Elia Viviani domina l'Europeo ad Alkmaar! © Getty Images-Deceuninck Quick Step
Elia Viviani domina l'Europeo ad Alkmaar! © Getty Images-Deceuninck Quick Step

Fratelli d’ItElia!

Una nazionale meravigliosa, all’attacco da subito nel Campionato Europeo di Alkmaar. Matteo Trentin un mahatma, Elia Viviani un superbo finalizzatore. Lampaert-Ackermann a podio

Ci son giorni che scrivere è facile facile, e oggi è uno di quelli. Un vecchio adagio dello sport dice che, a furia di “giocare” bene, prima o poi il successo arriva; mentre, viceversa, si può vincere anche giocando male, ma a quel punto devono entrare in campo anche altri fattori (la fortuna, su tutti!), e poi c’è sempre il rovescio della medaglia, ovvero che se giochi male e poi non vinci, apriti cielo.

Ora, sono anni che la nazionale di Davide Cassani gioca bene. A tratti benissimo. A volte ha peccato di eccessiva generosità (ci viene in mente Innsbruck), in altre occasioni le è mancata una punta di primissimo livello – o comunque all’altezza dei rivali di giornata sul percorso di turno – che finalizzasse in qualche modo il gran lavoro svolto durante la gara (Doha e Bergen i primi esempi a cui pensiamo). In taluni casi, è stata proprio questione di iella (Rio!). Ma i successi hanno tardato ad arrivare, per gli azzurri in questi anni. Poi 12 mesi fa è stato Matteo Trentin a rompere l’incantesimo, proprio all’Europeo.

E oggi ci ritroviamo ancora sul tetto continentale, dopo aver onorato una gara che evidentemente sentiamo in maniera particolare, e con un corridore le cui vicende sono legate a doppio filo alla maglia azzurra, in questi anni ’10: Elia Viviani.

Di quel che Elia ha combinato su pista, abbiamo scritto paginate e paginate e altre ne potremmo vergare già solo sull’onda emotiva, e altre ancora ne produrremo – vedrete – tra un annetto: Tokyo arriviamo! Su strada Viviani ha dovuto sgomitare per anni prima di conquistarsi un posto al sole nella specialità prediletta, lo sprint, e oggi è in effetti uno dei fari del seeding. Due anni fa un altro Europeo, guarda caso, ci lasciò l’amaro in bocca: si sprintava per l’oro, e al cospetto di una platea di rivali non eccezionale il veronese conquistò l’argento, battuto da Alexander Kristoff. Dev’essersela legata al dito.

Oggi ad Alkmaar, città olandese spazzata dal vento (sempre, e in particolare in questa settimana di kermesse), Elia ha voluto dimostrare qualcosa al mondo (ché quando si parla di Europa nel ciclismo, il mondo inevitabilmente guarda con attenzione). Qualcosa che nel nostro piccolo già sapevamo, per averla intuita nel magico Omnium di Rio (e in quelli circostanti), per averne avuto conferma nei quartetti dell’Inseguimento in questi anni, e per averla infine vista direttamente su strada nel campionato italiano di Darfo Boario l’anno scorso: Viviani non è solo un velocista, può essere molto di più, e a volte gli riesce di dimostrarlo in maniera superba. Oggi è stata una di quelle occasioni.

Un altro al posto suo si sarebbe guardato bene dal correre in quel modo: il velocista solitamente è sparagnino, si tiene si tiene si tiene per poi sparare tutto sul rettilineo finale. Viviani no: spende se ne ha, e spende e ragiona, e si carica di responsabilità, e spesso riesce a reggere il peso di quelle responsabilità. Ad Alkmaar è stato perfetto. Se gli dovessimo dare un voto, diremmo 11. 10 e lode alla sua squadra, proprio 11 a lui.

L’Italia di Cassani ha spaccato la corsa, ha mandato all’aria tutta una serie di avversari di Elia, che era il capitano designato, e altri ne ha erosi dal di dentro (vedi il bravissimo Pascal Ackermann). Una gara da salvare – sui supporti video che preferite – e da riguardare ogni volta che sarete giù di morale. Una prestazione – di gruppo e poi singola – che rinfranca, che ci regala gioia e orgoglio, e soddisfazione al cubo, e anche quell’emozione che in questi casi mai può mancare.

Ora lo descriviamo, quel che è successo, dopo aver dato libero sfogo alla voglia di celebrarlo. Ma non prima di riassumere i numeri clamorosi di questa settimana europea per l’Italia, quattro medaglie d’oro, una d’argento, quattro di bronzo, risultati di rilievo in tutte le categorie e specialità, e nelle quattro maggiori, su strada, tre vittorie e un secondo posto, tra élite e under 23 (uomini e donne); con la chicca della festa tutta casalinga Viviani-Cecchini, oro lui argento lei, un’unione – la loro – che più che mai fa la forza…

 

Italia in assetto da battaglia sin dall’inizio
Le campane italiane hanno iniziato a suonare molto presto oggi ad Alkmaar, sui 172.6 km del Campionato Europeo su strada. Già nel tratto in linea, 46 km a precedere gli 11 giri del circuito cittadino (11.5 km ciascuno), gli azzurri hanno fiutato il vento (nel vero senso della parola!) e si sono messi davanti al gruppo, con l’idea di star fuori da rischi di ventagli, o nel caso col progettino di provocarne qualcuno. Così è stato, il gruppo si è subito spezzettato in vari tronconi, cinque o sei con vari frammentini minori intercalati. Percorso piatto, corsa tranquilla? Altre volte, forse.

La fuga dei comprimari, semplicemente, non c’è stata. Il Belgio ha dato man forte agli azzurri (in questa prima fase erano Andrea Pasqualon e Fabio Sabatini quelli operativi), e subito è stata gara vera, e dura. Nel primo drappello, non più di 40 uomini hanno approcciato il circuito di Alkmaar. Le vie cittadine, meno esposte alle correnti, hanno permesso una certa ricomposizione della situazione, infatti molto presto il secondo gruppetto è rientrato sul primo, e poi anche il terzo, ma di fatto le energie già spese in precedenza erano destinate a pesare sull’economia della corsa, e in ogni caso non è che gli uomini di Davide Cassani avessero intenzione di sotterrare l’ascia di guerra dopo aver fatto casino all’inizio. Appunto, quello non era che l’inizio.

Uno dei favoriti di giornata, nonché già Campione Europeo 2017, Alexander Kristoff, ha avuto un lungo contenzioso con se stesso in seguito a un problema meccanico che l’ha costretto a inseguire per diversi chilometri, tra i -80 e i -65; e quando il norvegese è riuscito a rifarsi sotto, era già tempo da lupi là davanti, perché l’Italia, sempre in controllo nelle prime posizioni, decideva di dare una svolta secca alla questione.

Il mahatma della situazione è stato il campione uscente, Matteo Trentin, che ha interpretato quel sest’ultimo giro come se fosse quello conclusivo, spendendo tantissimo e quindi di fatto archiviando le possibili ambizioni di bis. Ma una squadra vera funziona così: ci sacrifica per il compagno che può avere maggiori chance. Dice Viviani che non avevano neanche studiato a tavolino quella particolare mossa, e peraltro in gara non c’erano radioline a teleguidare i boys. Semplicemente, sapevano come muoversi, sapevano da sé come colpire. E l’hanno fatto.

 

La mazzata di Trentin sul gruppo
Ai -65, allora, Matteo Trentin è andato a fare un turno di trenata ma non si è trattato di un semplice turno. È stata una sciabolata (tutto meno che morbida!), un colpo di medievale mazza sul non troppo robusto gruppo, un fendente che ha sibilato per chilometri e ha avuto ragione di quel plotone già in fila indiana. Un aumento di ritmo vertiginoso, con altri azzurri a ruota, venuto dopo il lavoro preparatorio di Davide Ballerini e Salvatore Puccio, e andato a dama con il frazionamento, atteso, sperato, voluto.

Davanti, a ruota dell’incontenibile trentino, 12 uomini (13 con Matteo, appunto). Non tutti insieme da subito, dato che un paio (per esempio Kasper Asgreen) son riusciti chissà come a rientrare poco dopo. I 13, allora: Chris Lawless, Gran Bretagna, era il meno blasonato. Erik Baska, in assenza di Peter Sagan, provava a tenere alto il vessillo slovacco. Due suoi compagni di club (Bora-Hansgrohe) erano a loro volta compagni di nazionale, e compagni di treno, o per meglio dire il lanciatore e il velocista della situazione: Rüdiger Selig e Pascal Ackermann, e la Germania rideva. Francia dispersa a eccezione dell’attento Florian Sénéchal. Il danese Kasper Asgreen l’abbiamo citato. Uno dei più veloci del lotto, lo sloveno Luka Mezgec, ultimamente in forma smagliante. Per l’Olanda, destinato a star passivo (perché dietro c’era un favorito del calibro di Dylan Groenewegen), Sebastian Langeveld. Anche il Belgio, disperso, ma una pedina fortissima c’era, Yves Lampaert. L’Italia, in forze: Trentin a suonare la tromba; Elia Viviani, il capitano di giornata, impeccabilmente presente. Davide Cimolai e Simone Consonni pronti a spendere qualsiasi cosa per la causa. Tredici, e si va.

I due tedeschi ci hanno messo un po’ a capire che quella situazione non era malvagia, e quindi a collaborare; gli altri, erano tutti soli quindi – almeno sulle prime – non è che si potesse pretendere chissacché. Per cui all’inizio il peso dell’azione è stato tutto sulle spalle dei quattro italiani. Sì, quattro, perché anche Elia tirava. Il suo esempio è stato decisivo per convincere all’azione anche le altre ruote veloci lì presenti. Il vantaggio sul gruppo – che ci ha messo un po’ a riorganizzarsi dopo lo sparpaglìo provocato da Trentin – oscillava tra i 20 e i 30″. Poi anche 40″. Non cifre esorbitanti, ma in queste classiche del nord (quella di oggi a tutti gli effetti lo era!) si sa che poche decine di secondi possono ballare per decine di chilometri, e alla fine essere determinanti. Per cui niente pensieri, o meglio niente ripensamenti, e si va. Tutti, a eccezione di Langeveld, hanno collaborato. Forse anche Sénéchal ha tirato un po’ indietro la gamba, anche se la comune appartenenza alla magica Deceuninck-Quick Step, condivisa con Viviani, Lampaert e Asgreen, ha spinto pure lui a fare qualche tirata. Anche l’imprinting è importante, in certi casi.

A completare lo spettacolare dispiegamento di forze azzurro, Davide Ballerini rompeva i cambi (e i cabbasisi olandesi!) nel gruppo dietro, tirato a lungo da un magnifico Dylan Van Baarle, ragazzo che sta vivendo l’anno più brillante della carriera. A un certo punto la Norvegia è andata a dare una mano agli arancioni, e qualcuno ha cominciato a tremare, perché il margine dei 13 ha preso la via del declino. I secondi sono scesi a 30″, poi addirittura a 20″ quando si è transitati per la terz’ultima volta al traguardo, a 34 (e spiccioli) chilometri dalla fine. Fine dei sogni? Piano, ragazzi, non drammatizziamo.

 

Al terz’ultimo giro Viviani anima il colpo di scena
Nel gruppetto di testa è salita la tensione, e in molti si voltavano di continuo sentendo lo sferragliare delle locomotive reazionarie che si avvicinavano. Ma oggi era tempo di rivoluzione. Nella terz’ultima tornata l’azione dei 13 ha ripreso per un attimo quota, del resto il circuito si prestava a questi cambi di sinusoide. Ma prima che facessimo bene i conti, cronometro alla mano, è successo qualcosa. Mentre Cimolai, esaurito, si staccava dal drappello, e Van Baarle – trovandoselo davanti – lo mandava chissà perché a quel paese (“forse è solo frustrazione, o paura o chissacché…”), una curva stretta ai -26 ha deciso per tutti.

Davanti in quella curva sono entrati Elia Viviani, Pascal Ackermann e Yves Lampaert. E davanti ne sono usciti. Con la piccola aggiunta che non erano più attaccati agli altri 9, ma avevano preso due metri di margine. I due metri sono diventati presto quattro e poi dieci, e quando i tre si son voltati per valutare la situazione, il buco era già bello che formato. A quel punto che fai, mica ti fermi? Lampaert ha immediatamente fiutato l’odore di medaglia, molto più forte in un plotoncino da 3 che in uno da 12, e di conseguenza ha aumentato la cadenza. Viviani e Ackermann potevano esser da meno? Probabilmente i due hanno anche intuito (non troppi ragionamenti, quanto sapienza ancestrale da ciclisti) che il gruppetto intercalato avrebbe finito col risultare un intoppo per il grosso del gruppo (grosso, poi: parliamo di 35 uomini a formare il plotone, non di più).

Proprio così è andata: i nove intercalati si sono in qualche modo rialzati, e quando sono stati raggiunti è successo quello che spesso capita in questi casi, tantopiù in assenza di radioline: “ok, li abbiamo ripresi, rilassiamoci un attimo”. Il problema, per gli oranje dietro, era che non tutti erano stati ripresi, come noi ben sappiamo. Davanti ce n’erano ancora tre, ma l’attimo di rallentamento dietro è stato tanto tangibile quanto forse decisivo, per permettere al terzetto di mettere in cascina una decina di preziosissimi secondi. Il tempo per Langeveld di urlare ai compagni un “oh!” carico di significati (del tipo: “dobbiamo ancora raggiungere i tre più pericolosi”), che i tre erano volati a +40″. E +40″ a due giri dalla fine, ovvero 23 km, su un percorso del genere, non sono un tesoretto: di più!

 

Lampaert anticipa, Ackermann salta
Il trio di testa filava una bellezza. La Gran Bretagna (anche Mark Cavendish) dava cambi all’Olanda, e pure la Danimarca lo faceva, oltre alla già attiva Norvegia, ma dietro non recuperavano più. Anche perché il lavorìo di rottura cambi era coniugato all’ennesima potenza, dagli italiani presenti in forze ma pure dai tedeschi. Grandi emicranie, a dover inseguire in queste condizioni.

Il vantaggio dei battistrada ha superato addirittura i 50″, a un certo punto. Ne bastavano molti meno per andare all’arrivo. All’ultimo passaggio il margine era ancora sui 45″, praticamente la magata era riuscita. Restava da vedere come si sarebbero distribuite le medaglie, lì davanti. L’Olanda ha ancora tentato un tutto per tutto disperato, sulle gambe del solo Van Baarle, i tre di testa hanno cominciato a risparmiare qualcosina, e il gap è sceso a mezzo minuto, ma ormai si era nei 10 km, e poi nei 5, e quindi nulla restava più da sperare a quelli dietro.

Ci si attendeva da un momento all’altro una stoccata di Lampaert: battuto in volata, ma battagliero come pochi, il belga aveva l’anticipo come unica via per provare a vincere. E per l’appunto ha anticipato: 3600 metri alla conclusione, e Yves è partito. Viviani non ha battuto ciglio, ha lasciato che fosse Ackermann a farlo: ancora una volta, i giochi di club (Elia e Yves sono – come detto – compagni in Deceuninck) un qualche influsso l’hanno avuto, nella circostanza. Come si dice, per vincere spesso bisogna rischiare di perdere, e tra il rischiare di farlo con il tedesco, e il rischiare di buscarle dal fiammingo, di sicuro Viviani preferiva la seconda ipotesi.

Però il buon Pascal, come accennato più su, era stato eroso dal di dentro. Era al lumicino, in pratica. Ha tirato perché doveva farlo, ma non ha recuperato un solo centimetro a Lampaert, che là davanti si faceva sempre più piccolo, alla vista dei due inseguitori. Viviani ha capito che non c’era da perdere troppo tempo, ma al contempo ha fatto la cosa giusta: non si è messo davanti ad Ackermann a dettare un ritmo più alto, no. Si è spostato a destra e l’ha proprio piantato in asso, con una progressione irresistibile che nel giro di 200 metri (dai 3200 ai 3000) gli ha permesso di chiudere il buco prodotto da Lampaert.

E a quel punto, a 3 km dalla fine e con quella coppia al comando, ci sarebbe stato un solo ciclofilo al mondo che avrebbe scommesso contro il veronese?

 

Oro per un Viviani superlativo, onori per un’Italia indimenticabile
Ackermann ha avuto ancora abbastanza vigore per restare più o meno a galla e resistere al ritorno del gruppo, salvando così un meritatissimo bronzo: onore a lui. Ma i giochi più importanti si facevano pochi secondi avanti al tedesco. Viviani e Lampaert collaboravano alla grande, bravo il belga a non fare il succhiaruote, ma del resto argento è meglio che bronzo, per cui non tanto gli conveniva facilitare un eventuale rientro di Pascal.

E poi comunque fermo fermo in volata non è, e alla fine di una corsa di dissipazione ci può stare tutto, anche che uno Jaermann batta un Bugno (questa la colgono i più vecchietti), per cui diamoci dentro e andiamo al traguardo, a giocarcela. Yves è stato correttissimo, e anche di una trasparenza lapalissiana nelle sue prevedibili mosse: ovvero, impostare una volata lunga sperando di cogliere in castagna l’italiano. Ma l’italiano, oggi, non l’avrebbe colto in castagna nessuno. Quando Lampaert è partito ai 200 metri (forse più), Elia non gli ha concesso un millimetro. Ai 150 l’aveva già nettamente superato. Ai 50 stava esultando, con dita al cielo perché oggi chiunque avesse vinto avrebbe dedicato l’alloro a Bjorg Lambrecht, disgraziatamente scomparso lunedì in Polonia.

Elia Viviani primo, al termine di una gara fantastica, giocata come un veterano delle classiche, come il più spietato dei cacciatori di giornata, come il più consumato dei killer ciclistici, finalizzatore sublime di un gioco di squadra meraviglioso. Quanto è stato bello essere italiani, oggi, nel ciclismo?

Lampaert si è preso il suo bravo argento, a 1″ da Elia; a 9″ è arrivato Ackermann, e il podio è fatto. A 33″ è stato cronometrato il gruppo, e la volata per l’orrido quarto posto (chi mai sogna di conquistare una medaglia di legno?) se l’è aggiudicata Alexander Kristoff sul danese Michael Mørkøv e sull’irlandese Sam Bennett. Giacché era lì, Matteo Trentin ha pure sprintato e ha chiuso settimo, seguito da Luka Mezgec, Arnaud Démare e Rüdiger Selig. Nei 20 troviamo anche Simone Consonni (14esimo) e Davide Ballerini (19esimo); gli altri azzurri ritirati, ma del resto una corsa che viene portata a termine da appena 42 corridori (tanti ne sono giunti al traguardo) non fa sconti neanche al team più forte in gara.

Dopo il traguardo, Trentin si è tuffato ad abbracciare Viviani in un ideale passaggio di consegne. Poco dopo, durante le premiazioni, era sul primo gradino del bus azzurro a cantare l’inno di Mameli con la mano sul cuore, facendo eco a quel che faceva un emozionato Elia sul podio. Elena Cecchini, argento ieri tra le donne, aveva già baciato il suo campione, e ora era accanto a Trentin a riprendere con lo smartphone la premiazione. Pochi secondi indimenticabili per una story che durerà forse solo 24 ore sul social network di turno, ma che resterà indelebile per sempre nei ricordi di questi straordinari protagonisti. Alkmaar 2019: cronaca e sintesi di un capolavoro totale!

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