I giovani azzurri impegnati al Giro d'Italia Under 23 © Isolapress
I giovani azzurri impegnati al Giro d'Italia Under 23 © Isolapress

Le Continental italiane 2019: un bilancio

Interpretazioni molteplici del ruolo di una Continental in Italia, da esperienze esemplari a presenzialismo spiccio. Latitano i confronti con l’estero e i risultati contro i pro’

Nell’anno 2019 la quota delle Continental a licenza italiana ha raggiunto la quota record di 8. Un record che sarà senza dubbio battuto nel 2020, come presto evidenzieremo quando le situazioni di mercato saranno limpide, ma che pone già le basi per un’analisi molto più sfaccettata di quella che un tempo era una barriera che tutti avevano paura di valicare, e che oggi sta diventando uno status quo necessario a sopravvivere. Molta l’acqua che è passata sotto i ponti da quel lontano autunno 2013, quando tra mille polemiche la FCI, dopo un’iniziale ostilità, decise di aprire al mondo Continental in Italia con un regolamento ad hoc che permettesse di trovare la quadra e non perdere il treno col resto del mondo.

Oggi, a 6 anni di distanza, possiamo dire che gli sforzi diplomatici fatti da Ruggero Cazzaniga sono serviti a qualcosa: l’Italia ha i suoi team che dividono tutti o quasi, bene o male, la loro attività tra corse nazionali ed internazionali (anche grazie ad un alleggerimento progressivo delle regole che non permettevano la partecipazione delle Continental alle corse nazionali e regionali), garantendo numeri sufficienti alle corse professionistiche e competitività nelle non-professionistiche. 8 team con almeno tre approcci distinti, e a dire la verità non tutti così convincenti. A fianco degli aspetti positivi, ci sono fattori negativi che emergono e che decisamente stonano rispetto allo status raggiunto dalle Continental italiane. Due dati: la partecipazione a corse estere (senza contare campionati nazionali o altre avventure individuali), che per nessuna delle formazioni raggiunge i 10 gettoni; la casella “zero” nel conto delle vittorie in corse professionistiche, un obiettivo che bene o male, almeno una Continental straniera dei paesi di punta riesce a raggiungere.

Sangemini- Trevigiani e CT Friuli gli esempi più virtuosi
Partiamo dalle situazioni più riuscite in termini di risultati, presenza, esperienza cumulata. La Sangemini-Trevigiani-Mg.Kvis può essere considerata un caso esemplare di come affrontare una stagione con un team di terza categoria. Una fusione di due team già rodati attraverso il collante del team manager Angelo Baldini, col giusto equilibrio tra élite e under 23 di belle speranze (e con l’eccezione di Domin tutti italiani), riuscita a vincere 4 internazionali e a salire 20 volte sul podio in corse UCI, che è riuscita a lanciare verso il professionismo Fabio Mazzucco (Gp Poggiana e una tappa al Giro d’Italia Under 23) e Filippo Zana (Capodarco), mentre Paolo Totò garantiva piazzamenti e successi nelle corse dell’Est Europa. È la squadra che ha collezionato più esperienze tra i professionisti, raggiungendo quota 19 gare.

Era invece esordiente nella categoria il Cycling Team Friuli, una formazione che ha fatto passi da gigante negli ultimi anni e che, sfruttando la sua posizione di confine, ha sempre promosso l’attività all’estero dei suoi atleti preferendola a gran parte delle corse professionistiche italiane anche in questa stagione. Andrea Fusaz aveva a disposizione una rosa di soli under 23, con l’eccezione di Mattia Bais (che passerà nel 2020 con l’Androni Giocattoli), ma con molti ragazzi di talento: su tutti ha brillato Giovanni Aleotti, giunto sino ad un sorprendente secondo posto al Tour de l’Avenir. È esploso anche il veloce Nicola Vecchiarutti, 3 vittorie di peso (Popolarissima, tappa al Giro e Ruota d’Oro), che raggiungerà Bais all’Androni nella prossima stagione. E il ciclo è in continuo ricambio, viste le belle prove dell’esordiente Johnatan Milan su strada e anche nell’inseguimento su pista.

L’annata della Biesse Carrera-Gavardo, che invece si trovava al secondo anno nella categoria, può dirsi soddisfacente. La formazione diretta da Marco Milesi in questi due anni è riuscita nel compito di tirar su un gruppo di giovani molto interessante che sgomitando qua e là, si è ritagliato un posto al sole. Il faro è Simone Ravanelli che, avendo finalmente raggiunto la dovuta continuità, si è rivelato uno scalatore di valore superiore alla categoria attuale, col podio ottenuto al Giro dell’Appenino ed il dominio a Giro del Veneto e del Medio Brenta: anche per lui c’è difatti uno spazio nell’Androni della prossima stagione. Nelle corse degli Under 23, pur vincendo senza Ravanelli il solo Giro del Valdarno, la Biesse è stata una presenza fissa: il momento migliore della stagione il Giro d’Italia, dove Filippo Conca ha ottenuto il quinto posto, mentre il secondo anno Kevin Colleoni ben si difendeva nelle tappe più dure come del resto ha fatto piazzandosi in gran parte della classiche italiane.

Due facce del team development: la Dimension Data ed il team Colpack
Nell’ambito Continental le formazioni più dense di talento a livello under 23 erano certamente la Dimension Data for Qhubeka ed il Team Colpack. I numeri parlano per loro: circa una quarantina le vittorie sommate dai due team, almeno 7 atleti che diventeranno professionisti nella prossima stagione. Ma sono due situazioni completamente distinte.

La Dimension Data for Qhubeka è una cosa decisamente distinta da tutto il resto, un team satellite di una formazione World Tour (rispetto alla quale quest’anno ha ottenuto quasi lo stesso numero di vittorie internazionali!), locato in Italia inizialmente più per opportunità: sede in Toscana e direttore sportivo italiano, Francesco Chicchi. Il quale, chiusa una buona carriera da velocista, ha avviato un’altrettanto promettente avventura da direttore sportivo, che lo ha visto assumersi il compito non facile di gestire una formazione molto eterogenea, composta da eccellenze del dilettantismo italiano e talenti africani con molto ancora da plasmare: un esempio il fortissimo scalatore eritreo Mulu Hailemichael, totalmente scevro di esperienza europea, che ha accuratamente formato dopo aver osservato le sue enormi lacune in discesa al Tour of Rwanda. Una stagione che si è conclusa con la incontenibile gioia per la maglia di campione mondiale under 23 ottenuta da Samuele Battistella, il quale salirà in prima squadra assieme a Matteo Sobrero. Questi due ragazzi hanno fatto il bello ed il cattivo tempo nelle classiche primaverili nostrane, mentre Alexander Konychev vinceva in Coppa delle Nazioni e sfiorava il podio alla Bernocchi. Anche l’ultimo degli azzurri, Luca Mozzato, vincitore al Circuito del Porto, salirà tra i professionisti anche grazie alle sue belle prestazioni al Tour de Bretagne, che gli sono valse l’interesse della locale B&B Hotels.

Il Team Colpack era invece la formazione più attesa al varco, complice il ruolo di punta che ha avuto negli ultimi anni nel dilettantismo italiano assieme alla Zalf. La nuova realtà, una situazione tutto sommato non inedita per il patron Colleoni e per Antonio Bevilacqua, che nel lontano 2001 tentarono l’esperienza del professionismo partecipando anche al Giro d’Italia, ha avuto i suoi lati positivi, con le vittorie che hanno superato quelle ottenute nell’annata precedente; la conferma dell’exploit di Andrea Bagioli, uno dei maggiori talenti del ciclismo nostrano negli ultimi anni, con la vittoria della Ronde De L’Isard, del Trofeo di San Vendemiano e del Piccolo Giro di Lombardia, seguito a ruota da Alessandro Covi, ai piedi del podio al Giro d’Italia e primo dei non colombiani. Ma dietro questi due indiscutibili talenti che saranno professionisti nel 2020 ed al tricolore under 23 a cronometro di Paolo Baccio c’è stato molto poco, a partire dagli élite come Andrea Toniatti e Filippo Rocchetti, che avrebbero potuto farsi vedere anche in corse professionistiche ed invece sono risultati in calo, anche rispetto all’annata precedente. Ci si aspettava un po’ più di coinvolgimento nel panorama internazionale della Colpack a dire il vero, che al di là di qualche puntata in Francia, non ha fatto un calendario così distante da quello programmato nelle passate stagioni.

Chi non ha convinto: Iseo una non-Continental, Beltrami e D’Amico senza risultati
Tre delle formazioni che quest’anno hanno preso parte alla categoria continental di matrice italiana non hanno effettuato una stagione all’altezza delle aspettative. Una di queste è la decana D’Amico-UM Tools, formazione che esiste dal 2014 e che non ha mai brillato come “squadra” in sé, puntando piuttosto su 1-2 élite già affermati, magari in cerca di riscatto dopo un’esperienza negativa nel World Tour o nelle professional. Nell’anno in corso il capitano designato era Jacopo Mosca, che tra l’altro è riuscito nell’obiettivo di mettersi in mostra dimostrando di meritare una seconda chance nella Trek-Segafredo. Andato via Mosca, la squadra ha rivelato la sua debolezza non riuscendo ad ottenere successi (unica tra le Continental), coi soli Federico Burchio ed Ivan Martinelli a ottenere qualche piazzamento. A favore del progetto di Ivan De Paolis, va data la palma come squadra più presente all’estero, assieme al Cycling Team Friuli.

La neonata Beltrami TSA-Hopplà-Petroli Firenze di Stefano Chiari, con Orlando Maini e Roberto Miodini direttori sportivi, è stata almeno per il suo primo anno di vita, un discreto fiasco. Nonostante una rosa qualitativamente buona e internazionale, con diversi atleti di potenziale come Sebastián CastañoMatteo Furlan, Matus Stocek, la formazione emiliana dalla divisa colorata si è distinta ben poco, effettuando un calendario molto centrato sulle corse professionistiche italiane, ma senza sconfinare mai (se si esclude il viaggio alla Vuelta a San Juan a inizio anno), riuscendo dunque a farsi vedere in giro più che a ottenere risultati: alla fine l’unica vittoria stagionale l’ha ottenuta Tommaso Fiaschi, nel non imprescindibile Gp Sportivi Poggio alla Cavalla.

Infine, spiazza un po’ l’annata della Iseo Serrature Rime Carnovali. L’annata della formazione bresciana è stata buona, tutto sommato: i ragazzi di Daniele Calosso hanno ottenuto 4 vittorie, delle quali il vertice è rappresentato dal Gp Sportivi di Briga ottenuto da Filippo Bertone, ed ha rivelato le qualità di Simone Zambelli, corridore di spunto veloce capace di due vittorie, e finito sul podio o nelle vicinanze in corse importanti come Popolarissima, Coppa San Geo, Ruota D’Oro, e di Simone Zandomeneghi, diversi piazzamenti nelle classiche di inizio stagione. Ma niente di tutto questo richiedeva una licenza Continental: appena quattro le corse tra i professionisti, e tutte in linea e a inizio stagione, e altrettante le puntate all’estero, nel computo del quale va considerata la vicina Lugano. La interpretiamo come un’annata timida, nella quale la dirigenza ha voluto prendere le misure di una categoria difficile da amministrare.

Come stanno i “progetti promiscui”?
Nonostante l’apertura alla licenza italiana, continuano a sopravvivere progetti di chiara matrice italiana, ma che hanno licenza straniera, per ragioni di opportunità o legami con altre federazioni. Sostanzialmente 2 le squadre da considerare sotto questo aspetto: l’Amore & Vita-Prodir e la Giotti Victoria.

L’Amore & Vita-Prodir, una delle formazioni più antiche di tutto il panorama ciclistico, ha una tradizione ormai consolidata di licenze non italiane, sebbene sia diretta dal toscanissimo Ivano Fanini. Ed è giunta al quinto cambio di bandiera in vent’anni: dopo Polonia, Stati Uniti, Ucraina e due anni di Albania, stavolta è toccato alla Lettonia comporre l’ossatura della squadra. Sono però gli atleti italiani a portare i risultati più importanti, e fa specie notare come, seppure il progetto sportivo viaggi un po’ così, sempre sul filo del rasoio, alla fine questa squadra ottenga molto più delle Continental a licenza italiana. Opera di 4 moschettieri come Marco Tizza, il cui mancato rinnovo alla Nippo aveva fatto scalpore, dei favoriti di Chioccioli prima e di Fanini poi Pierpaolo Ficara Danilo Celano (quest’ultimo al rientro a casa dopo un’avventura professionistica non esaltante), ed il rilanciato Davide Appollonio, tornato a sorpresa dopo 4 anni di squalifica vincendo subito al giro di Portogallo.

La Giotti Victoria compie il suo secondo anno di vita e può dirsi soddisfatto Stefano Giuliani, direttore sportivo abruzzese sganciatosi dal progetto Nippo-Vini Fantini per seguire una sua strada. Da una parte, sfruttando la crescita del ciclismo in Romania, ha costruito un gruppo di riferimento di ragazzi locali, su tutti Denis Vulcan ed Emil Dima; dall’altra, è riuscito nella missione di rilanciare corridori come Riccardo Stacchiotti Federico Zurlo che da professionisti non erano riusciti ad esprimere tutte le loro potenzialità. Il futuro dei due è in bilico a causa dell’instabilità del progetto E-Powers purtroppo, ma la mission di Giuliani, con 6 vittorie stagionali tra cui una tappa al Giro di Sicilia, si può dire che proceda bene.

Infine, menzione per altri due progetti che hanno qualcosa a che fare con l’Italia: la Meridiana Kamen Team, formazione croata ma diretta dal campano Antonio Giallorenzo, quest’anno si è portata in pancia Davide Rebellin aiutandolo nella prosecuzione della sua avventura; non ha brillato Matteo Rabottini. Ottimo primo anno di attività per la Kometa Cycling Team, formazione development con tanto di squadra dilettantistica under 23 collegata nata da un’idea di Alberto Contador e Ivan Basso, che tra i direttori sportivi vede anche Dario Andriotto: la parte italiana del team si vede anche nell’interessamento a 4 azzurri di buone speranze (ai quali si aggiungono Alessio Acco e Alessandro Fancellu per quanto concerne la formazione dilettantistica): il migliore nella stagione Stefano Oldani, che si è guadagnato il passaggio con la Lotto Soudal. Tanta esperienza cumulata per i più giovani Samuele RubinoMichele Gazzoli Antonio Puppio, della quale faranno tesoro per il 2020.

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