Rohan Dennis al Tour de France © AFP
Rohan Dennis al Tour de France © AFP

Cambiare per crescere, chi non ce l’ha fatta

La classifica dei peggiori 10 trasferimenti del 2019: da Dennis-Bahrain a Porte-Trek, quando una nuova sfida è un insuccesso

Dopo aver rivisitato ieri i colpi risultati maggiormente efficaci del passato ciclomercato, oggi tocca all’altra faccia della medaglia, quei corridori che hanno deluso o hanno reso ben sotto le aspettative. Si va dagli esperti alla ricerca di un’ultima occasione ai giovani che, vanamente, hanno cercato il rilancio; l’unico comun denominatore è la voglia di girare immediatamente pagina in vista del 2020.

Di nomi ce ne sarebbero tanti, ma ci limitiamo a dieci. Fra chi ha di poco mancato l’ingresso nella lista ci sono il colombiano Sergio Luis Henao, ormai diventato gregario semplice alla UAE Team Emirates, il belga Jens Debusschere, che al Team Katusha Alpecin è sembrato con le polveri bagnate, l’australiano Rob Power, i cui progressi del 2018 non sono stati confermati al Team Sunweb, il francese Arthur Vichot, ormai desaparecido anche alla Vital Concept-B&B Hotels, l’italiano Jakub Mareczko, che al CCC Team non è riuscito a mostrare le sue doti in volata, o il britannico Stephen Williams, scalatore che da atteso neopro’ è stata una meteora alla Bahrain Merida.

10) Jurgen Roelandts – Movistar Team
Era stato ingaggiato dal BMC Racing Team sostanzialmente per due motivi: per ottenere qualche piazzamento nelle classiche e per proteggere i capitani in pianura nei grandi giri. Obiettivi miseramente falliti per il belga, dato che non fa mai meglio di ventesimo sul pavé (alla Dwars door Vlaanderen) e a Giro, Tour e Vuelta non viene neppure convocato, dirottandolo sulle gare minori per la squadra spagnola. Sono solo due le top 10 stagionali per il trentaquattrenne, che anche nel 2020 sarà nel roster navarro per un ruolo non troppo dissimile; le prestazioni, però, devono forzatamente essere migliori.

9) Lars Boom – Roompot Charles
Uno dei corridori più indecifrabili del panorama internazionale è proprio lui, uno che nel ciclocross era un portento e che a tratti su strada si è tolto soddisfazioni. Lasciato a piedi dal Team Lotto-Jumbo, il non ancora trentaquattrenne ha accettato la sfida della locale Professional, prendendosi il ruolo di leader sulle pietre e di chioccia per i giovani. La realtà è stata amara: al di là di un quarto posto a Le Samyn e di due ottavi posti ad inizio stagione in Spagna, il neerlandese non è mai stato nel vivo dell’azione, dando la sensazione che il viale del tramonto sia stato definitivamente imboccato. Senza contratto per la prossima stagione, non sarà semplice rivederlo ancora tra i professionisti, anche per via di un carattere spigoloso.

8) Enrico Battaglin – Team Katusha Alpecin
Non è stato positivo neppure il 2019 del vicentino che, come Boom, ha lasciato il Team Lotto-Jumbo, nel suo caso dopo un 2018 che lo aveva riproposto ad alto livello. Il maggior spazio andato a trovare nella compagine russo-elvetica c’è stato, a mancare però sono stati i risultati, purtroppo insoddisfacenti: un terzo posto di tappa alla Vuelta al País Vasco è stato l’unico podio di un anno in cui sia al Giro d’Italia che alla Vuelta a España così come nelle classiche vallonate è stato solo una comparsa. L’incorporazione del suo team con la Israel Cycling Academy lo porta in una rosa più densa per le gare di un giorno, chissà che non riesca a sfruttare le occasioni per tornare al successo.

7) Roman Kreuziger – Team Dimension Data
Alla Mitchelton-Scott si era ridestato, attirando l’interesse dei sudafricani desiderosi di dargli un ruolo importante, fra corse a tappe e prove in linea. Ma il suo rendimento è stato mediocre, nel senso letterale del termine (inferiore alla media, dunque): non raccoglie lo straccio di una top ten in tutta la stagione, finendo spesso nella fascia tra il quindicesimo e il ventesimo posto che solitamente ospita quegli elementi che hanno discrete gambe ma che non tentano l’avventura, accontentandosi di vivacchiare. Ventesimo alla Milano-Sanremo, diciottesimo all’Amstel Gold Race, sedicesimo al Tour de France, diciassettesimo a San Sebastián. Un Francis De Greef 2.0, insomma. Un po’ poco per uno passato tra i pro’ con le stimmate del predestinato e con un palmares comunque interessante: quattro vittorie negli ultimi sei anni, però, sono un segnale non certo positivo per l’ultima parte della sua carriera.

6) Fernando Gaviria – UAE Team Emirates
È stato il corridore più complesso da incasellare: il motivo sono le sei vittorie ottenute, numero tutt’altro che malvagio. Ma se si scava nel profondo, si vede che solo una di esse è giunta in Europa, in un palcoscenico importante come il Giro d’Italia, ma per declassamento altrui. Ma il prematuro abbandono alla Corsa Rosa, la rinuncia al Tour de France per un problema al ginocchio e delle classiche senza luci – il secondo posto nella piattissima Driegaagse De Panne non fa testo, senza offesa – sono un bel passo indietro rispetto a quanto il colombiano era stato capace di realizzare l’anno scorso con la Deceuninck. Riuscire o meno a spiccare il volo nel 2020 sarà cruciale per il prosieguo della carriera, perché da dietro, in squadra e non, tanti giovani si fanno minacciosi.

5) Michael Valgren – Team Dimension Data
Era stata la rivelazione del 2018 fra Fiandre e Ardenne con la maglia Astana; andato a rimpinguare il conto in banca alla corte dei sudafricani, il biondissimo è stato protagonista di una stagione dai due volti. Fino al Tour de France è stato a dir poco catastrofico, con due sole top ten (una al campionato nazionale) frutto di una primavera da cancellare in fretta; da agosto in poi si è dato da fare, con top ten al BinckBank Tour, alla Bretagne Classic, al GP de Montréal e soprattutto al Mondiale, dove senza dover sottostare ai giochi di squadra avrebbe magari potuto lottare per qualcosa di prezioso. Il piatto, anche dall’alto dei zero podi stagionali, piange; giunto nell’età della maturità, il danese deve tornare a dimostrare di non essere stato un fuoco di paglia.

4) Moreno Moser – Nippo Vini Fantini Faizanè
Nel passato autunno era fiducioso di vivere una avventura con minori pressioni, in un ambiente più familiare in cui poter ritrovare le giuste sensazioni mancategli nell’esperienza con l’Astana. Nulla di tutto questo, invece; al trentino le motivazioni sono rimaste aliene, così come i risultati che lo hanno portato ad annunciare già ad aprile il ritiro a neppure ventinove anni. Una indubbia sconfitta per il ciclismo italiano e un in bocca al lupo a lui per una vita serena giù dalla sella.

3) Richie Porte – Trek Segafredo
Con il BMC Racing Team, così come gli era capitato al Team Sky, era un portento nelle corse di una settimana, dovendo inchinarsi alla ragion di stato, alla sfortuna o a sue mancanze in quelle di tre settimane; nel primo anno della sua nuova avventura, il rendimento è stato costante, ma in senso negativo. L’unica vittoria stagionale è giunta sulla sua Willunga Hill che gli ha garantito il secondo posto finale al Tour Down Under; per il resto non c’è nulla da salvare nel 2019 dell’australiano, mai meglio di quinto altrove, fra Herald Sun Tour e Tour of California, con l’ennesima occasione fallita al Tour de France concluso fuori dai dieci. Gli anni passano – a gennaio sono trentacinque – e soprattutto in squadra sono presenti alternative più che valide e ben più solide del tasmaniano, eterno incompiuto del ciclismo contermporaneo.

2) André Greipel – Team Arkéa Samsic
Una gloriosa carriera alle spalle, per la maggior parte trascorsa alla Lotto Soudal, ma un brusco addio al team belga, che lo voleva impiegare come sprinter di scorta. La scelta di accettare la corte dell’ambiziosa Professional bretone lo ha portato a vincere già a gennaio, a La Tropicale Amissa Bongo; ma la sfuriata in Gabon è stata l’unica gioia di un matrimonio che ha mostrato crepe mese dopo mese, con il fiasco di un Tour de France in cui il tedesco ha raccolto una sola top ten, per altro all’ultimo giorno. Nonostante un contratto in essere, le parti hanno deciso di comune accordo di separarsi senza rancore; la squadra ripartirà da Bouhanni (auguri…), il corridore si rimetterà in gioco alla Israel Cycling Academy (anche qui, auguri…).

1) Rohan Dennis – Bahrain Merida
Fra venti o trent’anni si parlerà ancora di questa pantomima che ha coinvolto il team asiatico e il corridore australiano, giunto dopo una costante crescita nel BMC Racing Team. Sin da subito, con la sorprendente sconfitta nel campionato nazionale a crono, si sono avvertiti i primi scricchiolii, messi a tacere da un discreto Tour Down Under. La primavera ha preparato il terreno per il patatrac, con il ritiro dopo due giorni alla Vuelta al País Vasco per “preparare i prossimi appuntamenti” (sic); l’ottimo Tour de Suisse, con vittoria nel prologo e secondo posto finale, lasciava ben sperare. Al Tour de France, però, il castello di carte crolla con l’abbandono prima dei Pirenei all’insaputa dell’ammiraglia, con tanto di fuga verso il buen ritiro andorrano e silenzio totale verso il mondo esterno. Le dispute sui materiali, non all’altezza secondo l’australiano, hanno fatto in modo che l’ambizioso progetto nato meno di un anno prima finisse con una rescissione salutata con gioia da ambo le parti. Il Team Ineos pare la prossima destinazione dell’iridato della crono, almeno fino ad un nuovo psicodramma.

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