Cicloproiezioni: Les Cracks

Viaggio divertito nel ciclismo secondo il cinema, ventitreesima puntata: una commedia francese racconta “La Corsa del Secolo”, un’improbabile Parigi-Sanremo piena di disavventure

Ci ritroviamo in piena Belle Époque con il film francese del 1968, Les Cracks, regia di Alex Joffé. Distribuito in Italia con il titolo La corsa del secolo, racconta per l’appunto di una immaginaria gara nata per festeggiare l’arrivo del Novecento, la Parigi-Sanremo. Milletrecento chilometri da fare tutti insieme come si usava ai tempi, magari a cavallo di una Gauloise ultimo modello, appena trentatré chili di peso, come vanta questo negozio che la espone in vetrina.

Una trovata della pellicola (spoiler: non ce ne saranno altre) è di rendere le sequenze iniziali come ai tempi del muto – cioè ai tempi dell’ambientazione della storia – quindi immagini in bianco e nero e didascalie al posto dei dialoghi. In questo modo facciamo conoscenza del nostro protagonista, Julies, interpretato dal famoso comico d’oltralpe Bourvil. L’uomo è un piccolo artigiano che vive un’esistenza piuttosto grama insieme alla moglie Delphine e a una nidiata di figli.

La situazione economica della famiglia è talmente precaria che ogni cosa di valore in casa è stata già portata al monte dei pegni, e l’ufficiale giudiziario bussa con fermezza alla porta per esigere debiti non rimborsati. Mulot (Robert Hirsch) sarà l’antagonista di Jules per tutto il film, ma già da queste prime scene capiamo che nessuno si è preso la briga di sviluppare i personaggi, che risultano stereotipati a tal punto da far sembrare più sfaccettati persino dei cartonati pubblicitari.

Jules, grazie all’aiuto della moglie, riesce a sfuggire a Mulot per la prima di molte volte all’interno della pellicola, portando con sé l’unica cosa di valore che gli è rimasta, una bici cui ha applicato la sua invenzione rivoluzionaria, la ruota libera (che in realtà fu sviluppata circa trent’anni prima, però è vero almeno che si diffuse solo a cavallo fra i due secoli). Il suo obiettivo è consegnarla al cugino Lucien, corridore professionista, che vincendo la Parigi-Sanremo potrebbe regalare a tutti loro un sollievo economico.

Disgraziatamente, alla partenza della gara – ovviamente ai piedi della Tour Eiffel – Jules scopre che il cugino Lucien è stato già ingaggiato dalla più potente Gauloise. Disperato, con l’ufficiale giudiziario alle calcagna, non può far altro che inforcare il suo stesso velocipede e aggregarsi al plotone che punta alla riviera ligure con l’aria tranquilla e scanzonata di una biciclettata in campagna dopo il pranzo della domenica. Non sappiamo dire se le immagini di gara siano realistiche, però segnaliamo che con il via alla corsa tornano anche l’audio e il colore.

L’atmosfera in gruppo è rilassata, e lo stesso Jules non pare troppo preoccupato all’idea di dover affrontare questa passeggiata di salute fino a Sanremo, attraversando la Francia e scavallando le Alpi. Passa i primi chilometri a bullarsi degli altri concorrenti, “vedete? io ho la ruota libera!”. Quelli, zoticoni e antimodernisti, lo insultano e prendono in giro. Intanto Mulot non si perde d’animo e, deciso a tutto pur di sequestrare la bicicletta di Jules, si aggrega fra i mezzi al seguito della corsa. Lui in macchina, i suoi uomini a pedalare.

Intanto il direttore di corsa si accorge che Jules è un infiltrato, cioè non iscritto ufficialmente alla competizione. Cerca allora di convincerlo a ritirarsi, prima con le buone e poi con le cattive. Ma l’intervento del marchese patrocinatore della Parigi-Sanremo salva il nostro dall’espulsione e da probabili vergate. Il facoltoso mecenate prende in simpatia la storia del nostro protagonista, e lo iscrive d’ufficio e seduta stante alla gara.

Si sarà ormai capito che i personaggi sono tagliati con l’accetta e lo sviluppo narrativo potrebbe essere scritto per intero su un tovagliolino di carta, ma perlomeno le gag slapstick si susseguono con ritmo fordista. Fra un passaggio a livello, varie rovinose ma circensi cadute sullo sterrato dell’epoca, incroci più o meno amichevoli con animali vari, la parte agonistica della corsa del secolo rimane per ora sullo sfondo, perché al centro persiste la lotta di Jules contro Mulot per il possesso della bicicletta. Lotta non solo metaforica.

L’uomo di legge, soverchiato fisicamente da Jules, cerca di rimediare aguzzando l’ingegno. Ma si tratta decisamente di un ingegno criminale. Infatti ritroviamo il nostro villain intento a spargere chiodi lungo la strada, con l’intento di fermare Jules. Ma i primi a farne le spese sono i tre corridori italiani avvantaggiatisi in precedenza, sinistramente simili a Super Mario nonostante il famoso idraulico dei videogiochi farà la sua comparsa circa un quindicennio più tardi rispetto al film.

I chiodi procurano forature all’intero plotone, ma Jules grazie alla ruota libera riesce a cambiare il copertone più in fretta di tutti e si ritrova solo in testa, con Mulot sempre più esasperato per non riuscire ad afferrarlo. Ci avviamo allora verso il primo punto di controllo e rifornimento, solo per vedere spuntare da dietro una pianta una figura ormai nota, lesta a versare sonnifero nei boccioni di limonata.

I corridori assetati si lanciano sulla limonata offerta da gentili donzelle, mentre l’affranto e inconsapevole Jules alla fine non riesce a berne nemmeno una goccia, grazie a un susseguirsi di classici equivoci basici da commedia. Nel frattempo, senza una giustificazione apparente se non quella di riempire la scena, Mulot si mimetizza nell’orchestrina di paese, dimostrando peraltro maggiori doti come clarinettista che non come uomo di legge.

Terminata la limonata, Jules per il rifornimento deve accontentarsi di un fiasco di vino e di un salame intero, come si addice – perlomeno nel nostro immaginario – ai pionieri delle corse ciclistiche. Intanto la gara riprende, e tutti gli altri corridori a parte il nostro eroe iniziano a risentire degli effetti del sonnifero. Sbandano, sbadigliano, faticano a tenere la strada o anche solo bicicletta diritta, ma da veri professionisti dimostrano di poter pedalare anche dormendo.

Ma la letargite è troppo forte e finisce per decimare il plotone. Comunque una bella occasione per rappresentare varie scene di cadute buffe e incidenti surreali, fra alberi, roveti, animali da fattoria, stalle, fiumi e tutti i possibili ostacoli naturali immaginabili. Jules, che se l’era presa comoda con vino e salame, si ritrova solo in testa dopo aver attraversato quello che sembra un campo di battaglia alla fine delle ostilità.

All’epoca (né nel 1901 in cui è ambientata la storia, né nel 1968 in cui è stato girato il film) non esistevano ancora i social network a reclamare il fair play, così il nostro può allungare impunemente mentre gli altri concorrenti dormono a bordo strada. Ma non essere un ciclista per mestiere inizia a farsi sentire su un Jules sempre più affaticato e sofferente, che al secondo punto intermedio arriva sì al comando, ma deve essere portato a braccia sul podio.

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Resosi conto delle capacità di Jules e della sua ruota libera, e consapevole del motto se non puoi batterlo fattelo amico, Mulot si offre di ripagare i debiti dell’uomo se questi accetterà di correre per la sua squadra, creata giusto in quell’istante. Così da ufficiale giudiziario Mulot si trasforma in manager, giusto in tempo per esordire nel segmento notturno della Parigi-Sanremo. Jules vorrebbe solo dormire pedalando come fanno gli altri corridori, veri forzati della strada, ma Mulot è sempre lì a incitarlo e infastidirlo con consigli non richiesti.

Ma girare un film di esterni in notturna è assai più costoso che farlo di giorno, quindi la mattina arriva molto in fretta. E tornando alla luce del sole possiamo ammirare gli italiani impegnati nella loro specialità, rubare e truffare, prima nascosti nel baule della macchina in modo da percorrere svariati chilometri senza faticare, e più tardi manipolando le sbarre di un passaggio a livello per rallentare gli altri concorrenti.

A questo punto nella narrazione si susseguono una serie di scene poco chiare e senza alcun apparente rapporto di causa effetto, comprendenti fra l’altro un incidente ferroviario in un tunnel – mostrato in solo audio su schermo nero – e un inseguimento sul tetto dei vagoni di un treno. Il tutto per farci ritrovare Jules bloccato in una carrozza adibita al trasporto animali, apparentemente tagliato fuori dalla gara, che rivolgendosi a un maiale premiato in un concorso per suini si lamenta di come il destino continui a essere ingiusto con lui.

Riuscito finalmente a scendere dal treno, Jules crede di non avere più chance di vittoria e, esausto, vorrebbe perlomeno tornarsene a casa. Mulot però ha investito su di lui e lo convince a ripartire. Persa la macchina nella sequela di incidenti lungo la linea ferroviaria, l’ex ufficiale giudiziario e Delphine – la moglie del protagonista – continuano a seguire la corsa su un tandem. Andando peraltro nettamente più veloci di Jules, ormai in piena crisi. Per fortuna Mulot è già diventato anche un provetto massaggiatore e può rimettere in sesto il nostro sfortunato eroe.

Le Alpi decideranno la Parigi-Sanremo, ma per Jules non possono che essere una sofferenza. Non solo vanno più veloci di lui Mulot e Delphine sul tandem, ma pure tutti gli altri corridori poco a poco lo raggiungono e lo staccano. Il che risulta piuttosto strano, considerando che fino a questo momento sembrava proprio che Jules fosse ultimissimo, ma vabbè, è ormai evidente da un pezzo che la coerenza narrativa non è il punto di forza di Les Cracks. In compenso il protagonista può sfoggiare un sacco di facce buffe durante la faticosa scalata, facendoci capire chi abbia ispirato Thomas Voeckler.

Per fortuna arriva la discesa, e qui il nostro può recuperare un sacco di terreno grazie alla sua bicicletta avveniristica. Incredibilmente si ritrova in testa, senza scordarsi di prendere in giro gli avversari che supera. Ma il karma esisteva anche nel 1901 e una caduta pare metterlo fuori gioco.

Ma l’incidente si rivela cosa da niente, e Jules si rimette in sella per quanto ormai lontano dalla testa della corsa. Il perfido manager della squadra italiana approfitta però della breve sosta alla dogana per tagliargli il cavo dei freni, senza peraltro alcun senso logico, visto che il nostro in quel momento è ben lontano dai primi. In ogni caso, una volta ripartito, Jules alla prima curva non può che andare dritto per i campi, anche qui facendoci tornare alla mente una escursione fuori percorso di Lance Armstrong, alcuni decenni più tardi.

Grazie all’andare dritto giù dalla montagna Jules riesce a rimontare l’intero gruppo, certo non senza qualche intoppo lungo la via, costretto a scansare alberi, balle di fieno, villeggianti, tavoli per il picnic, legnaie, immancabili animali da fattoria nonché fattorie nella loro interezza. C’è spazio anche per un salto sopra la strada mentre stanno transitando gli altri ciclisti, altra scena che anticipa il futuro del Tour e ci conferma la preveggenza di Les Cracks.

Jules ritrova la strada maestra giusto in tempo per l’ingresso nello stadio di Sanremo (in realtà la scena è stata girata ad Antibes). È in testa ma provato dalle peripezie, la sua bici ormai ridotta a un rottame ed è costretto a portarla in spalla. Ad attenderlo sul traguardo la banda dei carabinieri che suona il mandolino (giuro, è proprio così), mentre gli spalti sono deserti. All’organizzatore spiegano che le persone sono tutte nel vicino teatro ad ascoltare il grande Caruso, e bisogna riconoscere che questa è una discreta scusa per risparmiare sulle comparse da spargere a centinaia sulle gradinate.

Faticosamente, fra nuove cadute e poco energiche ripartenze, Jules riesce a tagliare la linea d’arrivo prima del sopraggiungere degli altri ciclisti, portando a termine questi centodieci minuti di gag, musichette e momenti surreali. Per festeggiare il successo e il relativo ricco assegno, insegue Mulot per picchiarlo con i fiori destinati al vincitore.

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