Un sorridente Bjarne Riis © France24
Un sorridente Bjarne Riis © France24

Riis, più che Virtu sono vizietti

Il manager danese entra nell’organigramma della NTT subito dopo aver chiuso il team femminile e quello Continental, non raccontando tutta la verità

È uno dei dirigenti capaci e più vincenti del terzo millennio nel panorama del ciclismo, su questo non ci sono dubbi: ha condotto verso grandi successi Cancellara e Contador, Basso e Sagan, i fratelli Schleck e Sastre, giusto per citare alcuni dei suoi eletti. Ma Bjarne Riis è figura estremamente polarizzante per gli appassionati e per gli stessi addetti ai lavori, anche tralasciando il suo discusso passato da atleta, partendo dal carattere tutt’altro che accomodante per proseguire con una certa sbruffonaggine, dettata anche dal palmares ottenuto.

Dopo un periodo in secondo piano, il danese è tornato alla grande ribalta con l’annuncio, ufficializzato dopo mesi di indiscrezioni, del suo ingresso come team manager e soprattutto come socio di minoranza nel NTT Pro Cycling – da segnalare che anche nel 2015 aveva cercato di entrare nel pacchetto azionario della compagine sudafricana ma l’allora general manager Brian Smith affermò che «per noi è impossibile iniziare una collaborazione con lui, i nostri valori non sono coerenti con la sua storia di atleta dopato». Ad accompagnarlo in questa nuova avventura saranno Lars Seier Christensen e Jan Bech Andersen, rispettivamente ex fondatore di Saxo Bank e importante imprenditore nel trasporto marittimo.

I tre uomini d’affari con la passione per il ciclismo hanno iniziato nel 2015 un’avventura chiamata Virtu Cycling, inizialmente declinata nell’istituzione di un team Continental maschile e di una squadra femminile per poi espandersi in maniera multiforme – con un ruolo dirigenziale di primo piano assegnato all’ex pro’ Michael Rogers: nella società sono presenti un’agenzia di viaggi (Virtu Travel), uno webstore con marchi top (Virtu Cycling Gear), un virtual training (VirtuGo), un club per ricchi cicloamatori (Virtu Business Club), una magione in toscana (Villa Pacini), diversi negozi in hotel di lusso a Mallorca e molto altro. Insomma, veramente tanto.

A mancare, sostanzialmente, è solo un team World Tour; ci hanno provato, almeno a parole nelle tante interviste rilasciate da Riis, a costruirlo ex novo oppure passo dopo passo con la crescita della squadra. Nulla di tutto questo, però; a giugno, come un fulmine a ciel sereno, la dirigenza annuncia la chiusura della formazione femminile (ad inizio autunno subirà il medesimo destino quella maschile) per mancanza di sponsor e per problemi economici. Anche perché a livello di risultati poco si può imputare alle ragazze, con Marta Bastianelli capace di ottenere undici vittorie fra cui la Ronde van Vlaanderen.

Ufficialmente Riis ha motivato la decisione della chiusura dei team per ragioni economiche (circa 2.5 milioni di € di disavanzo) asserendo la non sostenibilità per la prosecuzione dell’avventura. Che volendo ci può stare, dato che in tre anni di squadra femminile e quattro di squadra maschile solo per un anno e mezzo (e limitatamente ai ragazzi) è stato trovato uno sponsor che ha supportato l’attività. Ma da informazioni qualificate la verità parrebbe essere diversa; il disavanzo, a quanto Cicloweb è venuta a sapere, è parzialmente dovuto a quanto non rientrato dall’investimento dei team (grossomodo 600 mila € annui per ciascun sesso), ma comprende anche altre attività del gruppo Virtu Cycling. Una parte non indifferente del problema deriva dal progetto VirtuGo, nato per far concorrenza a Zwift risultando più economico (6 € al mese l’iscrizione) ma che si è rivelato un grande flop, con circa un migliaio di utenti attivi mensilmente che non erano minimamente sufficienti a coprire le spese – la piattaforma è stata chiusa il 25 novembre scorso.

Relativamente allo smantellamento del team femminile, ad atlete e staff la notizia è stata comunicata ufficialmente e senza il minimo preavviso a giugno, subito dopo la conclusione del Women’s Tour, corsa in cui le prime voci sulla chiusura si erano sparse tra le altre formazioni, informate da indiscrezioni di corridoio prima dei dipendenti stessi. Se, quantomeno, l’annuncio è stato dato a metà stagione, garantendo un minimo di manovra a quanti coinvolti, dall’altro lato la decisione di abbandonare le due squadre a causa dell’esborso ritenuto elevato per poi, solo sei mesi più tardi, annunciare l’ingresso con una quota del 33% di un team World Tour maschile spendendo ben di più (almeno 3 milioni di €, di questo si parla) risulta assai sgradevole.

Legittima, certamente, ma indiscutibilmente una brutta pagina per una persona che sta cercando di dare una nuova immagine di sé e del progetto Virtu Cycling, sinora vincente grazie esclusivamente alle ragazze. Lasciate a piedi, loro, nonostante una dichiarazione interna databile ad una settimana prima dell’annuncio della dismissione che prefigurava l’interesse nell’ottenere una licenza del neonato Women’s World Tour e affermando di mantenere intatto il team nel caso di mancata accettazione dell’UCI. Tutto vano, con conseguenze non indifferenti per le atlete: solo in quattro – le italiane Bastianelli, Bertizzolo, Guarischi e la norvegese Aalerud – hanno trovato posto nel nuovo massimo circuito, in tre – Krogsgaard, Norman Hansen, Pawlowska – non hanno ancora un contratto, le altre sette si sono accasate in formazioni meno blasonate.

Il mondo del ciclismo di queste storie è pieno; ci sembrava giusto, da parte nostra, provare a delineare come funziona il dietro le quinte, perché non è tutto oro quello che luccica. E talvolta non è neppure ottone.

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