Quintana all'arrivo di Valloire "macchiato" di gel © Letour.fr
Quintana all'arrivo di Valloire "macchiato" di gel © Letour.fr

Nairo più Egan: Galibier provincia di Colombia

Nel giorno del tappone alpino Quintana ritrova la gamba e la vittoria, Bernal attacca ma Alaphilippe regge ancora. E fan discutere le tattiche INEOS – Movistar

Nelle due tappe sui Pirenei con arrivi sul Tourmalet e a Prat d’Albis, Nairo Quintana era andato in forte difficoltà perdendo quattro minuti e mezzo dalla maglia gialla Julian Alaphilippe e un altro minuto lo aveva lasciato per strada anche nel finale della tappa di Nîmes: oltre a qualche polemica sull’operato dei compagni di squadra che lascerà comunque a fine anno, il colombiano della Movistar si era inevitabilmente attirato addosso le numerose critiche di chi, constatando un trend che nei grandi giri dura ormai da due anni circa, lo considera ormai un corridore avviato verso il tramonto nonostanti abbia ancora 29 anni.

Per le Alpi le aspettative su Nairo Quintana erano ridotte ai minimi termini, al massimo sarebbe potuto essere un buon gregario per Mikel Landa se la spaccatura all’interno della squadra non fosse stata troppo netta: e invece sulle salite che più si adattano alle caratteristiche degli scalatori colombiani, siamo tornati ad ammirare il Quintana dei giorni migliori, capace addirittura di far segnare il record di scalata nel tratto che va dalla svolta del Lautaret fino alla cima del Galibier. Un numero bellissimo quello di Nairoman che ricorda quello sul Col du Portet nella mini tappa del Tour de France 2018 e che proprio per questo di fa tenere ancora i piedi per terra: il miglior Quintana è sempre andato in crescendo nella terza settimana, e domani sapremo se quello di oggi è stato solo un fuoco di paglia, oppure l’inizio della rinascita di un corridore che potrebbe non essere tagliato fuori del tutto dai giochi per un risultato importante.

Lunga battaglia per la fuga iniziale
La diciottesima frazione di questo Tour de France portava i corridore da Embrun a Valloire per un totale di 208 chilometri: tre gran premi della montagna a più di 2000 metri di quota come il Col de Vars, il Col d’Izoard ed il Col du Galibier rendevano questo il vero tappone della corsa e forse anche l’unica occasione per ribaltare pesantemente la classifica da parte di chi era rimasto indietro nei giorni scorsi; a patto di avere le gambe per farlo. Sono stati 156 i corridori a prendere il via questa mattina e subito dal primo chilometro l’andatura del gruppo è stata elevatissima tra gli scatti e gli allunghi di chi cercava di portare via una fuga: molto attivo Peter Sagan, anche perché il traguardo volante era posto dopo soli 45 chilometri e soprattutto prima delle tre salite principali di giornata, quindi potevano esserci in palio punti interessanti per la maglia verde.

Al chilometro 13 c’era comunque il GPM di terza categoria della Côte de Desmoiselles Coiffées, ma non è bastato a fare da trampolino per un’azione importante: Alexey Lutsenko e Pierre-Luc Périchon hanno scollinato in testa con una decina di secondi di vantaggio, ma hanno continuato ad insistere restando in quella posizione scomoda per quasi una quindicina di chilometri, mentre alle loro spalle il gruppo si era addirittura brevemente frazionato in un tratto di discesa. Al chilometro 30 sono poi ripartiti altri scatti e controscatti con ancora Lutsenko protagonista, ma anche Adam Yates, Lennard Kämna e Daryl Impey segnalati tra i più attivi: questi quattro uomini hanno preso di forza 15″ di vantaggio di vantaggio, poi tra il chilometro 35 ed il chilometro 40 altri trenta corridori sono riusciti a rientrare.

Poco prima del traguardo volante ci siamo ritrovati quindi con 34 uomini al comando, tra cui non c’era Sagan. I delusi di giornata erano i Trek-Segafredo che avendo un solo uomo nel drappello di testa vedevano in serio pericolo la leadership nella classifica a squadre: così fino al chilometro 54 sono stati soprattutto i biancorossi di Luca Guercilena a tenere alto il ritmo per provare ad annullare questa maxi-fuga, ma alla fine il plotone ha dovuto arrendersi e così il vantaggio degli attaccanti ha finalmente potuto decollare.

Quintana e due italiani nei 34 in fuga
Nel gruppo in fuga c’erano Dylan Van Baarle (Ineos), Max Richeze (Deceuninck-Quick Step), Romain Bardet, Mikaël Chérel e Matthias Frank (AG2R-La Mondiale), Damiano Caruso (Bahrain-Merida), Matthieu Ladagnous (Groupama-FDJ), Nairo Quintana, Andrey Amador e Carlos Verona (Movistar), Gorka Izagirre e Alexey Lutsenko (Astana), Amund Groendahl Jansen e Mike Teunissen (Jumbo-Visma), Alberto Bettiol e Michael Woods (EF Education First), Adam Yates, Daryl Impey e Chris Juul Jensen (Mitchelton-Scott), Greg Van Avermaet, Simon Geschke e Serge Pauwels (CCC), Sergio Henao (UAE Team Emirates), Julien Bernard (Trek-Segafredo), Nikias Arndt e Lennard Kämna (Sunweb), Pierre-Luc Périchon e Stéphane Rossetto (Cofidis), Tiesj Benoot, Jasper De Buyst e Tim Wellens (Lotto-Soudal), Paul Ourselin (Total Direct Energie), Nils Politt (Katusha-Alpecin) e Amaël Moinard (Arkéa-Samsic).

Ad eccezione della Bora-Hansgrohe, tutte le squadre dei corridori di alta classifica avevano almeno un uomo davanti che sarebbe potuto diventare utile, sia in caso difensivo che in caso offensivo, tra i fondovalle dopo l’Izoard e la prima parte della salita del Lautaret: la Movistar era la meglio rappresentata con ben tre uomini tra cui Nairo Quintana, il migliore in classifica tra tutti i fuggitivi avendo 9’30” di ritardo, la Deceuninck-QuickStep ha mandata avanti un suo uomo e anche Jumbo-Visma, Groupama-FDJ e Team Ineos si erano tutelate con degli ottimi passisti. Interessante ed abbastanza insolita è stata la presenza in fuga di Van Baarle del Team Ineos: un ex Sky all’attacco da lontano dal Tour de France è una cosa che non siamo abituati a vedere, ma testimonia le difficoltà che sta affrontando quest’anno la squadra che non si aspettava di trovarsi a rincorrere a questo punto della corsa e con gregari al di sotto delle loro potenzialità.

A differenza delle scorse tappe di montagna di questo Tour de France, la Deceuninck-QuickStep ha un po’ cambiato atteggiamento nella difesa della maglia gialla: anziché limitare il distacco nel tratto iniziale più pianeggiante, i compagni di Julian Alaphilippe hanno scelto un ritmo più regolare arrivando ai piedi del Col du Vars con circa sei minuti di ritardo dai 34 uomini al comando e poi hanno perso ancora tra la discesa ed il successivo tratto di fondovalle prima dell’Izoard dove il gap ha toccato un massimo di sette minuti e mezzo. Nella discesa del Vars c’è stata anche una caduta nel plotone che ha visto coinvolto George Bennett che, seppur un po’ a fatica, è riuscito a ripartire e rientrare: giornata nera per il neozelandese della Jumbo-Visma che poi cadrà anche nella discesa del Galibier, arrivando comunque al traguardo.

La Movistar fa ancora discutere
Qualche chilometro prima di approcciare la salita del Col d’Izoard, dal gruppo in fuga sono partiti Greg van Avermaet e Julien Bernard che hanno approfittato di un po’ di disorganizzazione alle loro spalle – anche perché nessuno voleva far regali a Quintana – per guadagnare un vantaggio anche importante: a dieci chilometri dalla vetta, i due avevano quasi due minuti di vantaggio sui più immediati inseguitori, dove più d’uno iniziava a perdere contatto, e 8’35” nei confronti del gruppo maglia gialla sempre tirato dalla Deceuninck-QuickStep. A quel punto Quintana era virtualmente settimo in classifica generale a tre minuti da Alaphilippe, a poco più di un minuto dal podio e soprattutto davanti ai suoi compagni di squadra Landa e Valverde: una situazione favorevole, ma proprio in quel momento è stata la Movistar ad accelerare il ritmo nel plotone con lo spagnolo Marc Soler.

La tattica della squadra spagnola sta facendo e farà ancora discutere, ma il risultato è stato che nel gruppo dei big sono rimasti appena 17 corridori ed il vantaggio della fuga ha iniziato a calare. In un primo momento sembrava che il ritmo di Soler potesse essere di preparazione ad uno scatto di Mikel Landa che poi lungo la strada avrebbe potuto trovare Carlos Verona, che nel frattempo si era sfilato, e poi Andrey Amador, tenendo per ultimo Nairo Quintana: ma i chilometri passavano e la situazione nel gruppo dei favoriti rimaneva cristallizzata, mentre il ritardo si era progressivamente ridotto a cinque minuti. Superato il tratto in contropendenza della Casse Deserte, era ormai chiaro che sull’Izoard non sarebbe successo nulla tra i big, e anche lo stesso Marc Soler ha rallentato il ritmo a vista d’occhio.

Tra i fuggitivi invece era rimasto in testa il solo Julien Bernard della Trek-Segafredo che sognava di scollinare per primo su una delle vette mitiche della corsa, ma proprio negli ultimi metri il francese ha visto infrangersi il proprio sogno: da dietro è infatti rinvenuto fortissimo il siciliano Damiano Caruso (Bahrain) che è passato per primo portando via punti a Romain Bardet, secondo, mentre Bernard è passato subito dietro in terza posizione. Il gruppo maglia gialla ha raggiunto il gran premio della montagna con 5’10” di ritardo: questo significa che l’azione della Movistar è costata circa un minuto e mezzo di vantaggio, se non anche qualcosina in più, a Nairo Quintana che sarebbe potuto essere un poco più vicino al podio virtuale.

Il Team Ineos lavora nel gruppo dei favoriti
Sia nell’ultimo tratto di salita che poi nella lunga discesa successiva, il gruppo maglia gialla si è un po’ rinfoltito e soprattutto tanti dei big hanno ritrovato per strada compagni di squadra in grado di aiutarli: Alaphilippe aveva Mas e Richeze, con Bernal e Thomas c’erano Poels e Castroviejo più Van Baarle in fuga all’occorrenza, Pinot poteva contare su Reichenbach, Gaudu (rientrato dopo essersi staccato in salita) e Ladagnous, mentre la Jumbo-Visma era in forze tra Kruijswijk, Bennett, De Plus ed i reduci della fuga iniziale. Insomma, a stoppare sul nascere l’attacco di Landa potrebbe essere stata anche una situazione un po’ diversa da quella sperata, anche perché se nessuno lo avesse seguito il rischio di andare incontro ad un suicidio contro un’alleanza di quattro squadre era molto alto. E lo stesso vale anche per Quintana: se fosse arrivato a GPM con un vantaggio nell’ordine degli otto minuti, tutte queste formazioni sarebbero rimaste a guardare senza fare nulla?

L’unica certezza è che dopo l’Izoard, a 52 chilometri dall’arrivo, avevamo in testa 16 corridori e che nel plotone a lavorare era il Team Ineos con lo spagnolo Jonathan Castroviejo: Quintana, Bardet, Lutsenko, Adam Yates, Bernard, Woods, Kämna, Caruso, Pauwels, Van Avermaet, Cherel, Van Baarle, Benoot, Amador, Wellens e Geschke avevano 6’20” di vantaggio al termine della discesa, ma in quel lungo tratto di fondovalle non sono riusciti a trovare un buon accordo. Davanti l’andatura è andata un po’ a strappi con scatti, accelerazioni e inseguimenti che di sicuro non hanno fatto bene al vantaggio che poco prima di approcciare la salita del Lautaret era sceso addirittura a 4’55”. Proprio sulle prime rampe di salite, il gruppetto dei fuggitivi si era spezzato in due, con Quintana rimasto nella seconda parte: l’ultimo sforzo di Amador è stato proprio per chiudere quel buco e poi il costaricano si è rialzato dando per concluso il suo lavoro di giornata.

Per molti chilometri nel gruppo dei big ha lavorato solo il Team Ineos e all’inizio ufficiale della salita di Lautaret, di fatto la prima parte del Galibier, il gap dalla testa della corsa era stato cronometro in 5’15”. Jonathan Castroviejo ha lavorato finché ha potuto e poi è stato sostituito in testa da Wout Poels e Dylan van Baarle, che i tecnici avevano nel frattempo fermato dalla fuga: il lavoro di Poels è stato breve e non molto efficiente, diverso invece il discorso per quanto riguarda Van Baarle che non ha fatto grande selezione, ma almeno ha rosicchiato qualche secondo alla testa della corsa nei lunghi tratti con le pendenze più pedalabili. Alla svolta che collega il Lautaret con il vero inizio del Galibier, la testa della corsa era a 4’30” di distanza dal gruppo maglia gialla.

Quintana s’invola a più di 26 km dall’arrivo
Intanto però in testa erano rimasti appena cinque corridori, grazie alle generose accelerazioni portate da Alexey Lutsenko e da Damiano Caruso: assieme al kazako ed all’italiano c’erano anche Romain Bardet, Michael Woods e Nairo Quintana, con Tiesj Benoot e Lennard Kämna poco distanti. Lutsenko ha provato a più riprese a fare selezione, senza però riuscirci, e poco dopo è stato il canadese Woods a fare un timido allungo: è stato proprio il tentativo del corridore della EF Education First a 7.5 chilometri dal gran premio della montagna ad innescare il contropiede di Nairo Quintana che ha lasciato tutti sul podio dando immediatamente l’impressione di avere di fronte un corridore del tutto differente rispetto a quello dei Pirenei.

Il colombiano della Movistar ci ha messo poco a scavare un margine di vantaggio notevole sugli inseguitori: Romain Bardet era il più determinato alle spalle, ma si è fatto un po’ innervosire dalla mancaza di cambi di Alexey Lutsenko, e comunque chilometro dopo chilometro il francese dell’AG2R vedeva aumentare il suo ritardo da Quintana. Prima 30″, poi un minuto e alla fine al gran premio della montagna il colombiano aveva addirittura 1’45” su Bardet, con Lutsenko ormai più indietro e tagliato fuori: con 19 chilometri di discesa da affrontare, la vittoria di tappa sarebbe potuta sfuggire a Quintana solo in caso di incidente, mentre per Bardet c’è stata la consolazione di aver conquistato la maglia a pois grazie ai due secondi posti sull’Izoard e sul Galibier.

Thomas contro Bernal? Anche la Ineos non convince
Grazie alla sua azione Nairo Quintana ha guadagnato circa un minuto sul gruppo dei favoriti dove il ritmo continuava ad essere dettato da Dylan van Baarle con relativa tranquillità. A rompere la situazione di attendismo di ha pensato Egan Bernal a circa tre chilometri dalla vetta: Alejandro Valverde ha provato a tenerlo per qualche metro, salvo poi rimbalzare pesantemente all’indietro, e così è stato l’altro spagnolo Enric Mas a mettersi davanti a scandire l’andatura per Julian Alaphilippe; se sui Pirenei era stato tra i primi a staccare, oggi Mas è stato un uomo molto prezioso per la maglia gialla. Bernal ha guadagnato molto velocemente 20″ sui suoi rivali diretti, ma il giovale talento colombiano è poi arrivato anche ad avere più di 40″ di margine.

Alle spalle di Bernal, il ritmo di Mas era chiaramente regolato sulle necessità di difesa di Julian Alaphilippe che su certe vette non può pensare di accettare il testa a testa contro i migliori, ma né Pinot, né Kruijswijk, né Landa hanno provato ad attaccare per testare la resistenza del leader. E così a un chilometro dalla vetta è stato il gallese Geraint Thomas, campione uscente del Tour, a rompere gli indugi ed a muoversi in prima persona: una mossa rischiosissima perché davanti c’era un suo compagno di squadra che stava guadagnando parecchio, ma a quel punto c’era anche la necessità di mettere pressione ad Alaphilippe e magari staccarlo per evitare che poi fosse lui stesso ad attaccare in prima persona in discesa.

Thomas non è riuscito a fare la differenza, ma la sua accelerazione accelerazione ha fatto risvegliare Pinot, Landa, Urán, Buchmann e Kruijswijk che lo hanno seguito: a quel punto Alaphilippe era ormai al limite e è bastato un rilancio di Pinot per farlo staccare. In questa fase Bernal ha perso qualcosa ed un altro tema di discussione sarà proprio quello dei ruoli in casa Ineos perché oggi il lavoro è apparso decisamente poco coordinato tra i due, per un usare un eufemismo: al tempo stesso il colpetto di Thomas ha fatto sì che Alaphilippe perdesse circa 25″ nell’ultimo tratto di salita, ingigantendo così i dubbi sulla possibile tenuta del francese della Deceuninck-QuickStep nelle ultime due tappe di montagna.

Alaphilippe si salva in discesa, Bernal guadagna 32″
In discesa Alaphilippe ha mostrato tutta la sua abilità annullando molto velocemente il proprio ritardo. Anzi, una volta tornato in scia, Julian si è addirittura preso qualche piccolo rischio per superare tutti gli altri corridori del gruppetto e portarsi il più velocemente possibile in testa: alla maglia gialla è bastata quindi una curva pennellata per aprire subito un margine di una manciata di metri su Pinot e tutti gli altri e sembrava potesse essere addirittura l’inizio di un attacco più deciso che avrebbe potuto spostare gli equilibri – quantomeno psicologici – di questo Tour de France. Ci ha pensato però Rigoberto Urán ad andare a chiudere quel piccolo buco e poi nel finale non è più successo nulla, nonostante la strada bagnata per la pioggia arrivava proprio negli ultimi cinque chilometri.

E così al traguardo di Valloire in prima posizione è arrivato tutto solo Nairo Quintana con Romain Bardet, meno aggressivo del solito in discesa, secondo a 1’35” e Alexey Lutsenko terzo a 2’28”; molto bravo il tedesco Lennard Kämna, tra i primi attaccare ad inizio tappa, che ha chiuso quarto a 2’58” davanti a Damiano Caruso, quinto a tre minuti esatti. In discesa Egan Bernal è riuscito a difendersi bene è giunto a 4’46” assieme ad altri reduci della fuga ed ha guadagnato 32″ su un drappello comprendente Alaphilippe, Thomas, Pinot, Kruijswijk, Buchmann, Landa, Urán e Porte. Buona la prova di Fabio Aru che già sull’Izoard si era staccato di poco dal gruppo dei migliori, ma con la sua solita tenacia non ha mai mollato e alla fine ha chiuso ventunesimo a 7’24” da Quintana e 2’06” dal gruppo Alaphilippe.

Bernal è ora secondo in classifica
In classifica generale bisogna registrare il balzo in avanti di Egan Bernal che è andato a collocarsi in seconda posizione, subito davanti a Geraint Thomas: il colombiano ha 1’30” di ritardo da Julian Alaphilippe, mentre il gallese è appena 5″ più indietro rendendo ancora più interessante la discussione sulla leadership in casa Ineos. Ma fuori dal podio i distacchi sono davvero minimi: Kruijswijk è a 1’47”, Pinot a 1’50” e Buchmann a 2’14”. A seguire i distacchi aumentano, ma nei prossimi due tapponi sarà da tenere d’occhio la Movistar che adesso ha ben tre uomini tra i primi 10 della generale: Quintana è settimo a 3’54”, Landa ottavo a 4’54” e Valverde decimo a 5’58” (in mezzo c’è Urán) e sarebbe uno spreco se almeno uno dei tre non provasse a fondo a far saltare il banco.

Magari già domani nei 126.5 chilometri da Saint Jean de Maurienne a Tignes: la prima parte di gara sarà tutta in lieve ma costante ascesa fino ad imboccare la salita che porterà ai 2770 metri del Col de l’Iseran, la vetta più alta di questo Tour de France. Ma la tappa non finirà qui perché poi ci sarà ancora la salita di Tignes, 7.4 chilometri al 7% media che terminerà a soli 2 chilometri dall’arrivo: ogni giorno che passa Alaphilippe sogna più in grande, ma domani dovrà davvero superarsi perché non avrà una discesa in cui recuperare dopo l’ultima salita.

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