Cameron Meyer e Sam Welsford, vincitori della Madison di Brisbane © UCI
Cameron Meyer e Sam Welsford, vincitori della Madison di Brisbane © UCI

Guazzini, podio sfiorato, podio prenotato

Coppa del Mondo, l’azzurra quarta a Brisbane nell’Omnium, ma il bronzo era davvero a un passo. Bravi Lamon-Scartezzini nella Madison, la coppa di specialità è quasi vinta

La penultima tappa di Coppa del Mondo 2019-2020 si è chiusa oggi e sull’anello di Brisbane la parte del leone l’hanno fatta in questo weekend gli australiani, motivati dal fatto di giocare in casa. 4-3-2 il computo di ori, argenti e bronzi per i wallaby, con Polonia (2-1-0) e Colombia (2-0-0) a fungere da damigelle d’onore, e con l’Italia che per una volta resta al palo, senza allori ma con qualche convinzione in più: quella relativa al valore di Vittoria Guazzini, per esempio; o la soddisfazione di poter presto festeggiare la conquista della Coppa nella Madison maschile, prova in cui oggi Lamon-Scartezzini hanno fornito un’altra prestazione più che egregia.

 

Nell’Omnium delle cadute Vittoria resta a un punto dal bronzo
Era al suo terzo Omnium in questa stagione di Coppa del Mondo, e Vittoria Guazzini si è resa protagonista di una prestazione davvero eccellente, e non è il punto in più o in meno a farci cambiare il giudizio su quanto fatto dall’azzurra. “Punto in più o in meno” non è tanto per dire, perché la quasi 19enne di Pontedera si è fermata a 99 punti, e la medaglia era lì, davanti a lei, a quota 100. Poco male, resta l’ottima impressione che la ragazza ha destato in una prova in cui è servita anche un po’ di fortuna per evitare le mille insidie di giornata.

Per cominciare, già nello Scratch d’apertura una paurosa caduta al penultimo giro ha dimezzato il plotone, e tale capitombolo si è innescato giusto alle spalle di Vittoria (qui l’approfondimento), un groviglio che ha portato al ritiro della francese Clara Copponi, della giapponese Kie Furuyama e della kazaka Rinata Sultanova, mentre l’irlandese Shannon McCurley, che ha innescato l’incidente, se l’è cavata con un warning (ma più tardi anche lei si sarebbe ritirata, non prendendo il via nell’Eliminazione).

Mentre 10 atlete su 21 si riavevano da colpi e spavento, l’australiana Annette Edmondson andava a vincere la volata dello Scratch davanti alla statunitense Jennifer Valente e proprio a Vittoria Guazzini, terza davanti alla più esperta canadese Allison Beveridge e alla polacca Nikol Plosaj. Tutte le cicliste cadute sono state classificate ex aequo all’undicesimo posto, con 20 punti riconosciuti a ciascuna di loro.

Nella seconda prova, la Tempo Race, la Valente si è scatenata mettendo insieme 7 punti nella sua caccia al giro, risultata peraltro vittoriosa; un giro l’hanno guadagnato anche Beveridge ed Edmondson, terminate in quest’ordine alle spalle dell’americana (27-23-22 i punteggi), distanziate tutte le atlete che non hanno guadagnato tornate a partire dalla neozelandese Holly Edmondston (quasi omonima di Nettie), 5 punti, proseguendo con l’uzbeka Olga Zabelinskaya (4) e la russa Anastasia Chulkova (3); nessun punto per Guazzini, ma quinto posto nello sprint dell’arrivo, che si è tramutato in un undicesimo nella gara. Di fatto a metà Omnium Vittoria era quinta con 56 punti e 22 di distacco da Valente prima.

L’italiana è tornata sopra la media nell’Eliminazione, gara chiusa al quinto posto e per la quale il successo è stato affare a tre fra le solite Valente (prima), Beveridge (seconda) ed Edmondson (terza). Non restava che la Corsa a punti: la statunitense l’ha iniziata con 118 punti, Nettie era a 112, Beveridge a 110 e Guazzini quinta a 88 (alle spalle anche di Edmondston a 92). Di fatto anche con un giro guadagnato non sarebbe stato facile per Vittoria agguantare la zona podio. La Valente ha iniziato subito a martellare sin dai primi sprint, chiamando la reazione delle due principali avversarie, e il podio sembrava ormai andato, quando ecco che a 41 giri dalla fine la Edmondson è caduta malamente dopo un contatto con la svizzera Aline Seitz e si è ritirata: colpo di scena, si riapriva uno spiraglio per il bronzo, e la lotta sarebbe stata tra Guazzini ed Edmondston (la neozelandese, con la t nel cognome).

Guazzini ha vinto il quarto sprint davanti all’avversaria e si è portata 93-96. Da lì alla fine il suo percorso di avvicinamento al bronzo sarebbe stato appassionante, ma purtroppo per lei non sufficiente: sesto sprint, Guazzini seconda, Edmondston terza, 96-98 in classifica; settimo sprint, Guazzini seconda, Edmondston terza, 99-100 in classifica. Per scavalcare la neozelandese, Vittoria avrebbe dovuto andare a punti anche nell’ultima volata, badando ovviamente a non farsi precedere dall’altra. Il marcamento tra le due è stato ferreo negli ultimi giri della prova; ma sul più bello hanno cominciato a partire avversarie che in classifica erano lontane, prima la messicana Lisbeth Salazar, poi la norvegese Anita Stenberg, poi la slovacca Tereza Medvedova, poi la polacca Nikol Plosaj e la bajan (ovvero: di Barbados) Amber Joseph. Guazzini ha provato a inseguire tutte e ha speso forse in questo modo quelle energie che sarebbero tornate utili per sprintare. Ben contenta della situazione era, come logico, la Edmondston.

Fatto sta che proprio la lunga volata finale ha permesso che tutte le evase venissero risucchiate, ma a beneficiarne non è stata l’azzurra, che nell’occasione era finita nelle retrovie, e quindi non ha più fatto punti. L’Omnium si è chiuso con Jennifer Valente a 139 punti, Allison Beveridge a 127 e Holly Edmondston a 100. I 99 di Vittoria sono anche metaforicamente il senso di un lavoro che dovrà essere compiuto, perfezionato, arrotondato: il tempo davvero non manca alla toscana, che peraltro da junior è stata anche iridata della specialità.

In Coppa la Valente si porta in testa con 1500 punti, scavalcando la giapponese Yumi Kajihara, assente e raggiunta a quota 1375 dalla Stenberg.

 

Madison made in Australia, Italia quinta ma con le mani sulla Coppa
Lo schema, rispetto alla precedente tappa di Coppa, era il medesimo per la Madison: due nazionali a far corsa a sé, e tutte le altre a lottare per il gradino più basso del podio. L’andamento della gara ha confermato le sin troppo facili previsioni, con Australia e Nuova Zelanda a battagliare per l’oro in una dimensione preclusa per le altre coppie. In tutto ciò, l’Italia, ancora presente con Francesco Lamon e Michele Scartezzini, reduci dal bronzo di Cambridge, ha battagliato in maniera gagliarda al massimo delle sue possibilità: sin dal primo sprint, vinto da Scartezzini, gli azzurri sono stati nel vivo della contesa, rimanendo per tutti i 200 giri in zona medaglie mentre aussie e all blacks se le suonavano di santa ragione raccogliendo una marea di punti nelle volate (ben 13 su 20 fruttuose per i padroni di casa, addirittura 15 su 20 per il secondo ensemble oceanico).

Il primo scossone l’ha però dato la Svizzera, con una caccia andata a segno a 165 giri dalla fine; in una corsa controllatissima, Australia e Nuova Zelanda hanno riavvicinato gli elvetici, che erano volati al comando provvisorio della gara, proprio con i punti degli sprint: dopo 12 delle 20 volate previste la Svizzera, ancora prima a quota 25, sentiva in maniera palpabile il fiato sul collo di Nuova Zelanda (24) e Australia (23); l’Italia si difendeva benissimo in attesa degli eventi, sostanziando il proprio quarto posto a 18 punti (Hong Kong seguiva a 13).

Dopo l’inevitabile sorpasso di entrambe le coppie oceaniche ai danni dei rossocrociati, e dopo altri begli spunti azzurri, tra cui lo sprint numero 16, vinto ancora da Scartezzini, la gara si è infiammata nell’ultimo quarto: fin lì l’unico giro conquistato era rimasto quello della Svizzera a inizio prova. Su un attacco proprio degli azzurri con Francia e Nuova Zelanda, c’è stata la roboante risposta australiana con Cameron Meyer che ha ripreso le coppie in fuga ai -34 e ha tirato dritto, involandosi a conquistare il giro della svolta (preso ai -24).

Purtroppo per Lamon-Scartezzini, in questo frangente Nuova Zelanda e Francia sono state più pervicaci, proseguendo la loro caccia anche dopo che gli aussie se n’erano andati, e portandola a termine poco dopo, sicché a due sprint dal termine la partita per il podio poteva dirsi conclusa: sarebbero stati i transalpini (Morgan Kneisky e Kévin Vauquelin) a prendersi il bronzo, con una quindicina di lunghezze (in quel momento) su Svizzera e Italia. Intanto doveva ancora essere decisa la lotta per l’oro, dato che tra Australia e Nuova Zelanda c’era appena un punto di distanza, 61-60 in favore di Meyer e Sam Welsford rispetto a Thomas Sexton e Aaron Gate.

A chiudere la questione ci hanno pensato di nuovo gli aussie, spinti dal boato del pubblico di casa e partiti per una nuova caccia ai -19 insieme a Svizzera e Russia. Non sono riusciti a prendere il giro stavolta, ma i bianco-verde-gialli hanno comunque vinto gli ultimi due sprint, blindando di fatto un successo accolto dall’immancabile standing ovation. Alla fine 76 punti per l’Australia, 60 per la Nuova Zelanda e 41 per la Francia. La Svizzera nel finale (nel corso della citata caccia) ha riallungato sull’Italia, andando a chiudere a 33, mentre gli azzurri sono rimasti al quinto posto a 24.

Un risultato comunque ottimo che permette all’Italia di conservare una netta leadership nella classifica di Coppa del Mondo con 1575 punti contro i 1400 della Nuova Zelanda, i 1385 della Svizzera e i 1350 di Australia e Francia: uno stato di cose che, calcolatrice alla mano, metterà gli azzurri nella condizione di farsi bastare un altro quinto posto (risultato alla loro portata) nella Madison di Milton in Canada per conquistare la Coppa di specialità indipendentemente dai risultati delle altre nazionali.

 

Anche la Colombia al gran ballo dei velocisti
Per la serie “nuove o rinnovate realtà veloci”, inaugurata la scorsa settimana parlando di Giappone e Canada, oggi tocca alla Colombia guidata da Jhon Jaime González, già pistard negli anni ’90 e commissario tecnico della pista per il paese sudamericano. A Brisbane i velocisti colombiani, già in crescita nelle precedenti tappe, hanno letteralmente fatto il botto, vincendo entrambe le prove del Keirin: se ieri era stato il giovanissimo Kevin Santiago Quintero (21 anni) a farla in barba al padrone di casa Matthew Glaetzer, oggi è toccato a Martha Bayona dare un dispiacere alla punta di diamante australiana, nell’occasione Stephanie Morton.

Il torneo ha visto anche la partecipazione – piuttosto pallida in verità – di Miriam Vece, ultima in batteria e poi pure nella roulette dei ripescaggi. Altre le protagoniste chiamate a confrontarsi per il successo: non Wai Sze Lee, eliminata a sorpresa in semifinale come anche altri nomi altisonanti come Anastasiia Voinova e Kelsey Mitchell. Con l’uscita di scena di tante rivali accreditate, tutto pareva apparecchiarsi per uno scontato successo della Morton in finale, ma ecco che – proprio come accaduto 24 ore prima tra gli uomini – è toccato a una maglia colombiana bruciare la beniamina del velodromo di Brisbane (intitolato ad Anna Meares, grande velocista del recente passato): quella di Martha Bayona, 24 anni e giunta finalmente alla piena maturità atletica e tattica.

Bayona si è bevuta Morton sul rettilineo finale mentre il bronzo è stato conquistato dalla belga Nicky Degrendele sull’ucraina Liubov Basova, la neozelandese Natasha Hansen e la polacca Nikola Sibiak. In Coppa resta al comando la coreana Hyejin Lee (assente oggi) con 1625 punti davanti alla sopraggiungente Basova (1380) e alla tedesca Emma Hinze (1325, anche lei attualmente ferma ai box).

In campo sprint maschile si è disputato un torneo della Velocità non privo di sorprese, a partire dalle qualifiche (vinte dal polacco Mateusz Rudyk sull’ungherese Sandor Szalontay, solo terzo Glaetzer); due dei quattro “top qualified”, passati per regolamento direttamente agli ottavi, sono stati subito eliminati: Szalontay dal russo Pavel Yakushevskiy, il trinidense Nicholas Paul (recordman dei 200) dal neozelandese Ethan Mitchell.

Ma era un altro l’all black sugli scudi oggi, Sam Webster, che ha superato nell’ordine il venezuelano Hersony Canelon, il ceco Martin Cechman, il citato Yakushevskiy e, in semifinale, addirittura Glaetzer, con un netto 2-0. In finale Webster ha trovato ad aspettarlo Rudyk, reduce da un percorso netto e pronto ad aggiudicarsi anche la sfida per l’oro con un altrettanto lampante 2-0: oro polacco e argento neozelandese, quindi; Glaetzer si è consolato col bronzo battendo nella finalina il surinamese Jair Tjon En Fa.

L’assenza degli olandesi nella doppia trasferta oceanica consegna a Rudyk la Coppa di specialità con una tappa d’anticipo: il polacco, che aveva conquistato anche la prova di Cambridge, approda a quota 2100, irraggiungibile dagli oranje Harrie Lavreysen, secondo a 1500, e Jeffrey Hoogland, terzo a 1350.

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