Davide Cassani e i suoi azzurri © FCI
Davide Cassani e i suoi azzurri © FCI

L’Italia il numero uno al mondo ce l’ha: è Cassani

La nazionale azzurra corre in maniera aggressiva e spettacolare e lo fa da anni: un altro ct come Davide attualmente non c’è

Se facciamo la somma degli ultimi quattro o cinque mondiali, e valutiamo uno per uno tutti i commissari tecnici che si sono avvicendati sulle varie ammiraglie delle più forti nazionali del globo, ce n’è uno che spicca nettamente sugli altri e oggi più che mai non dobbiamo aver paura di sottolinearlo. Quell’uno è Davide Cassani.

Avere i migliori fuoriclasse al mondo e vincere con loro è certo bello e divertente, mettere insieme il pranzo con la cena quando si dispone di pochi ingredienti è un filino più complicato, ma diteci in coscienza quale nazionale ha corso meglio dell’Italia in quest’ultimo lustro. In un modo o nell’altro sono anni che la selezione azzurra riesce a mettere i propri uomini migliori in posizione di sparo, dopo aver corso in maniera spettacolare e aggressiva; poi sarà mica colpa del commissario tecnico se in fase di finalizzazione ci manca sempre qualcosa?

Ponferrada 2014 e Richmond 2015, in assenza di una prima punta dello spessore dei rivali, gioco da lontano con De Marchi in fuga in Spagna e Viviani negli Usa, di più era difficile fare in un momento di abissale magra per la nazionale italiana sul fronte degli uomini da gare in linea.

Doha 2016, perfetta gestione della fase desertica, inserimento nei ventagli, Nizzolo capitano di giornata proiettato nella volata del gruppetto buono con anche un uomo (Guarnieri) a lanciarlo, esito: quinto posto.

Bergen 2017, attacco a due di Moscon con Alaphilippe, ripresi a meno di due chilometri dalla fine, Trentin era la carta di riserva per la volata del non nutritissimo drappello all’arrivo, esito: quarto posto.

Innsbruck 2018, lavoro di squadra per mettere Nibali nelle condizioni di colpire in salita, carta di riserva (Moscon) giocata ottimamente e gruppetto buono mancato per un nonnulla dal trentino impastatosi con la ruota in una buca in cima al muro di Gramartboden, esito: quinto posto.

Harrogate 2019, avete visto tutto coi vostri occhi, oggi, e non avete bisogno di qualcuno che vi rinfreschi la memoria.

Di mezzo mettiamoci pure tre Europei di fila da protagonisti, e in questo caso pure con risultati eclatanti: secondi con Viviani a Herning 2017, primi con Trentin a Glasgow 2018, primi con Viviani ad Alkmaar 2019.

Di mezzo mettiamoci pure una prova olimpica (Rio 2016) in cui ancora una volta avevamo il capitano lanciato a medaglia, lanciato pure troppo se vogliamo (tanto che cadde, Vincenzo Nibali, in discesa e sul più bello).

Questo è il ruolino di un ct che molti orbi ancora considerano un non vincente. Uno che, tra l’altro, dimostra di non avere rivali nella capacità di motivare i suoi uomini, farli rendere al 110% e creare per loro un clima di unione nell’intento di perseguire una causa comune.

 

Il lavoro ai fianchi prima delle stoccate
Il cambio di percorso all’ultimo momento è piovuto (verbo a caso…) sul ct azzurro nella stessa misura in cui è piovuto sui suoi colleghi d’ammiraglia, per cui non ha senso lamentarsi della cosa. Anzi paradossalmente le ultime scelte di Cassani (Formolo a casa) sono state suffragate dalla cancellazione delle due salitelle su cui il campione nazionale avrebbe potuto tornare utile.

L’Italia si è mossa con accortezza ed efficacia sin dall’inizio della gara. Ha rinunciato a mettere un uomo nell’interessantissima fuga del mattino, puntando sul lavoro di altre squadre per ricucire su Carapaz, Roglic, Quintana e soci. Decisione azzeccata, Australia-Francia-Olanda si sono spartite il lavoro di inseguimento, gli azzurri son rimasti al coperto in attesa di momenti più rilevanti.

Nelle fasi centrali della prova iridata è salito in cattedra Giovanni Visconti, che ha dato man forte ai francesi nell’indurire il ritmo portando avanti un lavoro ai fianchi che alla lunga ha fiaccato la resistenza di moltissimi; nelle stesse fasi Salvatore Puccio si produceva in un dispendioso lavoro di raccordo con l’ammiraglia. Un guaio meccanico aveva tolto di mezzo Diego Ulissi prima del tempo, a 90 km dalla fine, ma gli altri azzurri erano rimasti compatti intorno al capitano Matteo Trentin, con Davide Cimolai a fungere da preziosa scorta.

L’unico momento di incertezza lo ravvisiamo ai -50, quando – dopo che già Stefan Küng e Lawson Craddock si erano mossi da una quindicina di chilometri – nessuno dei nostri ha avuto la prontezza di accodarsi al contropiede di Mads Pedersen e Mike Teunissen. La falla è stata coperta poco dopo dall’allungo di Gianni Moscon, che è andato ad accodarsi ai battistrada ponendo le basi di una preziosissima superiorità azzurra negli ultimi giri del circuito inglese.

Ecco, questo snodo ha una sua storia da approfondire, perché quelle energie spese dal trentino per rientrare da solo sono probabilmente proprio quelle che gli son mancate per tenere le ruote dei compagni d’attacco sull’ultimo strappetto di Oak Beck, a 6 km dal traguardo: e quanto peso avrebbe avuto ciò sull’epilogo del Mondiale italiano lo vedremo più giù.

 

Moscon e Trentin a costituire una superiorità preziosa
Con Moscon al comando della corsa insieme a Küng, Pedersen e Teunissen, è venuto il momento dei grossi calibri in gruppo, e qui abbiamo avuto la conferma della bontà della scelta di Matteo Trentin come capitano della selezione azzurra: il trentino è stato l’unico a tenere lo scatto di Mathieu Van der Poel a 33 km dal traguardo, meglio di Sagan Van Avermaet Alaphilippe Kristoff Matthews Degenkolb Wellens Valgren Stybar, insomma meglio di tutti i più attesi e pronosticati della vigilia (a eccezione dello stesso MVDP).

Col Fenomeno olandese, Trentin si è riportato sui battistrada (dal cui gruppetto aveva perso contatto Teunissen), a formare con Moscon la citata superiorità numerica, in presenza di un ammazzasette riconosciuto come Mathieu e di due corridori non affermatissimi e già allo scoperto da diversi chilometri come Küng e Pedersen. Una situazione in cui la medaglia sembrava finalmente cosa fattibile per la nazionale di Cassani (ancora a secco ai Mondiali), ma in cui non si osava sperare in un metallo più pregiato dell’argento.

Nel frattempo in gruppo Alberto Bettiol presidiava le zone alte badando a rompere i cambi dei sempre più fiacchi inseguitori; e Sonny Colbrelli se ne stava in agguato nella via via più inverosimile eventualità che gli attaccanti venissero raggiunti: in quel caso al bresciano sarebbe toccato sprintare per una medaglia. Insomma tutto girava a mille in casa Italia.

Al penultimo giro Moscon ha mostrato la corda ma con caparbietà è riuscito a rientrare sul gruppetto dopo una breve defaillance a Oak Beck; nell’ultima tornata l’imponderabile è accaduto, Van der Poel è finito tutto d’un colpo a poco meno di 13 km dalla conclusione, e a quel punto la medaglia era praticamente certa, con due italiani su quattro battistrada, e solo la nostra innata tendenza alla scaramanzia ci impediva di dire ad alta voce quel che covava dentro: oro sicuro!

 

La cocente delusione di Trentin
Nemmeno nei sogni cicloerotici più spinti i tifosi italiani avrebbero immaginato una simile situazione a 10 km dalla fine di un Mondiale venuto fuori durissimo. Due azzurri e due comprimari. Il più veloce dei quattro? Uno dei due azzurri. Quando una nazionale si presenta in questo modo alle fasi cruciali di una corsa, il giudizio è bello e fatto: prestazione di squadra sensazionale, ct da candidare immediatamente al soglio pontificio.

Gli ordini d’arrivo, in fondo, cosa sono se non accidenti che spesso rovinano le più belle e perfette condotte di gara? Sono per l’appunto proprio quell’imperfezione che rende il tutto così divertente, laddove il divertimento non è da intendere come orgasmo del momento ma come condizione persistente di compiacimento. Siamo masochisti noi sportivi, piangiamo per le sconfitte ma sotto sotto stiamo godendo al pensiero della rivalsa che prima o poi, per forza, arriverà. Il dispiacere di oggi è il moltiplicatore del piacere di domani. Quanta filosofia si può fare su due ruote, un sellino, due pedali e tutto quel che c’è sopra (in senso fisico; in senso figurato).

Che Moscon potesse staccarsi sull’ultimo strappo di Oak Beck ai -6 era nell’ordine delle cose, dato quel che avevamo visto al giro precedente. In effetti Gianni ha perso contatto su una convinta trenata di Küng, che così si giocava le proprie chance. Moscon è rimasto in croce, e quasi quasi pure Pedersen, messo a dura prova dalla progressione dello svizzero. Ma il giovane Mads ha tenuto, in qualche modo. Facilitato anche dal fatto che, nell’occasione (seconda falla azzurra di giornata), Trentin non si è accorto della difficoltà del danese; o forse non ha voluto affondare il colpo nella speranza che Moscon (non lontano) potesse di nuovo rientrare; o forse non ha voluto affondare il colpo nella convinzione di non dover aver problemi in volata; o forse non ha potuto affondarlo, quel colpo, perché le gambe erano giuste e non oltre.

Fatto sta che Pedersen è rimasto attaccato coi denti ai due colleghi. I tre sono andati alla volata, e il secondo sorpresone (dopo il crack di MVDP) l’abbiamo preso in piena faccia come uno schiaffone a freddo. Trentin è partito ai 200 metri, forse un tantino lungo su quel rettilineo reso sempre più interminabile dal passare dei giri; forse alle prese con una cambiata difficile (o errata?); in ogni caso non ha avuto la forza di scavare il solchetto sugli altri due. Pedersen non l’ha perso di ruota un attimo, è partito, l’ha affiancato e superato e distanziato, ha vinto – impietrito Matteo.

 

Il futuro resta dalla parte di Cassani
E niente. A volte va così. A volte un risultato per cui avresti firmato col sangue fino a mezz’ora prima si rivela alla prova dei fatti atrocemente beffardo. L’ultimo uomo nei panni del quale vorremmo essere al momento è Matteo Trentin, da oggi alle prese col Rimpianto con la erre maiuscola, quello che ti accompagna da un certo momento in avanti, fino a che campi. Chissà se avrà ancora occasioni così luminose, il bravissimo trentino.

Nei panni di Cassani, però, a parte la delusione (che sarà bruciante anche per lui), non ci dispiacerebbe stare. Ancora una volta aveva ragione lui, ancora una volta ha messo i suoi azzurri nelle condizioni migliori per colpire, ancora una volta si è dimostrato più sveglio di tanti colleghi, prontissimo a cambiare in corsa propositi e tattiche di gara, dopo aver mostrato acume nella costruzione della squadra. Ancora una volta tira fuori il massimo dai “suoi ragazzi”, della serie che si torna a casa con la consapevolezza migliore che esista, “di più non avremmo potuto fare”.

Cosa manca per la vittoria di un Mondiale a distanza sempre più marcata dal 2008 di Ballan, è sempre il solito elemento: del materiale umano ancor più pregiato di quello di cui oggi dispone il ct. Che non significa necessariamente “altri uomini”, può anche voler dire “gli stessi di oggi, ma cresciuti ulteriormente”: la parabola ciclistica dello stesso Trentin ci dice di scalini-qualità saliti anno per anno.

A volte i più bei film sono rovinati da finali posticci. Ma il regista, in questo caso, è al di sopra di ogni sospetto. E tra un anno ci potrà riprovare, una (Europeo), due (Olimpiade), tre (Mondiale) volte. Ecco perché i suoi panni li vestiremmo anche nel momento amaro della sconfitta di Harrogate: perché non diciamo che Davide si potrà rifare; diciamo che si rifarà sicuramente. Il futuro resta dalla sua; dalla nostra, in definitiva.

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