Il ct dello sprint giapponese Benoît Vêtu lancia (letteralmente) Tomohiro Fukaya in una gara degli ultimi Mondiali di Pruszkow © Instagram
Il ct dello sprint giapponese Benoît Vêtu lancia (letteralmente) Tomohiro Fukaya in una gara degli ultimi Mondiali di Pruszkow © Instagram

Come ti ricostruisco una nazionale vincente

Il Giappone – primo nella Velocità a squadre di Coppa del Mondo a Cambridge – dimostra (anche all’Italia) come si possa tornare in alto nello Sprint. Azzurri sesti nell’Inseguimento

Oggi vi accompagniamo per mano a scoprire con noi un po’ di acqua calda. E parliamo del Giappone, e della pista ovviamente, e delle discipline veloci in particolare. La nazionale del Sol Levante ha una tradizione invidiabile nel settore: patria del Keirin, e già questo dice tanto; ha potuto schierare a lungo, a cavallo tra ’70 e ’80, uno dei fenomeni dello Sprint individuale, Koichi Nakano, vincitore di ben 10 titoli mondiali di fila dal 1977 al 1986 (ma era professionista, per cui non potè mai gareggiare ai Giochi); e anche nella Velocità a squadre, specialità diventata rilevante dall’inizio del nuovo millennio, ha avuto buoni risultati proprio all’alba degli anni ’00, con una Coppa del Mondo vinta nel 2003 (anche se mai è stato centrato un podio iridato, né tantomeno olimpico).

Da qualche anno il Giappone era scomparso dai radar del ciclismo su pista di vertice, rimanendo legato agli exploit di qualche punta di diamante (Seiichiro Nakagawa prima, Kazunari Watanabe – ancora attivo – dopo). Ora c’è un problema: nel 2020 le Olimpiadi si disputano a Tokyo, come tutti sapete. Il che significa che le federazioni sportive del paese ospitante sono tutte protese verso la massimizzazione dei risultati, con l’obiettivo di raccogliere quante più medaglie possibile. Per cui la federciclo nipponica si è ovviamente messa in testa di rifondare il settore veloce della pista, o quantomeno di ricostruire il ricostruibile. Vediamo nel dettaglio come.

 

Si chiama Benoît Vêtu uno dei Re Mida della pista
Asserito che la squadra giapponese era vecchiotta, e notato che non spuntavano all’orizzonte ruote particolarmente veloci, i dirigenti ciclistici di Tokyo hanno puntato forte sull’unica fiche che potesse dare risultati positivi in tempi sostanzialmente brevi, e si sono assicurati uno dei tecnici di punta del settore: il francese Benoît Vêtu.

Classe 1973, un passato da pistard non dei più titolati a livello internazionale (era più che altro un chilometrista), alle spalle un matrimonio con una delle regine della pista anni ’90, Felicia Ballanger, Vêtu si è scoperto un tecnico in grado di vincere molto di più rispetto a quando correva in prima persona. Ha cominciato con la nazionale francese, poi nel 2012 si è spostato a quella russa e qui ha lanciato Denis Dmitriev, che poi ha continuato ad allenare in proprio anche quando dalla Russia si è trasferito armi e bagagli in Cina, per aiutare la crescita di quel movimento nel quadriennio olimpico 2013-2016. L’obiettivo era di conquistare il primo alloro olimpico cinese nella pista, proseguendo il buon lavoro iniziato dall’altro tecnico francese Daniel Morelon; ça va sans dire, il traguardo è stato raggiunto con il titolo nella Velocità a squadre femminile (Jinjie Gong- Tianshi Zhong la coppia vincente) a Rio 2016, apice di un periodo in cui le velociste cinesi avevano ottenuto grandi risultati anche nelle rassegne iridate.

Spostarsi ancora un po’ più a est, a quel punto, per Vêtu è stato lo sbocco più naturale che potesse esserci. Diventato ct del settore veloce giapponese nel 2016, formato un team di coaching con l’australiano Jason Niblett, il tecnico francese si è basato su un drappello di corridori i quali – come detto più su – non erano di primo pelo, ma dai quali evidentemente ha capito di poter trarre molto di più di quanto in precedenza non si fosse ottenuto.

I risultati sono stati evidenti. Prendiamo i Mondiali: senza medaglie nel Keirin dal 1993, i giapponesi sono tornati sul podio nel 2018 (Tomoyuki Kawabata) e nel 2019 (Yudai Nitta), entrambi d’argento; nella Velocità, lontani i tempi del citato Nakano e zero medaglie dal 1989, si stanno facendo passetti in avanti, col ritorno dei nipponici agli ottavi di finale (Kazunari Watanabe e Yuta Wakimoto nel 2018, Tomohiro Fukaya nel 2019) da cui si mancava dal 2012; è tornata qualche top ten nella Velocità a squadre (settimi nel 2017 e nel 2018) prima che il ct decidesse di puntare sul più giovane Fukaya quest’anno in luogo del 36enne Watanabe.

È ai campionati continentali asiatici che si apprezzano maggiormente i progressi fatti nel Team Sprint, laddove i nipponici non vincevano dall’edizione casalinga del 2004, e in cui sono tornati a trionfare dopo tre lustri nelle edizioni 2019 e 2020 (si gareggia nell’autunno precedente l’anno nominale dell’edizione).

In Coppa del Mondo infine la nazionale dalla maglia biancorossa si era imposta l’ultima volta nel maggio 2003 a Sydney, dopodiché appena tre podi (l’ultimo a Cali nel 2013, ma gareggiando praticamente contro nessuno) e un lungo declinare, fino all’ultimo biennio, in cui le prestazioni sono tornate a farsi interessanti: il secondo posto ottenuto a Hong Kong nella scorsa edizione della challenge è stato il primo segnale forte, e oggi a Cambridge, in Nuova Zelanda, è arrivata la vittoria attesa 16 anni, e con essa la conferma dell’ottimo lavoro svolto fin qui da Vêtu.

 

Un’area tecnica dedicata è fondamentale per ripartire
Cosa ci suggerisce questa parabola? Che raggiungere risultati apparentemente improbabili non è impresa fantascientifica. Ci va del lavoro, e ci vanno degli investimenti. Pagare un ct ad hoc per il settore veloce, e sceglierlo tra i migliori sulla piazza, è una precondizione necessaria ma non è obbligatorio organizzare le Olimpiadi per decidere di perseguire questo percorso: basta la volontà di migliorare, di crescere, di non accontentarsi. L’acqua calda con cui abbiamo aperto l’articolo, insomma.

Il parallelo con la situazione italiana ci viene inevitabile, in questi anni abbiamo visto transitare diversi giovani velocisti che avrebbero potuto letteralmente spaccare su pista, se solo li si fosse indirizzati a una carriera d’élite nei velodromi, anziché mandarli su strada a raccogliere vittorie nelle corse asiatiche di seconda e terza fascia (i nomi di Andrea Guardini e Jakub Mareczko sono i primi che ci vengono in mente). Ma se manca una struttura tecnica di settore all’altezza delle migliori rivali, e se manca la volontà di offrire un futuro a questi ragazzi (si sa che su strada la pagnotta, in un modo o nell’altro, la si può portare a casa; su pista il discorso è ben più complesso e chiama in causa l’impegno di una Federazione), il discorso si esaurisce da sé.

Va anche detto – onestà lo richiede – che il livello medio della velocità giapponese nel momento in cui la si è messa in mano a Benoît Vêtu era certo più alto del quasi nulla che possiamo refertare alle nostre latitudini; per cui magari non basterebbe un quadriennio olimpico per riscattare 25 anni di disinvestimenti (fu il famigerato Gian Carlo Ceruti a dismettere di fatto il settore di quelli che lui definiva con disprezzo “gli omini Michelin”), ma con un programma decennale possiamo star certi che i risultati arriverebbero. Quel programma che l’attuale dirigenza FCI non ha mai voluto sposare.

In più, da noi abbiamo l’esempio dell’ottimo lavoro svolto nell’endurance in questo ultimo decennio, a riprova del fatto che quando si spinge un progetto, i risultati arrivano. Per la nostra pista zoppa, retta solo su una gamba (quella endurance, appunto) e quasi totalmente mancante dell’altra (quella veloce), sarebbe una notizia eclatante già solo il sapere che Renato Di Rocco e la sua giunta prendono in esame la possibilità di rilanciare sprint e affini. Il problema, dimostrato in ogni modo possibile e immaginabile in questi 15 anni di dirocchismo, è che questa cosa, all’ineffabile baffetto, non passa neanche per la testa.

 

Solo un sesto posto per il quartetto azzurro nell’Inseguimento
Quarta tappa di Coppa del Mondo 2019-2020 agli antipodi, a Cambridge in Nuova Zelanda: contingenti in molti casi ridotti o proprio assenti, vuoi per la distanza geografica, vuoi per il periodo dell’anno che vede diversi atleti in vacanza o in fase di ripresa dell’attività. Ciò non toglie che le prime gare della tre giorni oceanica abbiano comunque avuto ottimi interpreti.

Della Velocità a squadre maschile abbiamo ampiamente accennato, ha vinto il Giappone: in particolare la terza frazione in finale è stata fantastica e ha permesso a Tomohiro Fukaya di ribaltare la Polonia che fin lì era al comando della gara. Fukaya, classe ’90, è attualmente il faro della selezione nipponica, e i meccanismi coi compagni di terzetto Kazuki Amagai e Yudai Nitta si affinano mese dopo mese. 42″790 il tempo del Giappone contro i 43″286 della Polonia; terzo posto per la Nuova Zelanda che ha piegato nella finalina Trinidad e Tobago (grazie soprattutto a un Edward Dawkins incommensurabile).

La nazionale di casa ha festeggiato ampiamente tra le donne, con Olivia Podmore e Natasha Hansen che hanno piegato in finale le polacche (32″877 il loro crono), mentre il bronzo è andato alla Gazprom-RusVélo sull’Australia.

In questa giornata inaugurale si sono disputati anche i tornei dell’Inseguimento a squadre, e in quello maschile era schierata pure l’Italia, seppur non col quartetto titolare. In qualifica Liam Bertazzo, Francesco Lamon, Davide Plebani e Michele Scartezzini hanno ottenuto il quinto tempo con 3’57″866, quindi al primo turno gli azzurri (col giovane Jonatan Milan al posto di Bertazzo) hanno battuto il Southern Spars Track Team (espressione del ciclismo all black), ma il tempo non è stato sufficiente per proiettarli più su del sesto posto: 3’55″857 per i ragazzi di Marco Villa.

Le finali hanno visto prevalere la Nuova Zelanda sulla Russia per il bronzo e la Svizzera – in rimonta – sull’Australia per l’oro. I tempi degli elvetici – 3’49″982 al primo turno, mentre in finale il crono è stato superiore ai 3’50” – rappresentano un piccolo campanello d’allarme per il ct italiano, dato che un’altra nazionale in grado di gareggiare ad altissimi livelli si aggiunge al novero di quelle proiettate sulla battaglia per un podio olimpico. Una battaglia che ci vede certo allineati in prima linea, ma che sarà a dir poco ardua da vincere. E va bene, non è detto che ci debbano piacere le cose facili.

Tra le donne anche qui vincono le atlete di casa, le quali nel derby oceanico hanno battuto le australiane in finale: 4’10″705 il tempo di Rushlee Buchanan e compagne, contro il 4’12″460 fatto segnare dal quartetto guidato dall’immarcescibile Nettie Edmondson. Bronzo al Canada che ha battuto il Subway New Zealand Track Team. Le azzurre non erano in gara.

Domani 5 finali, per gli uomini Keirin e Omnium (Liam Bertazzo), per le donne Sprint individuale (Miriam Vece), Madison (Vittoria GuazziniMartina Fidanza) e Scratch (ancora Fidanza). La Guazzini è reduce dal bel bronzo conquistato a Hong Kong in coppia con Chiara Consonni, mentre la Fidanza dovrà fare di necessità virtù nel doppio impegno. Vece proverà a superare le qualificazioni, e infine Bertazzo avrà un compito non facile in una competizione in cui i favoriti saranno Roger Kluge (Germania), Campbell Stewart (Nuova Zelanda), Christos Volikakis (Grecia), Ignacio Prado (Messico) e il redivivo Cameron Meyer (Australia). Gare di mattina presto disponibili sul Player di Eurosport già dalle 6, o dalle 9.30 su Eurosport 2.

Archivio

La vignetta di Pellegrini

Versione stampabile