Bernal e Roglic alla partenza del Giro dell'Emilia © Bettiniphoto
Bernal e Roglic alla partenza del Giro dell'Emilia © Bettiniphoto

Pagelle 2019 – I Promossi

È stato l’anno dei giovanissimi al potere: Bernal, Pogacar, Evenepoel e molti altri. Roglic il migliore nei grandi giri, Alaphilippe nelle classiche. E Viviani si conferma il più vincente tra gli azzurri

Egan Bernal – 9.5
Il 2019 è stata la stagione della precocità: giovani atleti che infrangono barriere reputate impossibili da superare, fino a pochi anni fa, nel ciclismo moderno. Egan Bernal è il maggiore esponente di questa generazione terribile, primo corridore del dopoguerra a vincere un Tour de France in età da categoria Under 23, battendo in precocità anche Gimondi, Fignon, Anquetil, Ullrich. Ma soprattutto lo fa con la naturalezza e la maturità dei grandi, tanto da non risultare neanche una cosa così sorprendente, anzi quasi naturale. Ed è  anche capace di affrontare con disinvoltura un cambio di obiettivo in corso d’opera: l’avvicinamento è quello da big vero, ma per il Giro d’Italia. Vince una Parigi-Nizza corsa ad eliminazione, si piazza terzo alla Volta a Catalunya, cade a una settimana dalla Corsa Rosa rompendosi (non per la prima volta) la clavicola. Rimonta in sella e vince anche il Giro di Svizzera, dimostrando qui la gran gamba che poi verrà fuori al Tour, tra l’altro nella terza settimana e non prima. Rifiuta la convocazione al mondiale perché non al 100% ed il giorno dopo per poco non vince il Giro di Toscana. Chiude da protagonista nelle classiche autunnali italiane con Giro del Piemonte e podio al Lombardia. Siamo di fronte al dominatore del futuro dei grandi giri? Non è questo il punto: stiamo parlando di un protagonista assoluto del presente e non solo nei GT.

Primoz Roglic – 9
L’ex saltatore con gli sci sloveno chiude un cerchio aperto 7 anni fa, quando firmò a 24 anni il suo primo contratto con l’Adria Mobil. Da allora è stato un continuo crescendo di risultati e primati, che quest’anno l’ha portato ha raggiungere l’apice della sua carriera da ciclista con la vittoria di Vuelta a España, Tirreno-Adriatico, Tour de Romandie, Giro dell’Emilia, Tre Valli Varesine e UAE Tour. Successi pesanti per il solido passista sloveno, migliorato ancor più a cronometro, il quale in futuro, pensando a questa stagione, potrà rimuginare solo per aver perso l’obiettivo più importante, il Giro d’Italia, dopo aver pregustato per 5 giorni la maglia rosa. Una corsa forse ancora troppo dura per lui, che comunque ha saputo gestire il calo subito a cavallo tra la seconda e la terza settimana, assicurandosi quello che è stato il suo primo podio in un GT.

Tadej Pogacar – 9
Da uno sloveno all’altro, e chi l’avrebbe mai detto? La porta tra l’Europa occidentale e i Balcani, un piccolo stato di frontiera, è diventato la nuova Colombia. In attesa che esplodano i talenti anche nelle classiche (Mohoric), questo ragazzo che ha compiuto 21 anni solo al termine della stagione, si è permesso di far cose che da molto tempo nessun altro neo-professionista ha avuto l’ardore di compiere. Entra in scena presto ed alla seconda corsa a tappe, la Volta ao Algarve, vince il primo arrivo in salita e la classifica generale; tanto per far capire che non è una parentesi, si mette in mostra al Giro dei Paesi Baschi, sfiorando il successo di tappa, e si difende bene anche in classiche durissime come Strade Bianche e Liège-Bastogne-Liège; non pago, si presenta al Giro della California e vince anche quello. Ma la prima parte di stagione è solo un preludio rispetto a ciò che farà alla Vuelta a España: pur partendo in affanno a causa del disastro dei suoi nella cronosquadre, entra in classifica e chiude la prima settimana vincendo il minitappone di Andorra. Andrà in crisi nella seconda? Macché, anzi è l’unico a tenere Roglic che gli concede la vittoria nel tremendo arrivo di Los Machucos. La terza settimana sembra scacciarlo dal podio, ma è qui che viene fuori l’istinto del campione: terza vittoria nell’ultima tappa di montagna con attacco a 40 km dall’arrivo ed un minuto e mezzo rifilato al secondo, tale Valverde. E per chiudere la stagione, un piazzamento nei 20 al termine di un mondiale durissimo.  Troppo bello per essere vero, eppure lo è: anche per lui come per Bernal, a colpire è l’estrema maturità.

Julian Alaphilippe – 8.5
L’annata 2018 preannunciava una stagione da re delle classiche per Julian, il corridore francese più vincente nelle corse da un giorno dai tempi di Laurent Jalabert. Anche se i bersagli grossi sono stati mancati (Liegi, Mondiale) l’annata del transalpino ha saputo regalare meno attese lusinghe: se la Strade Bianche suonava fattibile oltre che auspicabile, la Sanremo ne ha sancito la superiorità mondiale (di mezzo c’è stata la Tirreno-Adriatico dove vinceva pure in volata). Poi, l’Amstel Gold Race persa in modo rocambolesco, la conferma alla Freccia Vallone, e il ritorno dopo il passo falso alla Liegi ancora più in forma di prima, con un Tour de France davvero da urlo, mettendo una gran paura agli uomini di classifica fino alla 18esima tappa: ma la parte più bella sono le vittorie, come il numero di Épernay, la crono di Pau dominata da campione consumato, oltre che  l’ascesa al Tourmalet dove tiene coi migliori fino all’arrivo senza perdere nulla. È vero, quel Tour così esigente non gli ha concesso di essere protagonista alla fine della stagione, anche se al Mondiale ci ha tenuto a presentarsi in buone condizioni. Il bilancio finale, con 12 vittorie totali, pende a favore del campione francese al quale restano ancora tanti traguardi da raggiungere e non potrà che guardare con curiosità anche al prossimo Tour.

Jakub Fuglsang – 8
Quello tra Alaphilippe e Fuglsang è stato il dualismo più interessante della stagione, condensato in due mesi. Alla Strade Bianche il copione è il seguente: il danese attacca, il francese rincara la dose e si francobolla. Si invertono le parti all’Amstel Gold Race, ma stavolta qualcosa va storto e i due si fanno beffare da Van der Poel. Dopo essere finito di nuovo dietro ad Alaphilippe nella Freccia, Fuglsang sembra rassegnato a far il paggetto anche alla Liegi, e invece la domenica ardennese è tutta sua: un giusto premio per il capitano dell’Astana, che per una volta mette in secondo piano le ambizioni dei grandi giri per concentrarsi sulle classiche, con immediato profitto (anche perché di contro il Tour va malissimo, causa caduta). Non che siano mancate altre soddisfazioni: il secondo successo in carriera al Giro del Delfinato, una tappa alla Vuelta, e tappa più podio alla Tirreno-Adriatico.

Remco Evenepoel – 8
È difficile dare una valutazione a un corridore come Evenepoel: per quello che ha fatto in questa stagione, un diciannovenne meriterebbe 10 e lode a prescindere. Ma lui, ormai lo diciamo apertamente, è un predestinato e il modo in cui gestirà questa croce sarà ciò che farà la differenza negli anni a venire. Nella sua prima stagione da professionista si è concretizzata la più ottimistica delle previsioni, e cioé che sin da subito sarebbe stato non solo competitivo, ma addirittura una spina nel fianco per qualunque antagonista. Sfiora il colpaccio già al Giro di Turchia, ma una corsa a tappe con arrivo in salita è ancora troppo: si diverte alle Hammer Series, per poi conquistare la prima vittoria individuale e a tappe al Giro del Belgio facendo cadere il recordman dell’ora Victor Campenaerts per sfinimento (!!!). Dopo aver dato un altro saggio di classe all’Adriatica Ionica Race, dà il meglio nei primi di agosto: vince in maniera assurda la Clasica di San Sebastian, staccando di netto alcuni dei migliori uomini da classiche del mondo, e si laurea campione europeo a cronometro, per poi confermarsi con l’argento al mondiale di Harrogate, dove rinuncia a una medaglia relativamente facile tra gli under 23 per partecipare da gregario alla prova élite. Il terrore è che uno così, che si permette di rimproverare ed umiliare professionisti affermati, in futuro possa ammazzare la competizione ad ogni livello: ma nel ciclismo su strada nessuno, nemmeno  Eddy Merckx, ci è riuscito.

Elia Viviani – 7.5
Seconda stagione di fila ad alto livello per il nostro velocista di punta che da due anni è colui che ottiene anche i maggiori risultati. Quest’anno ha lasciato intendere che il campionato italiano 2018 non è stato una parentesi ma il segnale che potesse finalmente concretizzarsi come uomo da classiche: il cambio di rotta nella seconda parte della stagione, dopo una primavera un po’ balbettante (6 successi, ma in bianco al Giro e alle grandi classiche): con la gamba del Tour (una tappa vinta) fa un agosto fenomenale, dominando un Campionato europeo corso alla perfezione dalla nazionale italiana; a contorno, le vittorie a Londra e ad Amburgo, e altre corse spese in maniera intensa per poi concentrarsi sull’Europeo in pista, con oro nell’eliminazione. Per il 2020, con una nuova maglia e una squadra tutta a sua disposizione, c’è di nuovo nel mirino l’omnium di Tokyo, dove non sarà facile confermarsi: per strada, con più libertà di correre, aspettiamolo a Sanremo e Gand, i tempi sono ormai maturi.

Mathieu van der Poel – 7.5
L’attesa prima annata a fare sul serio nel ciclismo su strada ha regalato le emozioni previste: abbiamo ancora negli occhi i folli ultimi 5 km dell’Amstel Gold Race, nei quali riprende e stacca di ruota Alaphilippe e Fuglsang senza chiedere mezzo cambio agli altri inseguitori. Ma ci sono anche i numeri del Gp Denain, della Freccia Brabante, le volate senza storia del Tour of Britain, per un totale di 11 vittorie in appena 31 giorni di gara. Eppure la sensazione è che sia tanto quello che manchi: manca un Giro delle Fiandre, ad esempio, decisamente penalizzato da un incidente nelle fasi calde che non gli ha permesso di essere lucido a sufficienza negli ultimi muri; la Paris-Roubaix non corsa per un eccesso di prudenza (anche se senza quel riposo il numero all’Amstel sarebbe stato più difficile); ma soprattutto manca un Mondiale, che sembrava decorato e addobbato apposta per un suo successo: di fronte alle condizioni di Harrogate, anche un mostro come lui può diventare normale.

Pavel Sivakov – 7.5
Dopo un’annata di studio della categoria, l’apolide di passaporto russo dimostra a tutti che non sarà l’ennesima meteora pompata nelle gare dilettantistiche: lo rivela al Tour of the Alps, dove con l’aiuto di lusso di Froome resiste agli attacchi di Nibali vincendo la sua prima corsa a tappe. Ma il meglio lo dà al Giro, dove parte prudente per poi effettuare un ottima terza settimana, mettendo a rischio la maglia bianca di López. Nella seconda parte di stagione si diletta in corse a tappe più facili, con ottima disinvoltura: vince il Giro di Polonia e si piazza ai piedi del podio al Tour of Britain.

Alejandro Valverde – 7.5
Maledizione dell’iride a chi? Certo i 39 anni non possono farsi sentire, ed il rischio rilassamento dopo l’agognato successo al Mondiale di Innsbruck era qualcosa di concreto, nulla toglie che sia stata l’ennesima stagione alla Valverde, col murciano protagonista dall’inizio alla fine della stagione, solo con qualche passaggio a vuoto in più (Liegi e Mondiale). La spinta della maglia lo ha portato a rendersi protagonista dove finora si era visto poco, finendo coi migliori a Sanremo e Giro delle Fiandre e andando vicino a sbloccare un’altra maledizione, quella del Lombardia. Un po’ deludente la parte centrale della stagione: si assicura una maglia di riserva ai campionati nazionali, ma al Tour si rende complice della debacle Movistar. Si riprende alla grande nel finale, salendo per la settima volta in carriera sul podio della Vuelta, per poi collezionare secondi posti nelle classiche italiane. Tranquilli, ne ha ancora per Tokyo.

Richard Carapaz – 7
Il ciclismo moderno ci ha abituato a corridori che corrono un mese e poi spariscono, ma questo è un caso più unico che raro: anziché prendere di mira il Tour ha fissato come obiettivo Vuelta Asturias e Giro d’Italia. Scherzi a parte, l’ecuadoriano che l’anno scorso si rivelò come corridore per corse a tappe sulle strade nostrane è tornato a prendersi il bersaglio grosso, sfruttando a pieno il ruolo di outsider consolidato dal lieve ritardo per la caduta ad Orbetello. Vincendo la tappa di Frascati, dimostra l’ottima gamba; il capolavoro lo fa sulle Alpi Occidentali, recuperando più di 3′ tra Ceresole Reale ed il colpaccio di Courmayeur. Sebbene la seconda parte di stagione non sia stata all’altezza delle aspettative, complici dissidi con la squadra più che gli infortuni, non bisogna dimenticare che il Giro l’ha vinto attaccando in prima persona. Difficile valutare a priori come si andrà a incastrare in una squadra come la Ineos.

Bauke Mollema – 7
Ha capito appena in tempo che il suo destino era andare a coronare grandi classiche, e non corse a tappe. Così Bauke Mollema, pur non disdegnando un buon Giro d’Italia terminato al quinto posto dopo aver sognato il podio fino alla legnata di Courmayeur, ha dato il meglio di sé nella seconda parte di stagione con le classiche: e così al Giro di Lombardia ha trovato la vittoria più importante della sua carriera, con una lodevole azione sul Civiglio. Chissà che da domani Baukone non guardi con più attenzione alla primavera, anche se un fattore che potrebbe farlo propendere a tentare ancora la strada dei GT ancora ci sarebbe: i notevoli miglioramenti a cronometro, palesati dall’ottima prestazione di San Marino al Giro e dal doppio oro europeo e mondiale nella Staffetta Mista. A fianco al capitano Bauke nelle stesse gare, quest’anno la Trek-Segafredo ha potuto anche godere dell’alfiere Giulio Ciccone (7)promosso a pieni voti nel ruolo di corridore World Tour: con un ottimo tempismo si è ritagliato diversi traguardi personali, come la classifica degli scalatori e la tappa di Ponte di Legno al Giro, e la maglia gialla indossata al Tour, vero banco di maturità, ma ha saputo anche spalleggiare Mollema alla conquista dei successi, Lombardia in primis.

Alexey Lutsenko – 7
Era dai tempi di Vinokourov che un kazako non ci faceva divertire così tanto: eppure c’è tanto di tragico dietro la svolta della carriera di Lutsenko, oro under 23 a Valkenburg 2012 per poi percorrere una carriera professionistica piuttosto anonima. C’è la perdita di due gemelli mai nati, a dicembre, il silenzio, il dolore, la voglia di trasformare quel dolore in un’energia positiva. Fatto sta che esordisce in Oman e bastona tutti: 3 tappe e generale dominata. Poi, dopo aver corso coi migliori in corse così diverse come al Het Nieuwsblad e la Strade Bianche, dà spettacolo alla Tirreno-Adriatico, con la folle vittoria di Fossombrone dove dimostra che oltre a saper vincere ha la caduta molto facile. Arriva stanco alle Ardenne, al Tour non riesce a prendersi la tappa, si rifà sotto di potenza a fine stagione con la vittoria del Tour of Norway, l’impresa della Coppa Sabatini e il numero del Memorial Marco Pantani: solo fuochi di paglia però, in vista di un mondiale poi steccato. Mai scontato, mai prevedibile, di quei corridori che rendono vive le corse: 10 stagioni come questa, Alexey.

Philippe Gilbert – 7
Alzi la mano chi avrebbe scommesso anche 6 anni fa che nel carniere del vallone sarebbero finite Fiandre e Roubaix, un giorno. Eppure è successo e nel caso della classica francese ha un che di clamoroso, considerando la poca esperienza alle spalle di Philippe, che ha sfruttato al meglio i suoi tre anni di seconda giovinezza nella Deceuninck-Quick Step. Con questa vittoria, Gilbert entra in una risicatissima cerchia, composta da Merckx, De Vlaeminck, Van Looy, De Bruyne e Kelly (unico non belga), di corridori che hanno vinto almeno 4 delle classiche monumento. Gli manca la più fattibile, e al contempo la più difficile da vincere: la Sanremo. E forse anche il tempo, intanto con la Lotto Soudal ha firmato un triennale. Nel resto della stagione non manca di onorare il suo impegno, l’altro vertice sono i due perentori successi di tappa alla Vuelta, ai quali non è seguito un buon mondiale causa caduta.

Dylan Groenewegen – 7
Con 15 successi stagionali, il velocista della Jumbo-Visma è il plurivittorioso stagionale e alla pari di Viviani dell’ultimo biennio: una sicurezza per i suoi, quando attacca un numero e partecipa a una corsa a tappe, o ad una classica facile. L’obiettivo stagionale era fare il pieno al Tour, ma con l’ottima concorrenza generale ha fatto fatica portandosi nel carniere solo la settima tappa; e sì che con la Francia aveva manifestato un’ottima confidenza, con le due vittorie alla Parigi-Nizza e la tripletta alla 4 Jours de Dunkerque. La sfida sarà confermarsi l’anno prossimo con una squadra sempre più votata alla classifica delle corse a tappe e meno alle volate.

Pascal Ackermann – 7
Il primato di miglior velocista al mondo in questo momento è una palma condivisa, tra i titolari dobbiamo sicuramente mettere il tedesco che arriva a 13 successi stagionali dalla Clásica de Almería al Tour de Guangxi. Il meglio lo dà al Giro d’Italia, dopo aver interrotto il dominio di Kristoff alla Eschborn-Frankfurt, prendendosi due tappe nella prima settimana e portando fieramente la maglia ciclamino fino a Milano. Ma è notevole anche l’Ackermann inedito visto all’Europeo, all’attacco tra il vento di Alkmaar fino a guadagnarsi il bronzo. Dovrà sgomitare per traguardi più ambiziosi, con la presenza ingombrante di Sagan.

Caleb Ewan – 7
Tra tutti i velocisti del globo, ha due primati quest’anno: è quello che ha vinto più tappe al Tour, con un’ottima seconda parte che gli ha permesso di consumare le ultime 3 volate, ed è l’unico che sia riuscito a vincere anche al Giro (anche stavolta in due circostanze). Tuttavia, il percorso per il quale era predisposto il venticinquenne australiano ad inizio carriera sembrava un altro, più propenso a classiche di ben altra portata rispetto alla Brussels Cycling Classic con la quale ha concluso, vincendo, la stagione. Troppi i suoi immotivati passaggi a vuoto, una caratteristica che lo contraddistingue da ancor prima che diventasse professionista.

Alexander Kristoff – 7
Il coriaceo norvegese quest’anno ha vinto le volate delle classiche più importanti: Sanremo, Mondiale, Fiandre, Europeo. Peccato fossero tutte volate per un piazzamento, cosa che comunque prova la ritrovata capacità del norvegese, in continuità con Zabel e Freire, a farsi trovare pronto in tutte le corse che disputa per la volata finale. Una capacità che quest’anno gli è comunque valsa una classica tagliata su misura per lui e che mancava nel suo carniere, vale a dire la Gent-Wevelgem. Le altre sei vittorie stagionali sono tutte di più basso profilo.

Vincenzo Nibali – 6.5
Non è più “Lo Squalo” nella capacità di fare la differenza, lo resta nella tenacia, nella voglia di non lasciare nulla di intentato prima di gettare la spugna. A 34 anni Vincenzo Nibali è ancora una volta sul podio del Giro d’Italia, al secondo posto. Qualcuno lo ha criticato perché non ha vinto, perché non ha osato abbastanza, perché non è mai riuscito a fare la differenza: la sensazione è che più di così questo Nibali, forte come poche volte a cronometro, non potesse proprio fare. La sua seconda parte di stagione è un po’ frutto dello stato di agitazione societaria attorno alla Bahrain-Merida, con un Tour de France non voluto, ma affrontato da autentico professionista provandoci tutti i giorni, fino ad arrivare a Val Thorens all’unico successo stagionale. Mai in condizione nel finale di stagione, è mancato in tutte le sue classiche.

Geraint Thomas – 6.5
La sensazione che dopo la vittoria al Tour il gallese fosse ormai satollo era forte e giustificata. Niente di più sbagliato: si è preparato a puntino di nuovo per il Tour, anche se cadendo qua e là ha un po’ mascherato la sua reale condizione (il terzo posto al Romandia l’unico indizio). Non si è arreso del tutto all’evidenza che il suo giovane compagno di squadra Bernal fosse più forte di lui e più appropriato per portarsi a casa la maglia gialla, ha anche lottato contro ogni logica di squadra per questo, ma sembra che comunque la cosa non sia pesata in squadra: alla fine, è stata comunque una doppietta Ineos, pur con una squadra meno dominante del solito.

Steven Kruijswijk – 6.5
Dopo svariati tentativi, alla fine, a 32 anni l’olandese è finalmente riuscito a salire sul podio di un grande giro, quello forse meno adatto alle sue caratteristiche; pochi l’avrebbero detto dopo la controprestazione de La Planche des Belles Filles, ma dopo il tour dell’ “appendiabiti” è stato nel segno della regolarità. Forte, va detto, di una squadra notevole che l’ha trascinato nella cronosquadre iniziale per poi colpire ai fianchi avversari come Alaphilippe in salita: uomini come George Bennett e Laurens De Plus (7), una inattesa rivelazione stagionale che poi ha potuto correre per sé al BinckBank Tour, andando a beffare Tim Wellens all’ultima tappa dopo averlo seguito nella prima azione importante della “sua” Houffalize: un carrarmatino che meriterebbe un’altra chance individuale, vista la giovane età.

Ion Izagirre – 6.5
Ormai ritagliatissimo nel ruolo di corridore da corse da una settimana, fa la sua stagione fino ad Aprile: è forza motrice di un Astana trascinante in primavera e vince la Vuelta Valenciana, accompagna Fuglsang sul podio della Vuelta a Andalucía, conquista l’ultima tappa della Paris-Nice ed infine ingaggia un duello alla pari con l’emergente Emanuel Buchmann (7, in netta crescita considerando sopratutto il quarto posto al Tour) per la conquista della corsa di casa, la Vuelta al Pais Vasco, vincendolo nell’ultima frazione di Eibar: erano 16 anni che un basco non vinceva. Soddisfatto così, il resto della stagione è in forza ai capitani al Giro e alla Vuelta a España, non disdegnando qualche fughetta.

Zdenek Stybar – 6.5
La stagione del nord della Deceuninck-Quick Step è stata più che redditizia e anche il ceco ha avuto la sua parte in questa annata: tra le altre cose, ha sbloccato la maledizione del team nella Het Nieuwsblad, che durava dal 2005, per poi portare a casa anche l’E3 BinckBank Classic (meglio nota come Gp Harelbeke). Con tali prestazioni magari meriterebbe anche un voto più alto, ma non si può ignorare la clamorosa defaillance al Giro delle Fiandre, oltre a una Roubaix da piazzato, ma non all’altezza delle aspettative. A 34 anni l’albo d’oro del ceco, costante protagonista delle classiche del nord negli ultimi 7 anni, rischia di non colmare più l’assenza di una classica monumento, che sarebbe comunque un meritato premio alla sua doppia carriera da crossista/stradista.

Mads Pedersen – 6.5
Era dai tempi di Freire a Verona che non si aveva un vincitore del mondiale così poco pronosticato e sorprendente: il danese Pedersen è decisamente un corridore sui generis, se non è al 100% diventa invisibile e non si impegna per un piazzamento. O tutto o niente, insomma. Difatti, fino ad una settimana prima del mondiale il corridore che l’anno scorso arrivava secondo dopo 60 km di fuga al Giro delle Fiandre non si era visto neanche lontanamente. Poi, una vittoria incoraggiante al Gp d’Isbergues avvisava che il ragazzo era finalmente tornato in forma. Certo, ma addirittura vincitore del mondiale, e ancora con quella corsa così arrembante, chi se lo aspettava? E tantomeno ci si aspettava che si eclissasse subito dopo, con una collezione di ritiri. Un serio candidato alla maledizione dell’iride, insomma: il suo sarà sempre un ciclismo di fioretto, comunque vada la prossima stagione guai a sottovalutarlo.

Matteo Trentin – 6.5
Trentin non ha il carattere di chi rimugina tanto, una volta persa una gara o una occasione: tuttavia, quando tra qualche anno tornerà indietro guardando al mondiale di Harrogate, non potrà non avere qualche rimpianto e chiedersi se avrebbe potuto fare qualcosa di più, per rendere la vita difficile a Pedersen. Gli indizi per un gran finale di stagione c’erano, a partire dalla tappa del Tour de France vinta a Nimes con una superiorità imbarazzante rispetto agli altri fuggitivi, dopo una prima parte di stagione discreta, ma mai da protagonista. Dopo aver favorito l’Europeo di Viviani e preso le misure di Van der Poel al Tour of Britain, si era guadagnato senza discussioni i gradi di capitano unico della nazionale ed ha affrontato la corsa in piena responsabilità, senza sbagliare nulla. Comunque l’argento rende merito a un corridore che adesso sarebbe bello vedere vincente in primavera.

Alberto Bettiol – 6.5
Chiudiamo in bellezza l’elenco dei promossi, con un azzurro che ha sorpreso tutti, avversari compresi, al Giro delle Fiandre, riportando un italiano al successo a 12 anni da Ballan. Per lui può valere lo stesso discorso fatto per Pedersen: i suoi successi sono meritati, perentori, ma sono rare le occasioni in cui riesce a dare veramente il 100%. Le buone premesse c’erano, considerando che prima della Ronde c’era stato qualche buon piazzamento alla Tirreno-Adriatico e aveva lottato fino in fondo per il successo alla BinckBank Classic. Dopo non sarebbe corretto dire che sia sparito, più che altro non si è ripetuto in un risultato così eclatante: certo, andare sul podio al campionato italiano sia a cronometro (argento a pari tempo con Ganna, cioè colui che prenderà il bronzo ai mondiali) che su strada non è da tutti. Nascosto al Tour, nessun risultato di peso nel finale di stagione, ma va detto che al mondiale ha fatto egregiamente la sua parte.

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