha sbagliato una delle ultimissime curve del percorso, stringendo troppo all’interno e incocciando in una transenna che gli ha lacerato parte della gamba destra, obbligandolo al ritiro dopo caduta e lunghi soccorsi in strada. Il Tour del RollingStone di Herentals si è chiuso mestamente con un viaggio in ambulanza fino all’ospedale più vicino, ma per fortuna sono state escluse fratture a suo carico.

Le fratture invece le ha riportate Maximilian Schachmann (Bora-Hansgrohe), caduto praticamente nello stesso punto di Wout, e poi in grado di portare (malamente) a termine la prova, salvo scoprire di essersi rotto terzo, quarto e quinto metacarpo della mano sinistra. Ritiro anche per lui.

Intanto c’era un altro bel tomo che stava facendo numeri sui 27.2 km del percorso: Thomas De Gendt, già a segno in fuga in questo Tour, e desideroso di lasciare un’altra delle sue impronte. Il pluridecorato alfiere Lotto Soudal è arrivato al traguardo con un tempo di 35’36”, 16″ meglio di Asgreen, gran prova annunciata dai passaggi in testa ai tre intermedi. Da lì alla fine il mitico TDG sarebbe rimasto al comando della prova. Correggiamo: da lì fino a due corridori dalla fine.

 

I big e l’appassionante testa a testa Thomas-Alaphilippe
Dopodiché, tutte le attenzioni si rivolgevano agli uomini di classifica. Nel lungo elenco di pretendenti o presunti tali, qualcuno era destinato a uscire a pezzi dalla crono, e gente come Romain Bardet (AG2R La Mondiale), Daniel Martin (UAE Emirates) o Nairo Quintana (Movistar) ha rispettato abbastanza i pronostici negativi; Adam Yates (Mitchelton-Scott) è andato peggio del previsto, Mikel Landa (Movistar) un po’ meglio, Jakob Fuglsang (Astana) non così bene, Richie Porte (Trek-Segafredo) non così male. E date le premesse, Thibaut Pinot (Groupama-FDJ) ha fatto una gran prova, così come Steven Kruijswijk (Jumbo-Visma) e tutto sommato Enric Mas (Deceuninck), ma quello che proprio ha lasciato tutti a bocca aperta è stato Rigoberto Urán, che ha completato la sua tappa con lo stesso identico tempo di De Gendt, solo di qualche centesimo superiore a quello del belga. Ogni tot anni il colombiano della EF Education First si ricorda di poter essere un discreto cronoman; i distacchi degli altri qui citati li mettiamo più giù.

Veniamo invece agli ultimi tre in gara. Da Egan Bernal ci si aspettava qualcosa di buono, su un percorso non privo di qualche piccola asperità, e coerentemente con le doti di un corridore che si fregia del titolo nazionale contro il tempo, e che corre in una squadra che ha una grande tradizione nelle cronometro. Invece il giovane colombiano ha pagato più del previsto, oltre un minuto da De Gendt. Il problema per Bernal era che dopo di lui toccava al suo compagno Geraint Thomas, che prometteva di abbassare il tempo di TDG: e un distacco corposo patito da Thomas avrebbe significato un ridimensionamento delle ambizioni di Egan nelle gerarchie interne al Team Ineos. E di fatto, questo è: le ambizioni del ragazzo escono ridimensionate da Pau.

E sì, perché Thomas è andato forte, proprio forte: partito bene ma con un tempo di 1″ superiore a quello di Kruijswijk al primo intertempo, il gallese ha da lì in avanti azzannato la strada, fissando i migliori parziali sui restanti due intertempi, e arrivando al traguardo con il tempo di 35’14”, spodestando così De Gendt ma non avendo nemmeno il tempo di andare a occupare la hot seat, perché intanto di gran carriera arrivava pure Julian Alaphilippe. E lui, il francese, non aveva fatto sconti, aveva messo a frutto una gamba spaziale dominando tutti i rilevamenti intermedi, e, acclamato dall’incontenibile entusiasmo del pubblico di casa, stava sprizzando watt da ogni poro sul muretto che immetteva sul rettilineo finale della tappa.

Il conteggio dei distacchi in tempo reale ci diceva, a noi davanti agli schermi, che l’impronosticato si stava davvero realizzando. Il riscontro dei cronometristi ha confermato ufficialmente la cosa: Julian ha sì fatto il miglior tempo, 35′ tondi tondi, 14″ su Thomas, 36″ su De Gendt (e Urán). Il tempo dell’ubriacatura, per i tifosi francesi, era giunto all’arrivo di Pau insieme ad Alaphilippe.

 

Il riepilogo di tempi e distacchi
Riepiloghiamo quindi il risultato della giornata. I primi quattro li abbiamo appena citati, proseguiamo con l’ordine d’arrivo: a 45″ hanno chiuso Porte e Kruijswijk, a 49″ Pinot, a 52″ Asgreen, a 58″ Mas, a 1’01” Joey Rosskopf (CCC), e con l’americano chiudiamo la top ten.

Distacchi di altri uomini di classifica: 1’07” Fuglsang, 1’09” Bauke Mollema (Trek), 1’11” Alejandro Valverde (Movistar), 1’19” Emanuel Buchmann (Bora-Hansgrohe), 1’36” Bernal, 1’45” Landa; a 1’49” è arrivato (26esimo) Fabio Aru (UAE-Emirates), senza infamia e senza lode, ma in un esercizio – la crono – nel quale in passato ha spesso sofferto, per cui in questo caso il “senza infamia” vale più del “senza lode”. Ancora distacchi: 1’51” Quintana, 2’06” Daniel Martin, 2’08” Adam Yates, 2’26” Bardet, 2’39” Roman Kreuziger (Dimension Data), 3’03” Guillaume Martin (Wanty-Gobert), 3’13” Warren Barguil (Arkéa-Samsic). Non l’abbiamo ancora scritto, ma il migliore degli italiani è stato Alberto Bettiol (EF), 19esimo a 1’26” da Alaphilippe.

La classifica generale: Alaphilippe ha ora 1’26” su Thomas, 2’12” su Kruijswijk, 2’44” su Mas, 2’52” su Bernal, 3’04” su Buchmann, 3’22” su Pinot, 3’54” su Urán, 3’55” su Quintana e Yates, 4’15” su Dan Martin, 4’29” su Valverde e Fuglsang. Porte è a 4’44”, Bardet a 5’46”, Landa a 6′ tondi. Primo italiano Fabio Aru, 23esimo a 7’46”. Domani la 14esima tappa è la Tarbes-Tourmalet, con il Col de Soulor a metà percorso e arrivo in quota appunto sul Tourmalet, dopo 117.5 km: sarà battaglia su una delle salite simbolo del Tour, o trionferà nuovamente l’attendismo?

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