Il podio della Madison di Cambridge con Michele Scartezzini e Francesco Lamon di bronzo © FCI
Il podio della Madison di Cambridge con Michele Scartezzini e Francesco Lamon di bronzo © FCI

Tutto è bene quel che finisce in bronzo

Coppa del Mondo, a Cambridge Lamon e Scartezzini regalano all’Italia il podio in una Madison all’ultimo respiro dominata da neozelandesi e australiani. Bravo Giordani nello Scratch

La quarta tappa di Coppa del Mondo su pista 2019-2020 si è chiusa oggi a Cambridge, in Nuova Zelanda, con un sorriso anche per l’Italia, che entra nel medagliere con il bronzo conquistato da Francesco Lamon e Michele Scartezzini nella Madison. Il contingente azzurro, piuttosto ridotto nell’occasione, riesce comunque a dare continuità alla lunga sequela di risultati positivi in Coppa, e ciò è uno dei due elementi da salvare di questa trasferta oceanica. L’altro elemento è la possibilità, per diversi giovani, di accumulare ulteriore esperienza preziosa, e a vedere come si sono variamente mossi nel weekend Miriam Vece, Vittoria Guazzini e Carloalberto Giordani, possiamo parlare di esito soddisfacente per la tre giorni passata nell’Avantidrome di Cambridge.

A fare la parte del leone, assenti alcune importanti nazionali europee (Olanda, Gran Bretagna, Francia), sono stati i padroni di casa della Nuova Zelanda che vincono il medagliere con 5 ori e 2 bronzi, davanti ai giapponesi che rispondono con 2 ori, 1 argento e 1 bronzo, e agli australiani che chiudono con 1 oro, 4 argenti e 3 bronzi. Le rivincite già tra pochi giorni: il prossimo appuntamento di Coppa del Mondo è infatti dietro l’angolo, sia temporalmente che geograficamente, dato che avrà luogo dal 13 al 15 dicembre a Brisbane, in Australia.

 

Una Madison da giocare con sagacia
Si sapeva già in partenza che nella Madison maschile di Cambridge c’erano un paio di coppie ingiocabili, ovvero i neozelandesi Campbell Stewart-Aaron Gate e gli australiani Cameron Meyer-Kelland O’Brien; e in effetti costoro hanno fatto corsa a sé. Con gli altri però ce la si poteva giocare per un posto al sole, e Francesco Lamon e Michele Scartezzini sono stati bravissimi a cogliere le opportunità giuste presentatesi in una prova battagliatissima. In particolare gli azzurri hanno intelligentemente corso sui padroni di casa, non pretendendo di ribattere colpo su colpo alle loro iniziative, ma accodandosi nei frangenti propizi.

Il primo è venuto abbastanza presto, sullo slancio del quarto sprint, quando la Nuova Zelanda già guidava la classifica provvisoria davanti all’Australia, e ha deciso di tentare la prima caccia con Italia e Stati Uniti alla ruota. Il giro è stato guadagnato a 149 tornate dal termine (e tra quarto e quinto sprint gli azzurri hanno pure guadagnato 6 punti supplementari oltre ai 20 del giro) e ha subito proiettato Lamon-Scartezzini in zona podio; con l’avviso di dare un’occhiata a quello che facevano gli americani, primi rivali per la medaglia.

L’Australia, ovviamente, non si è fatta pregare per reagire e immediatamente ha preso il suo bravo giro insieme a Svizzera e Austria (poco prima ci era riuscita, da sola, la coppia russa); ma Gate e Stewart non erano rimasti a guardare, e anzi si erano messi all’inseguimento dei rivali oceanici completando una seconda caccia di successo pochi giri più avanti. In un batti e ribatti esaltante l’Australia ha di nuovo promosso un attacco (stavolta con la Polonia) che ai -125 giri (su 200 totali) l’ha portata a rimettersi in linea con la Nuova Zelanda, la quale era però avvantaggiata da un maggior numero di punti conquistati agli sprint: 62-55 per gli All Blacks a quel punto, con Polonia e Svizzera a inseguire a 28, e poco dietro Usa a 27, Italia a 26, Russia a 24 e Austria a 22; nessuna delle altre coppie sarebbe più entrata in gioco per una medaglia.

Subito dopo metà corsa è partito un attacco interessantissimo, ovviamente con Australia e Nuova Zelanda, ma pure con Svizzera e Italia. Solo che ai -89 giri lo svizzero Lukas Ruegg ha investito l’ucraino Volodymyr Dzhus in fase di doppiaggio, e cadendo ha pure rallentato Lamon che gli era alle spalle; di fatto il giro sono andato a prenderselo i soliti cugini oceanici (l’ennesimo per loro), gli svizzeri si sono ritirati, e gli azzurri hanno dovuto rinviare i propositi di staccare gli avversari per il bronzo.

La classifica comunque si muoveva grazie alle volate, e dopo il 14esimo sprint la situazione vedeva Nuova Zelanda a 95, Australia a 81, Italia a 35 e Stati Uniti a 33, con la Polonia più staccata a 30; prima del 15esimo sprint, ecco la nuova azione d’attacco italiana, ancora una volta in risposta a una proposta neozelandese. Anche stavolta l’azione è stata vincente, e ai -35 si è coronata con il secondo giro preso per gli azzurri (e quarto per i padroni di casa!), e con la pratica bronzo praticamente archiviata per Lamon-Scartezzini: Nuova Zelanda a 123, Australia a 83, Italia a 55, Stati Uniti a 33, e soli quattro sprint a separare i corridori dalla fine della gara.

E invece, come direbbe il saggio, mai vendere la pelle dell’orso prima di averla conquistata. Daniel Holloway e Adrian Hegyvary (gli americani) non erano infatti ancora convinti di non poter ribaltare le sorti in proprio favore, e dopo aver preso due punti allo sprint 17 (portandosi a -20 dall’Italia) hanno insistito in una caccia splendida che sarebbe durata fino alla fine della prova: splendida per il loro provarci, ma anche per la reazione del gruppo, che ha messo in discussione fino all’ultimo centimetro la riuscita dell’azione.

Un tentativo, quello a stelle e strisce, reso ancora più complicato dal fatto che il gruppo stesso continuava a sfilacciarsi, sicché i due ragazzoni recuperavano coppie ma non era mai sufficiente per riportarsi nel grosso del plotone (condizione necessaria affinché la giuria riconosca la conquista del giro). Intanto però facevano punti, 5 allo sprint 18, 5 al 19 e, chiudendo in bellezza, 10 al 20: il totale dice 20 punti, proprio quelli che li separavano dall’Italia al momento dell’inizio della loro lunga fuga.

Proprio all’ultima volata però gli azzurri hanno reagito, e ci è voluta tutta la forza di Lamon e tutta la destrezza di Scartezzini per portare a casa un preziosissimo quarto posto (ovvero 2 punti) in quell’ultimo sprint, dato che la situazione era resa caotica dalla battaglia che infuriava tra Australia e Nuova Zelanda, con Meyer-O’Brien che tentavano in extremis di prendere il giro e Gate-Stewart che rispondevano colpo su colpo. Riuscire a mettersi in scia di questa lotta per ottenere quel sospirato quarto posto all’ultimo sprint è stato il capolavoro finale dei due azzurri, in una serata in cui hanno mostrato a tutti una sagacia degna di lodi sperticate.

La classifica finale: Nuova Zelanda 129, Australia 87, Italia 57, Stati Uniti 55, Polonia 32. Un bronzo preso per i capelli, ma quante volte abbiamo perso medaglie in questo modo? La nemesi storica stavolta era dalla nostra parte.

 

Un gagliardo Giordani si piazza quinto nello Scratch
Diamo poi conto di una bella, gagliarda prova di Carloalberto Giordani nello Scratch, la gara che ha chiuso il programma della tre giorni neozelandese. Il giovane azzurro si è mosso con piglio da veterano ed è stato tra i più propositivi del lotto, promuovendo a più riprese attacchi che però non hanno avuto fortuna: in particolare il 22enne nato a Isola della Scala (uhm… quale altro pistard azzurro vanta i medesimi natali?…) è andato all’attacco ai -42 giri (su 60) con il giapponese Keitaro Sawada, l’olandese Roy Eefting, il kazako Artyom Zakharov e il taiwanese Wen Chao Li; per annullare quest’azione si è speso in prima persona uno dei favoriti, il greco Christos Volikakis.

Più tardi, ai -25, Giordani è stato nel cuore di un interessante contropiede insieme all’ucraino Roman Gladysh e al neozelandese George Jackson, ma anche stavolta la cosa si è risolta in un nulla di fatto; che Carloalberto avesse le antenne correttamente orientate lo conferma il fatto che proprio Gladysh, tra gli uomini che lui stava curando, è stato il protagonista dell’attacco buono, partito ai -12 e durato fino alla fine. L’ucraino ha preso più di mezzo giro prima che dietro si rendessero conto che era il caso di impegnarsi per inseguirlo, ma a quel punto il traguardo si avvicinava rapidamente, sicché più nessuno è riuscito ad acciuffare la lepre. Al secondo posto si è piazzato, con bell’anticipo possente, Eefting, e al terzo Volikakis che ha vinto la volata del gruppo davanti al bielorusso Yauheni Karaliok e proprio a Carloalberto Giordani, bravo pure a sprintare dopo tutte le energie spese in gara. Un quinto posto che promette più del già tanto che la gara del ragazzo ha mostrato.

 

Guazzini soffre ma chiude in bellezza nell’Omnium
La potremmo definire la Laura Trott dell’Estremo Oriente e non sbaglieremmo di una sillaba: Yumi Kajihara, 22 anni e già più volte protagonista in Coppa del Mondo, ha dato oggi un altro saggio delle sue qualità, vincendo nettamente l’Omnium davanti alla statunitense Jennifer Valente e alla canadese Alison Beveridge.

La giapponese è partita subito fortissimo vincendo lo Scratch su Valente e sulla portoghese Maria Martins, grazie a una volata lunga, d’anticipo, che ha stroncato le rivali. 15esima in questa prova l’italiana schierata da Dino Salvoldi, Vittoria Guazzini, non la prima scelta per l’Omnium azzurro, ma chiamata a mettere in cascina utile esperienza. Meglio si è comportata nella Tempo Race, non riuscendo a fare punti ma piazzandosi quarta all’arrivo, fatto che le ha permesso di precedere quasi tutte le avversarie che come lei erano a quota 0 (in totale ha fatto decima). Questa seconda prova è stata appannaggio di Beveridge, che in avvio è stata protagonista di una lunga caccia che non si è tramutata in un giro guadagnato ma le ha comunque consentito di mettere da parte 8 sprint vinti (e quindi 8 punti). Alle spalle della canadese si sono piazzate l’immancabile Kajihara a 5, sempre tampinata dalla Valente, con lo stesso punteggio ma più indietro rispetto alla giapponese nella volata d’arrivo (in realtà la nipponica quello sprint l’ha proprio vinto, dato che era stata in caccia negli ultimi 5 giri).

L’Eliminazione è stata la pagina nera della giornata di Vittoria, che è uscita di scena per terza raccogliendo la miseria di 4 punti e retrocedendo dall’undicesima alla sedicesima posizione. A vincere la gara in questione è stata l’australiana Georgia Baker, che si è tolta questa piccola soddisfazione dopo essere stata messa fuori causa dai giochi di classifica a causa di una squalifica patita nello Scratch (in cui è stata relegata per aver usufruito della fascia azzurra di riposo); al secondo posto ha chiuso ancora Kajihara, e al terzo ancora Valente, sicché alla Corsa a punti conclusiva ci si è presentate con la giapponese prima a quota 116 e la statunintense seconda a 110; terza la Beveridge a 104 e quarta la Martins a 102.

La Corsa a punti è stata quella del riscatto di Guazzini, che subito si è messa in caccia insieme alla kazaka Rinata Sultanova e alla hongkonghese Sze Wing Lee. Nel corso dell’attacco, risultato vincente, l’italiana ha pure conquistato 7 punti; 3 altri li avrebbe presi al sesto degli 8 sprint totali, sicché – compresi i 20 del giro preso – il totale di 30 punti fa di Vittoria la più forte nella prova. Un segnale che ci voleva dopo la controprestazione nell’Eliminazione.

Tra le big la Kajihara ha continuato a fare il bello e il cattivo tempo, controllando agevolmente le rivali più vicine e piazzando qualche zampata che le ha permesso di allungare ulteriormente in classifica, fino a chiudere a quota 129 contro i 118 punti della Valente e i 111 della Beveridge; giù dal podio Martins (rimasta a 102) e Pikulik a 92. 12esima la Guazzini con 68 punti.

 

Velocità a Rudyk, paura per Shmeleva nel Keirin
Come avevamo anticipato due giorni fa, sale l’onda giapponese nell’area sprint, e la riprova è data dal doppio podio ottenuto dai nipponici nel torneo della Velocità maschile. La vittoria sfugge ancora, ed è stata appannaggio del solido polacco Mateusz Rudyk, che ha superato prima Yudai Nitta in semifinale e poi Tomohiro Fukaya in finale, con doppio 2-0; e per lui il percorso è stato netto, già primo in qualifica e poi sbarazzatosi del canadese Hugo Barrette agli ottavi e di Nicholas Paul (il trinidense fresco recordman dei 200 metri) ai quarti. L’argento e il bronzo (conquistato da Nitta sull’australiano Nathan Hart, 2-0 la finalina) segnano comunque un ulteriore step in avanti per la selezione nipponica.

In campo veloce si segnala la vittoria della coreana Hyejin Lee nel Keirin femminile, nella cui finale l’asiatica si è imposta abbastanza nettamente sulla canadese Lauriane Genest e sull’australiana Stephanie Morton (abbastanza sottotono in questa tre giorni). La stessa Lee era stata indiretta protagonista di una brutta caduta occorsa in semifinale a Daria Shmeleva, andata giù prima dell’ultima curva dopo un leggero contatto proprio con la coreana, ma in realtà sbilanciatasi più da sola che altro. La russa – il cui impatto col parquet è stato pesantissimo, tanto che avevamo temuto conseguenze molto serie – è stata portata via in barella e il referto parla di sei costole fratturate e una contusione polmonare per lei: non passerà il Natale migliore della sua vita, ma comunque se la cava con meno danni di quanti avrebbe potuto subire. Alla competizione ha partecipato anche Miriam Vece, la quale però non è riuscita ad andare oltre i ripescaggi.

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La vignetta di Pellegrini

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