Francesco Lamon bronzo nell'Omnium dietro a Benjamin Thomas e Mark Stewart © UCI
Francesco Lamon bronzo nell'Omnium dietro a Benjamin Thomas e Mark Stewart © UCI

Al cuore Lamon, al cuore!

Coppa del Mondo, a Glasgow l’Italia chiude col bronzo di Francesco Lamon nell’Omnium. Aria olimpica, tornano a far capolino Australia e Gran Bretagna. E i francesi volano

Due medaglie sono un bottino magro per una tappa di Coppa del Mondo? Va bene, ne son venute tre, che faccio, lascio? Lasci, lasci pure, questa terza non era messa in conto ma la gustiamo ancor più che le due precedenti, perché ha il sapore del pepe dell’imprevisto, del peperoncino della paura (di perderla alla fine), del sale del sudore necessario per conquistarla… reca seco il marchio Omnium che tanta gioia ha regalato in questi ultimi anni alla pista azzurra; e in calce porta la firma di Francesco Lamon, il quale non si è limitato a fare la parte del tappabuchi (si sa che il titolare della cattedra, in vista di Tokyo, è Elia Viviani), ma ha voluto metterci del suo. Tanto di suo.

E tanto di cappello, da parte nostra; perché il veneto è stato fantastico per tre quarti di gara, poi si è ritrovato col fiato corto all’ultima curva ma ha saputo fare di necessità virtù, giocando in difesa anziché in attacco come aveva fatto fin lì, rinunciando all’idea della gallina domani (un oro difficile) per salvaguardare l’uovo di bronzo oggi. Tecnica e tattica, capacità di affondare il colpo nelle prove amiche e sensibilità per mettere a frutto i buoni consigli del ct Marco Villa nel momento di alzare le barricate per frenare l’assedio. Tutto molto palpitante, che poi è il motivo per cui siamo qui davanti a degli schermi con dentro un velodromo, mai sazi di emozioni ciclistiche, qui per trovare qualcuno che ci faccia palpitare.

 

Lamon parte benissimo nell’Omnium
Entriamo un po’ nel dettaglio prima di sembrare ubriachi a forza di metafore eccessive. Omnium maschile, Glasgow, giornata conclusiva della seconda tappa di Coppa del Mondo su pista 2019-2020. Francesco Lamon per l’Italia, al cospetto di molto del fior da fiore dell’omniumismo internazionale (forse potevamo dire “endurance”). Risultati passati nella specialità per l’azzurro in CDM, un nono posto, un ottavo, insomma discreto ma non esagerato.

Già nello Scratch d’apertura, all’attacco dai primissimi giri (senza esito), Lamon ci ha detto che c’era molta convinzione in questa sua domenica novembrina. Nessuno è riuscito ad avvantaggiarsi nella gara, è stata quasi volata, “quasi” perché l’australiano Sam Welsford l’ha anticipata nel finale; ma il gruppo ha sprintato sì, e quello sprint per il secondo posto l’ha vinto proprio Francesco Lamon, davanti al greco Christos Volikakis e al vero spauracchio della situazione, Benjamin Thomas, il francese fresco del dominio esercitato ieri nella Madison.

A proposito di Madison, apriamo e chiudiamo parentesi: ieri scrivevamo di un giro di troppo regalato ai belgi dal sistema di rilevazione della gara a coppie. Oggi la conferma: il risultato della prova è stato revisionato, il giro in più è stato tolto ai fiamminghi, retrocessi così dal quarto al sesto posto; l’Italia (Michele Scartezzini-Simone Consonni) sale dal sesto al quinto. E niente, ci tenevamo a menzionarlo perché la questione ieri ci aveva particolarmente toccati.

Torniamo all’Omnium, seconda gara la Tempo Race: qui Lamon è stato sveglissimo a entrare nel club giusto, quello dei sette che poco dopo metà gara sono riusciti a guadagnare il giro, proiettandosi tutti e sette nelle prime posizioni. Francesco ha chiuso al quinto posto (prova vinta dal britannico Mark Stewart), e in classifica, a metà Omnium, si trovava al comando proprio appaiato a Stewart, 70 punti per uno. L’odore di medaglia cominciava a spandersi nell’aria.

 

Francesco, abbastanza fieno in cascina per difendere il podio
Altro piccolo capolavoro, l’Eliminazione, condotta da Lamon allo spasimo, ché visibilmente si vedeva che nel finale il ragazzo spingeva più di nervi che di gambe, e comunque se l’è cavata alla grande, terzo nella prova alle spalle di Thomas (che queste eliminazioni tende a vincerle sempre) e del neozelandese Aaron Gate; sesto Stewart. E qui l’odore di medaglia è diventato un profumo inebriante, perché a questo punto l’italiano era proprio primo in classifica, tutto solo: 106 punti, 100 quelli di Stewart, 98 per Thomas e 90 per Gate, ben più lontani gli altri, a partire dallo svizzero Théry Schir, quinto a 78.

In pratica lo scenario che si profilava era il seguente: posto che Thomas difficilmente lo terremo a bada nella Corsa a punti finale, posto che Stewart farà il diavolo a quattro rinfocolato dal tifo di casa, converrà far corsa direttamente su Gate, marcarlo se possibile, tenerlo a distanza, difendere il bronzo come progetto di base. Poi se verrà qualcosa in più, tanto meglio.

Quel qualcosa in più era destinato a non venire, perché in effetti Thomas è stato spietato, 32 punti conquistati facendo risultato in sette sprint su dieci (quattro – compreso l’ultimo con punteggi doppi – li ha proprio vinti); meglio del francese solo il danese Lasse Norman Hansen, unico – con l’olandese Jan Willem Van Schip, che però nella generale era troppo attardato – a conquistare il giro.

Dal canto suo, Mark Stewart ha macinato il macinabile, ovvero 9 punticini che gli sono bastati per scavalcare Lamon. In tutto ciò, il marcamento dell’azzurro su Gate si dimostrava abbastanza complesso, perché l’oceanico, soprattutto nella prima metà di gara, faceva i fuochi d’artificio: 12 punti di fila incamerati dal secondo al quinto sprint, a fronte del misero 0 nella casella di Francesco.

Uno 0 destinato a rimanere fino alla fine, perché – proprio così – Lamon, nella Corsa a punti, non ha fatto neanche un punto. Ma pure Gate, dopo tanto sparare, si è ritrovato sul più bello con le giberne scariche, e nella seconda metà di gara ha conquistato solo un puntino. Guardato a vista dall’italiano, Aaron si è riscoperto meno efficace di quanto avrebbe sperato. E quando, all’ultimo sprint, Lamon ha stretto la marcatura su di lui, presidiando finalmente con efficienza le prime posizioni del gruppo, il neozelandese ha proprio rinunciato alla battaglia, facendosi sfilare al centro del plotone e lasciando che il veneto festeggiasse il sospirato bronzo.

130-109-106 i punti di Thomas, Stewart, Lamon. Gate è rimasto a 103, e alle sue spalle hanno chiuso Hansen a 98, il canadese Derek Gee a 79, Welsford e Schir a 78. Bene così, bravo Francesco e appuntamento al prossimo step in avanti.

 

Poca Italia altrove, solita super Lee. E si rivede un bel Kenny
Il resto della giornata non è stato esaltante per i colori azzurri. Già in mattinata Michele Scartezzini non era andato oltre il 14esimo posto nello Scratch, vinto dall’irlandese Felix English sullo spagnolo Sebastián Mora e sul tedesco Max Beyer; i primi due sono stati gli unici a conquistare il giro, mentre Scartezzini era in un gruppetto che un giro l’aveva addirittura perso (ha chiuso quindi a due tornate da English e Mora). Scorie dalla Madison molto dispendiosa disputata mezza giornata prima, probabilmente.

Trasparenti anche Rachele Barbieri e Chiara Consonni nella Madison femminile, 12esime a 0 punti e mai-proprio-mai nel vivo dell’azione le nostre (ma una coppia non s’inventa dalla sera alla mattina); la gara è stata dominata dalle australiane, che hanno fatto quello che hanno voluto: 40 i punti di Annette Edmondson e Georgia Baker, battute le britanniche Katie Archibald-Elinor Barker (31) e le olandesi Kirsten Wild-Amy Pieters (19), con le attese danesi (Amalie Dideriksen e Julie Leth) solo quinte a 13. Come spesso capita nella Madison femminile, nessuna coppia ha guadagnato il giro.

Nella Velocità femminile Miriam Vece ha fatto il suo, ovvero ha superato le qualificazioni (23esima su 41 col tempo di 11″175), andando a infrangersi poi contro l’ostacolo Shanne Braspennincx ai 16esimi di finale. Il prosieguo del torneo ha visto l’hongkonghese Wai Sze Lee disfarsi delle tedesche: superata in semifinale Lea Sophie Friedrich e in finale Emma Hinze, con l’identico punteggio di 2-0 e senza lasciar intravedere un minimo cedimento: tra la stagione scorsa e quella attuale, la Lee assomma quattro vittorie di fila in Coppa, e in mezzo ci ha messo pure il titolo mondiale. Per la cronaca, la Friedrich è stata sconfitta dall’ucraina Olena Starikova nella finale per il terzo posto.

Nel Keirin maschile l’Italia era assente, come peraltro il buon senso del dominatore della specialità Matthijs Buchli: l’olandese ha voluto strafare in semifinale, impostando una volata iperlunga, ma ha gravemente sottovalutato il fatto di non poter… sottovalutare un paio di faine di vecchissima esperienza quali Jason Kenny e Shane Perkins, i quali l’hanno malamente infilato (insieme al tedesco Stefan Bötticher). Certo va detto che i tre si son dovuti svenare in semi per far fuori l’iridato, e difatti nella successiva finale si son piazzati dal quarto al sesto posto; a vincere, i reduci della seconda semifinale, col francese Sébastien Vigier a esibire lo spunto migliore sul tedesco Maximilian Levy e sul russo Denis Dmitriev, tutti e tre in rimonta su un bel tentativo d’anticipo di Kenny. Occhio a Kenny, eh: Tokyo si avvicina, e con essa qualche altra medaglietta per il titano made in Britain. Magari non lo vedi tanto in Coppa, o agli Europei, o ai Mondiali, ma ai Giochi lo ritrovi lì: sul gradino più alto del podio, sia esso nella Velocità a squadre o individuale o nel Keirin (a Rio le ha vinte tutte e tre, tanto per non lasciar dubbi).

 

Tre spunti interessanti dall’Italia di Glasgow
Per quanto possa aver senso trarre bilanci da una tappa di Coppa del Mondo, possiamo dire che a Glasgow la parte del leone l’hanno fatta gli olandesi (3 ori, 1 argento, 1 bronzo) e i francesi (3-0-3); e questo predominio assume contorni di lunga durata, quindi ha tutte le carte in regola per proseguire ancora. Ma l’aria olimpica è sempre più percepibile, e ciò mette le ali alle ruote di britannici (vedi poco sopra) e australiani, che tornano a far capolino in tot gare importanti.

L’Italia da parte sua difende il proprio perimetro, stavolta non ha ottenuto vittorie ma un argento e due bronzi fanno comunque medagliere, e ci prendiamo tre spunti degni di nota: primo, il record del quartetto maschile, per la prima volta sotto i 3’50”, è destinato ad aprire una nuova epoca per il nostro Inseguimento, e si inscrive perfettamente nel solco degli enormi progressi fatti dai nostri in quest’ultimo lustro (vedi anche alla voce Filippo Ganna e relativi primati).

Secondo spunto, la bella (e un po’ fortunata, ma tant’è) prestazione di Elena Bissolati nel Keirin ci fa dire che anche nel settore velocità qualcosa si muove, l’encefalogramma non è insomma totalmente piatto come poteva essere qualche stagione fa. Certo ci vorrà continuità su certi livelli. Terzo, il Francesco Lamon di oggi segnala e anzi conferma quella che possiamo definire “profondità della rosa italiana”: lungi dal vivere solo sugli allori derivanti dagli exploit di pochi singoli (com’era in passato), i tecnici azzurri hanno costruito davvero una Nazionale con la N maiuscola, in cui in tanti possono fare risultato, andare a medaglia, risultare in definitiva intercambiabili per cui se un giorno manca un titolare, possiamo star tranquilli che la riserva sarà quasi alla sua altezza. Certo, poi i picchi garantiti dai Viviani e dai Ganna (e forse, in futuro, dalle Paternoster) portano il tutto su livelli d’eccellenza assoluta. Il che ci dice che, tutto sommato, non è male essere appassionati di pista in Italia, in quest’imbrunire degli anni ’10.

Ne riparleremo magari tra 20 giorni, terza tappa di Coppa del Mondo, in calendario a Hong Kong da venerdì 29 novembre a domenica 1° dicembre.

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