Tadej Pogacar precede Primoz Roglic a Los Machucos © Photo Gómez Sport
Tadej Pogacar precede Primoz Roglic a Los Machucos © Photo Gómez Sport

Slove Story

Pogacar dà un altro saggio alla Vuelta, attacca con Roglic, stronca la concorrenza e vince a Los Machucos: con una coppia così i tifosi sloveni possono solo sognare

Uno degli arrivi in salita più attesi, e ovviamente più duri, e facilmente pronosticabile come uno degli snodi principali della Vuelta a España 2019, e bisogna dire che le attese non le ha tradite, in generale; quelle dei tifosi di Valverde-López-Quintana magari anche sì, a dire il vero; ma se si era appassionati sloveni, oggi ci si è divertiti più di tanto. Primo&secondo, Tadej&Primoz, un dominio che non avresti detto, fino a qualche tempo fa. Perché di Roglic sapevi, immaginavi, prevedevi. Ma di Pogacar?

Ma questo è un anno speciale, diciamo pure straordinario, un anno in cui al momento contiamo già 21 vittorie di corridori under 23 nel World Tour; per farvi un’idea, in tutto il 2018 furono 10; 13 nel 2017, 11 nel 2016, appena 7 nel 2015. E insomma, visto che anche i muri hanno capito che stiamo vivendo in diretta il più colossale ricambio generazionale da un quarto di secolo (almeno!) a questa parte, non abbiamo più bisogno di ripetere il concetto per convincere qualcuno. Lo ripetiamo per due motivi: per aggiornare le statistiche, come abbiamo appena fatto; e poi perché nel pensarlo, e quindi poi nel dirlo, proviamo un certo benessere. Il benessere di chi ha l’acquolina in bocca per le stagioni a venire, per le sfide che ci saranno, per lo spettacolo che potrà venir fuori nel ciclismo degli anni ’20.

Tadej Pogacar è a tutti gli effetti uno dei protagonisti di questo ricambio. È dalle prime corse del calendario che fa vedere quanto può valere, al suo nono giorno di gara, in febbraio, già metteva a referto la prima vittoria da professionista, una tappa alla Volta ao Algarve, e poi – tanto per confermare il messaggio – conquistò pure la generale della corsa portoghese; miglior giovane al Giro dei Paesi Baschi, 18esimo alla sua prima Liegi, vincitore del Tour of California (con annessa la tappa simbolo di Mount Baldy), poi tanto per gradire campione nazionale a cronometro, in lotta per vincersi in casa il Giro di Slovenia (fu quarto alla fine), e ora eccolo qui, in tutto il suo splendore, a inanellare due successi di tappa alla Vuelta a España, suo primo grande giro, e pienamente in lizza per un posto sul podio (con una remota possibilità di vincerla pure, la corsa iberica, ma per il momento continuiamo a volare basso). Il tutto a 20 anni.

Se la guardiamo dal punto di vista di Primoz Roglic, quasi una iattura, nazionalisticamente parlando. Ma come, penserà l’ex ski-jumper, proprio ora che voi sloveni trovate in me uno in grado di vincere i GT, vi innamorate di questo ragazzino sbucato fuori all’improvviso? No, naturalmente Roglic non pensa (ancora…) queste cose, tant’è vero che oggi, a Los Machucos, non ha nemmeno disputato la volata, sazio del guadagno in classifica che rende ancora più rossa la sua maglia di leader; e ha lasciato il proscenio di giornata al giovanissimo connazionale, per un tripudio completo dei colori sloveni.

Alle spalle dei due scatenati amici, un certo vuoto. Avrebbe dovuto colmarlo Miguel Ángel López, la cui squadra aveva preparato al millimetro il luciferino piano, ma che poi si è ritrovata con la classica diavoleria scoperchiata: portare il gruppo a un passo dai fuggitivi ai piedi della salita finale, nell’attesa che Capitan Superman sparasse il colpo del rilancio, non è bastato. Perché a mancare è stato proprio il colpo del finalizzatore. Un López dimesso e staccato, che continua a rinviare a chissà quando il definitivo salto di qualità.

Quel vuoto di cui sopra avrebbero potuto colmarlo, allora, i Movistar, ma a parte dare ancora l’impressione di correre l’uno slegato dall’altro (a voler essere cauti nel giudizio), Alejandro Valverde e Nairo Quintana hanno semplicemente dimostrato di non essere proprio all’altezza di Roglic, in generale; neanche di Pogacar, nel caso particolare. In un modo o nell’altro, si profila all’orizzonte lo scenario più scontato alla vigilia (e pure il più temuto dagli amanti dello spettacolo): Valverde che a un certo punto alza le barricate e si mette in difesa per salvare un posticino sul podio; dal suo punto di vista il murciano ha tutte le ragioni. Riguardo a Nairo, che dire: magari il cambio di squadra potrà fargli bene, ma per saperlo dovremo aspettare il 2020. Quanto al 2019, a meno di clamorosi e poco ipotizzabili colpi di coda da qui a Madrid, sarà un’altra stagione da archiviare col segno meno nel bilancio consuntivo.

 

Quelli della fuga ci credono seriamente
Bilbao-Los Machucos, 166.4 km per la 13esima tappa della Vuelta a España 2019, e la corsa è ripartita senza Fabio Aru (UAE Emirates), ritiratosi per problemi muscolari. Solita partenza con mezzo mondo a voler andare in fuga, e questo come sappiamo si traduce in alte andature e in un moltiplicarsi di tentativi destinati a fallire. Solo in cima al primo Gpm di giornata, Alto de la Escrita al km 39, ha iniziato a prendere forma l’azione del giorno, con Wout Poels (Ineos), già attivo in precedenza, a promuovere la fuga buona. In discesa si sono accodati in 28 all’olandese: Antonio Pedrero (Movistar), Pierre Latour, Geoffrey Bouchard e Clément Venturini (AG2R LA Mondiale), Domen Novak (Bahrain-Merida), Felix Grossschartner (Bora-Hansgrohe), Philippe Gilbert (Deceuninck-Quick Step), Sergio Luis Henao (UAE Emirates), Sergio Higuita (EF Education First), Bruno Armirail (Groupama-FDJ), Thomas De Gendt (Lotto Soudal), Tsgabu Grmay e Damien Howson (Mitchelton-Scott), Louis Meintjes (Dimension Data), David De La Cruz (Ineos), Steff Cras, Matteo Fabbro e Ruben Guerreiro (Katusha-Alpecin), Robert Power e Martijn Tusveld (Sunweb), Gianluca Brambilla e Niklas Eg (Trek-Segafredo), Ángel Madrazo (Burgos-BH), Sergei Chernetskii (Caja Rural-Seguros RGA), Jesús Herrada e Darwin Atapuma (Cofidis, Solutions Crédits), Mikel Bizkarra e Héctor Sáez (Euskadi-Murias).

Per un po’ il gruppo maglia rossa ha tenuto a tiro i fuggitivi, ma poi ha decisamente mollato la presa, del resto la Jumbo-Visma di Primoz Roglic non aveva espresse necessità di tener chiusa la corsa. E i 29 sono andati, lontano lontano. Evitiamo di riportare nel dettaglio l’innumerevole susseguirsi di scatti e controscatti tra gli attaccanti, che sin dal Collado del Ason, terzo Gpm a circa 90 km dalla fine, hanno cominciato a suonarsele senza vergogna. Tra i più attivi sempre Poels, ma anche Herrada, Brambilla e Grossschartner. Madrazo, presente nel drappello con la speranza di raccogliere qualche punto Gpm per la sua amata maglia a pois, è stato malamente respinto da ogni salita, evidenziando di mostrare ormai la corda, dopo le tante fughe della prima metà di Vuelta.

Sulla discesa del Puerto de Alisas, quarto Gpm (vetta ai -60) è partito Sáez, prendendosi anche qualche rischio con una bizzarra posizione in bici tutta sbilanciata in avanti, sul manubrio; nel gruppetto alle sue spalle si notava un Higuita col pallottoliere: era lì a contare il vantaggio sul gruppo – che nel frattempo era rotolato a oltre 8′ – per il semplice motivo che era lui il più alto in classifica tra gli attaccanti, 14esimo a 10’21” da Roglic.

 

Il tentativo solitario di Sáez, il risveglio Astana
Sáez ha proceduto senza indugio alcuno e ha messo tra sé e i primi inseguitori oltre un minuto e mezzo. Per un attimo Higuita si è messo a inseguire da solo insieme a Bouchard (interessato alla classifica Gpm), ma poi ha preferito rialzarsi mettendo da parte troppi voli pindarici relativi alla generale, e rinviando semmai al finale qualche ambizione di conquistare la tappa.

Sul Puerto de Fuente Las Varas il margine massimo per Sáez: 2’15” sui primi inseguitori (tra i quali in tanti si erano già da tempo staccati, tra gli altri Fabbro, Gilbert, Madrazo e De Gendt) e 8’40” sul gruppo. È questa la salita su cui il plotone ha decisamente cambiato ritmo, dato che a 35 km dalla fine l’Astana si è prepotentemente presa la scena, ricacciando indietro gli Jumbo e imprimendo un aumento di andatura che ha subito selezionato visibilmente il gruppo stesso.

Sulla sesta e penultima salita del giorno, il Puerto de la Cruz de Usaño, Sáez ha cominciato a mostrare la corda, mentre dal drappello alle sue spalle sono usciti i francesi Bouchard e Armirail, con quest’ultimo che a un certo punto si è avvantaggiato rispetto al connazionale; l’Astana a tutta martellava ancora dietro. Al Gpm, a 19 km dalla fine, Sáez è passato con 1′ su Armirail, 1’20” sui resti della fuga e 6′ sul gruppo maglia rossa. 12 km più avanti, all’inizio dell’Alto de los Machucos, il margine su Armirail era di 20″, sempre 1’20” quello sugli altri fuggitivi e 2’40” quello sul gruppo (pensate al lavorone di Manuele Boaro, Luisle Sánchez, Omar Fraile e Dario Cataldo in questo frangente!).

 

Battaglia sull’Alto de Los Machucos
Di fatto, sapevamo a questo punto che per i fuggitivi non ci sarebbe stato scampo: troppo duri i 7 km di Los Machucos per non prevedere un roboante ritorno dei big. Sáez, dopo un’oretta da protagonista, è subito appassito, preso e superato da Armirail e poi da chiunque altro; tra gli altri fuggitivi Higuita è stato il primo a scattare, e il primo a rimbalzare con pesantezza. Meglio Brambilla con Latour e Guerreiro, ma il tutto andava rubricato alla voce “tentativi (es)temporanei nell’attesa della battaglia tra gli uomini di classifica”.

Quando il gruppo è arrivato sulla salita, tutti abbiamo fatto partire il countdown per il momento della stoccata di López; ma MAL non si muoveva. Anzi, non era neanche nelle primissime posizioni del sempre più ridotto drappello. Strategia? Fatto sta che a partire è stato invece Nairo Quintana (Movistar), a 6 dalla vetta. Lo Sciamano ha preso una decina di secondi su Roglic, il compagno Alejandro Valverde, l’altro compagno Marc Soler, il pluricitato López, Tadej Pogacar (UAE), Rafal Majka (Bora) e Wilco Kelderman (Sunweb). Gli altri, tutti già più indietro.

Ai -5 Pogacar ha accennato un primo scattino, intanto Latour emergeva tra i contrattaccanti e andava a prendere e superare Armirail, isolandosi al comando della corsa, posizione in cui sarebbe rimasto per un bel po’. A un minutino dal francese, gli affari dei big procedevano: Grossschartner, trovato strada facendo (era tra i fuggitivi), ha dato una mano al suo capitano Majka (e quindi anche agli altri astanti) a chiudere su Quintana ai 3.5 km; di lì a poco Nairo, smaccato abbastanza, ha perso le ruote del gruppetto, e appena prima si era staccato Kelderman. E sapete chi stava forzando in quel momento? Pogacar!

Sul forcing del bimbo sono andati in apnea anche Soler, Majka e – udite udite – López, staccati ai 3.1 km. 100 metri dopo era Valverde a mollare la presa, e allora ecco la Slove Story: Tadej e Primoz da soli. Nel loro forcing i due avevano già superato tutti i fuggitivi tranne Latour, che continuava a stringere coi denti un mezzo minuto di margine.

Mentre i due  sloveni recuperavano sul battistrada, alle loro spalle c’era qualche rivolgimento, tipo che Quintana superava López, ma appena Valverde lo vedeva riavvicinarsi, partiva a sua volta, ai 2 km; era tutto un saltellare da un gruppetto all’altro (oltre agli uomini di classifica c’erano sempre, qua e là, gli ultimi fuggitivi, con Brambilla ancora presente).

 

Pogacar vince la tappa e sale al terzo posto della generale
Ai 1500 metri Pogacar e Roglic hanno raggiunto Latour, e superato in un colpo solo. Tadej ha provato a forzare poco dopo, ma quando ha visto che non si staccava di ruota il connazionale ha ridotto le ambizioni (per oggi), e ha trovato strada libera per il successo di tappa, dato che il capitano della Jumbo non se l’è sentita di andare a sprintare contro colui che di fatto aveva tirato molto di più contribuendo in maniera determinante alla riuscita dell’importante break.

Tadej Pogacar è l’ottavo corridore di sempre a centrare più di un successo di tappa in un GT prima di compiere 21 anni: nel club a cui ha appena avuto accesso trova Moreno Argentin, Dario Beni, Olimpio Bizzi, Jean-Baptiste Dortignacq, Georges Passerieu, Giuseppe Saronni e René Vietto (in ordine alfabetico). Roglic è transitato dietro al bimbo, stesso tempo; Latour ha conservato sufficiente forza per prendersi comunque il terzo posto di tappa, a 27″ dal primo e alla faccia di Valverde (e dell’abbuono di 4″), Quintana e Majka, nell’ordine alle sue spalle, con lo stesso suo distacco. Settimo ha chiuso López a 1’01”, quindi a 1’08” sono arrivati Brambilla, Soler e Kelderman. Notevole Nicolas Edet (Cofidis), 14esimo a 1’23” e capace di difendere ancora il suo posto nella top ten della Vuelta.

In classifica Primoz Roglic ha ora 2’25” su Valverde, 3’01” su Pogacar che sale in terza posizione, 3’18” su López, 3’33” su Quintana, 6’15” su Majka. La generale prosegue con Edet a 7’18”, Carl Fredrik Hagen (Lotto) a 7’33”, Kelderman a 7’39” e Dylan Teuns (Bahrain) a 9’58”. Domani 14esima tappa da San Vicente de la Barquera a Oviedo, 188 km sostanzialmente pianeggianti. Il facile Alto de la Madera a 25 km dalla fine non dovrebbe stavolta impedire un arrivo allo sprint.

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