La gioia di Thibaut Pinot sul Tourmalet © LeTour.fr
La gioia di Thibaut Pinot sul Tourmalet © LeTour.fr

Sul Tourmalet nacque Thibaut Pirenot

Pinot vince sui Pirenei, Alaphilippe saldo al comando, crescono Kruijswijk e Bernal; passaggio a vuoto di Thomas, flop Quintana, Bardet annientato. E Nibali prova la fuga

Volevate la selezione in montagna? Avete avuto la selezione in montagna. Volevate vedere il Team Ineos per una volta messo in difficoltà? L’avete avuto. Volevate assistere a un grande spettacolo sul Tourmalet? Si prega ripassare…

Che la seconda tappa pirenaica del Tour de France 2019 potesse essere peggio della prima era impossibile, a meno di andare nei numeri negativi per esprimere un voto sintetico alla frazione. Quindi qualcosa dovevamo per forza aspettarcelo, non foss’altro che un po’ di attacchi e contrattacchi negli ultimi chilometri verso la mitica vetta. Ecco, questi no, non li abbiamo visti, di attacchi praticamente non ce ne sono stati: quello di cui siamo stati testimoni è stata una feroce selezione da dietro, nel gruppo dei migliori andato via via ad assottigliarsi. Una sorta di dieci piccoli indiani, ogni chilometro ne saltavano un paio, fino alla resa dei conti lassù, nei mille metri finali, di fatto una lunga volata per assegnare il successo di giornata e certificare lo stato delle forze in campo.

Non è stata, per dirla tutta, una visione sconsolante, anzi diciamo pure che aveva un suo perché; solo che mettere a referto uno scatto di Warren Barguil e una progressione di David Gaudu in 19 km di scalata fa piangere il notes, prima ancora che il cuore di vecchi appassionati. Ci siamo comunque interessati alla vicenda in divenire, ma più che altro per un paio di grosse novità, o meglio di situazioni non del tutto attese: la prima, la resistenza apparentemente agevole della maglia gialla Julian Alaphilippe: non che il capitano della Deceuninck-Quick Step abbia saltellato per tutto il Tourmalet, anzi era spesso nelle retrovie del gruppetto. Ma senza mai dare l’impressione di essere alle corde, anzi dimostrando di gestire al meglio le proprie energie. Indubbiamente questo Alaphilippe – ma l’avevamo intuito già nei giorni scorsi – ha fatto uno step importante nella sua crescita di corridore. Maneggiare con cura!

Il secondo elemento di novità è dato dalla fragilità del Team Ineos. O meglio, non diciamo fragilità, in fondo continua ad avere due uomini in alta classifica; diciamo non-inesorabilità. Se in passato l’allora Sky frustrava da subito i sogni di gloria di tutti i rivali del capitano di turno (il più delle volte Chris Froome, nel 2018 Geraint Thomas), stavolta i compagni del gallese non hanno fatto il classico trenino, lasciando ad altri l’incombenza; e lui in prima persona, il signor G, ha pagato dazio nell’ultimo chilometro, in maniera certo inaspettata, e in un modo che apre un’importante falla nel sistema operativo del team britannico: nel 2012 il vice andava più forte del capitano, in salita, ma Bradley Wiggins (era lui il numero uno) era in maglia gialla, e Froome non potè far altro che guardargli le spalle. Ma stavolta? Thomas non è al comando della corsa, ed Egan Bernal oggi pareva avere davvero un altro passo, salvo venire stoppato dall’ammiraglia nel momento in cui Geraint ha visto le streghe. Dovesse ripetersi lo scenario domani, che si fa? Sciogli le trecce ai cavalli, diceva Balsamo.

Due righe sul vincitore, ora: Thibaut Pinot rilancia in maniera potente la propria candidatura a colmare il vuoto lasciato da Bernard Hinault nell’albo d’oro del Tour. Se Alaphilippe salterà, come resta possibile che succeda, toccherà al capitano della Groupama-FDJ (oggi supportato da uno splendido David Gaudu) provare a regalare la Grande Boucle ai francesi, a 34 anni dall’ultima volta. E se Julian resterà inattaccabile, un posto sul podio pare tranquillamente alla portata di Thibaut, che mai abbiamo visto così convinto ed efficace come negli ultimi mesi (diciamo dalla Vuelta 2018 in avanti): predestinato da sempre, realmente concreto mai, non ci è nemmeno andato vicino, a vincere il Tour (peraltro lui innamorato più del Giro che della corsa di casa). Ma questo è un altro Pinot (o “Pirenot”, per giocare con questi monti): pronto a tutta un’altra storia.

 

Nibali attacca, ma la fuga stavolta non va troppo lontano
Frazione breve resa ancor più breve dallo spostamento in avanti del km 0 (c’era da dribblare una protesta a Ossun, cittadini contro l’apertura di un porcile industriale), per cui 114.5 km in totale da Tarbes al Tourmalet. Il primo ad attaccare è stato Vincenzo Nibali, finalmente sanato dai problemi di stomaco delle giornate precedenti. Lo Squalo, con professionalità, è restato in corsa e si è inventato dei traguardi possibili: una vittoria di tappa, chissà se la lotta per la maglia a pois. Col siciliano della Bahrain-Merida si è mosso Élie Gesbert (Arkéa-Samsic), poi sui due è rientrato Peter Sagan (Bora-Hansgrohe) che è ripartito di forza con Vincenzo, ma Gesbert si è rifatto sotto insieme ad altri 14, a formare il corposo plotoncino all’attacco. Coi tre citati c’erano Matej Mohoric (Bahrain), Alexis Vuillermoz (AG2R La Mondiale), Matthieu Ladagnous (Groupama-FDJ), Carlos Verona (Movistar), Luis León Sánchez (Astana), Sergio Henao (UAE Emirates), Lennard Kämna (Sunweb), Tim Wellens (Lotto Soudal), Guillaume Martin (Wanty-Gobert), Ilnur Zakarin e Marco Haller (Katusha-Alpecin), nonché un trio Total Direct Énergie, Lilian Calméjane, Romain Sicard e Rein Taaramäe.

Il vantaggio massimo dei 17 è stato di 2’50” a 73 km dalla fine, e a tirare dietro era la Groupama-FDJ, squadra nelle cui fila naturalmente già si sapeva del gambone di Pinot. Nibali ha preso il punticino in palio sulla Côte de Lambatmale in avvio, e si è riservato di battagliare anche sul Col de Soulor, piazzato a metà tappa. Salita su cui il drappello in avanscoperta si è frantumato, tanto che in cima (ai -56) son transitati insieme i soli Wellens e Nibali nell’ordine, con Gesbert a 10″ e Zakarin-Sicard-Verona a 30″. In discesa c’è stato un ricongiungimento tra questi sei, e son rientrati pure Sánchez, Calméjane e Kämna, ma poi Verona s’è staccato ed è rimasto con Sagan, bravo a resistere il più possibile sul Soulor: per lo slovacco l’obiettivo era passare più avanti possibile al traguardo volante di Pierrefitte-Nestalas ai -33, e in effetti è riuscito a transitare nono, mentre i rivali della classifica a punti erano dispersi nelle retrovie.

A 28 dalla fine è partito Sicard, al suo inseguimento son rimasti solo Gesbert e Calméjane mentre il gruppo riprendeva Nibali e gli altri ai -24; sul Tourmalet Gesbert ha staccato Calméjane, ai -16 si è portato su Sicard e l’ha mollato sul posto, e infine è stato ripreso a 10.5 km dalla vetta, dopo aver fatto abbastanza per meritarsi il titolo di combattivo di giornata.

 

Pastrocchio Movistar: tira forte, fa staccare Quintana
Non abbiamo ancora detto del gruppo. Dopo il controllo dei Groupama che di fatto ha impedito alla fuga di prendere il largo, il testimone è passato ai Movistar a metà Soulor. Un inesauribile Andrey Amador ha tirato senza risparmiarsi, e ciò ha causato i primi smottamenti. Smottamenti grossi, perché a pagare dazio è stato per primo Romain Bardet (AG2R), che a 62 dal traguardo ha definitivamente archiviato il 2019 con un pesante passivo in bilancio: per uno che aveva puntato praticamente tutto sul Tour uscire di scena così malamente a metà Pirenei non può che configurare una delusione amarissima ma anche la consapevolezza di qualcosa che non va più in generale, perché dal secondo posto del 2016 il trend è andato in calando, terzo (soffrendo le pene dell’inferno) nel 2017, sesto nel 2018, n-esimo nel 2019 (sempre se arriva a Parigi). A quasi 29 anni sarà il caso che Romain faccia ordine su quelle che sono le sue ambizioni.

Il secondo a perdere contatto dai big è stato Adam Yates (Mitchelton-Scott) ai -61, ma nel suo caso non è andato alla deriva perché ha trovato subito il fratello Simon a dargli supporto. Ai -58 segnali di difficoltà anche per Fabio Aru (UAE) e Bauke Mollema (Trek-Segafredo), ma ormai la vetta era vicina, e con essa la speranza di poter rientrare in discesa. Evento puntualmente avvenuto ai -40, quando un bel drappellone di una ventina di uomini (compresi gli Yates e appunto Aru) si è ricongiunto coi migliori.

Il Tourmalet era lì ad aspettare i ragazzi, ed è stata sempre la Movistar (anzi: Amador) ad approcciarlo in testa al gruppo. Il ritmo del team iberico è stato di nuovo doloroso per tanti, la selezione è stata subito evidente, e diversi grossi nomi hanno alzato bandiera bianca, stavolta definitivamente: per primo proprio Yates, che ha perso contatto insieme a Patrick Konrad (Bora) a 15 km dalla vetta. Il citato gioco dei dieci piccoli indiani è proseguito senza pause: ai -13 è saltato Daniel Martin (UAE), ai -10, mentre veniva raggiunto Gesbert, toccava a Roman Kreuziger (Dimension Data) e di nuovo Aru sentire il suono dell’hemingwayana campana.

Ma lì è arrivata sul Tour la prima sorpresa clamorosa della giornata: con la Movistar sempre sulla tolda, ora con Marc Soler, a staccarsi è stato nientemeno che Nairo Quintana. I compagni del colombiano hanno continuato a trenare ancora per un po’, facendo credere a tutti che si fosse consumato in diretta il passaggio di gradi ufficiale tra Nairo e Mikel Landa. Invece no: non si erano accorti che Quintana fosse a gambe all’aria, e lui evidentemente non aveva nemmeno avvisato nessuno della sua difficoltà. Il sempre più enigmatico vincitore del Giro 2014 dà l’impressione di non poter più tornare ai livelli che toccò nei suoi anni d’oro. Fatto sta che la Movistar alla fine si è spostata lì davanti, e ha lasciato che fosse la Ineos (con Wout Poels) a fare il lavoro sporco.

 

Corsa a eliminazione tra i big
A 9.5 dalla vetta il primo dei due attacchi sul Tourmalet: l’ha portato Warren Barguil (Arkéa), ma senza scavare grossi solchi. Il gruppo era ridotto a una quindicina di unità, e Alaphilippe stazionava in coda, insieme all’inseparabile amico di primavera Jakob Fuglsang (Astana).

Ai 7.5 km la Groupama ha occupato di nuovo la scena, con un David Gaudu dotato di una marcia in più rispetto a Poels; la progressione del francesino ha addirittura assunto i canoni di un attacco vero e proprio, visto che alla sua ruota c’era capitan Thibaut. Fuglsang ha chiuso rapidamente, in coda ha perso contatto Mollema, intanto più indietro Aru superava un Quintana alla deriva.

A 6 dalla vetta è stato raggiunto Barguil, che non aveva mai avuto più di 15″ di margine, e intanto proseguiva la grande morìa delle vacche, ai 5.5 in un colpo solo ci siamo giocati Richie Porte (Trek), per il quale il tempo della speranza sembra essere finito, e un po’ a sorpresa Enric Mas, uno di quelli meglio usciti dalla crono di Pau: il compagno di squadra di Alaphilippe lasciava così solo il capitano, nella difficile situazione di doversi salvare da lì all’arrivo.

Poco dopo è saltato Poels, e ai 4 km su un allungo di Gaudu (il secondo attacco di giornata dopo quello di Barguil) anche Alejandro Valverde (Movistar) ha finito la benzina, staccandosi con Barguil; lo stesso Gaudu è durato ancora poco, in meno di mezzo chilometro si è rialzato e ciao anche a lui. A 3 dalla vetta avevamo 11 uomini nel gruppetto (e Barguil non lontano a far l’elastico): da soli Pinot, Fuglsang, Landa, Rigoberto Urán (EF Education First), Emanuel Buchmann (Bora) e Alaphilippe; in coppia Thomas e Bernal; in forze gli Jumbo-Visma, con Steven Kruijswijk scortato da George Bennett e Laurens De Plus; era logico a questo punto che a tirare si mettessero proprio i gialloneri, puntualmente andati al comando con De Plus.

Il belga ha fatto il suo, e quando si è spostato (ai 2.7) è toccato a Bennett alzare il ritmo, e il neozelandese ha fatto davvero male a diversi: 1700 metri, out Fuglsang; 1500 metri, out Urán; Thomas cominciava ad avere le traveggole. Ai 1300 metri Buchmann ha proposto un contropiede, e qui la Caporetto di Geraint. Bernal invece è stato rapidissimo a portarsi sul tedesco della Bora (e pure Pinot), ma presto le sue ali sono state tarpate via radio: “Voltati Eugenio, guarda chi si sta staccando!”. Egan ha soffocato sul nascere la sua iniziativa di rilanciare l’azione, Thomas perdeva contatto e andava in confusione (Urán, già staccato, lo risuperava, per dire).

 

Pinot vince una tappa importantissima, la classifica si slabbra
Allora è stato di nuovo Buchmann a proporre un forcing, Landa si apprestava a una chiusura di tappa in rosso fisso, e invece Pinot aveva propositi giocosi: ai 250 metri Thibaut è scattato per quella volata all’insù, e ha fatto il buco, avviandosi a vincere la tappa. Per un attimo Alaphilippe ha pensato, o sperato, o immaginato, di poter cambiare ritmo a modo suo e di piombare sul connazionale, ma ha dovuto ben presto ridursi a più miti consigli; non così miti, in fondo, dato che il secondo posto, a 6″ da Pinot, se l’è preso a mani basse, precedendo Kruijswijk accreditato del suo stesso tempo.

A 8″ sono stati cronometrati Buchmann e Bernal, a 14″ Landa; primo buco visibile, e a 30″ ecco Urán, quindi a 36″ Thomas e a 38″ Barguil; a 53″ è arrivato Fuglsang, a 58″ Bennett e Valverde, a 1’19” De Plus. Voragine, e a 2’05” ha chiuso Porte; a 2’26” Gaudu, a 2’54” Mas, uno per cantone insomma; a 3’24” Nairo Quintana, 5″ meglio di Mollema; a 3’33”, 19esimo, Fabio Aru; a 3’48” Kreuziger. Più lontani: 5’35” ha pagato Dan Martin, 6’42” Yates, 12’39” Konrad, addirittura 20’19” un Bardet annientato.

Tutto ciò ci rende la seguente classifica: il giallo di Julian Alaphilippe è sempre più vivido, alle sue spalle ci sono Thomas a 2’02” e Kruijswijk a 2’14”. E poi Bernal a 3′, Buchmann a 3’12” così come Pinot. Diciamo che a questi sei si riduce la lotta per il successo nel Tour 2019, gli altri sono già troppo lontani, e peraltro non hanno riempito gli occhi degli spettatori quest’oggi: Urán è settimo a 4’24”, alle sue spalle troviamo Fuglsang a 5’22”, Valverde a 5’27”, Mas a 5’38”, Landa a 6’14”, Porte a 6’49”, Barguil a 7’17”, Quintana a 7’19”, Mollema a 9’03”, Martin a 9’50”, Kreuziger a 9’55”, Yates a 10’37”, Gaudu a 11′ e Aru, 20esimo, a 11’19”.

Domani la tappa numero 15 è sulla carta una delle più intriganti di questa Boucle: Limoux-Foix, 185 km con arrivo in salita, e prima della scalata finale Montsegur (km 60), Port de Lers (120), Mur de Péguère (147). L’ultima ascesa misura 12 km. Volendo, spazio per tattiche di ampio respiro. Le gambe saranno quelle che saranno, ma c’è da dire che la vulnerabilità dei primissimi (dimostrata per Thomas, al più sperata per Alaphilippe) potrebbe mettere le ali ai piedi di un Pinot o di un Kruijswijk. Tutto sommato, a due terzi del cammino, ci siamo trovati in Tour peggiori di questo.

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