Matthew Holmes vince a Willunga Hill © Getty Images
Matthew Holmes vince a Willunga Hill © Getty Images

L’inglese che salì la collina e scese dalla montagna

Incredibile al Tour Down Under: Porte battuto dopo 6 anni a Willunga Hill! Lo beffa lo sconosciuto Matthew Holmes. Richie si consola con la generale, secondo un ottimo Diego Ulissi

Giuriamo solennemente che non faremo scontati giochi di parole tra il suo cognome e quello del celeberrimo detective, nei nostri titoli, almeno da qui a breve. E – sebbene ciò sia molto più faticoso per noi – riusciremo anche a resistere dall’accostarlo all’ancor più celeberrimo pornodivo. Ma certo oggi Matthew Holmes è il personaggio del giorno, più che mai, più che sempre, perché l’altro ha dovuto sudare 6 anni per scrivere una pagina importante del ciclismo anni 2000 (sei-diconsi-sei vittorie consecutive sullo stesso traguardo come le volete definire?), a lui invece è bastato impegnarsi una volta, e vedrete che sarà ricordato più o meno come Richie. Più o meno come quel pugile che vince 50 incontri, e tutti a dirgli bene bravo, poi però nei libri di storia (e nella memoria della gente) resta anche il nome del magari sconosciuto che lo battè al 51esimo e interruppe la sua serie.

Perché sì, Porte tutto sommato ha anche vinto oggi, ha conquistato il secondo Tour Down Under in carriera, e per questo si è anche forzato di esultare, al traguardo di Willunga Hill. Ma forse, dentro di lui, nel confronto gli fregava poco di questa classifica generale, e molto di più di proseguire la striscia vincente, perché queste son cose che caratterizzano una persona (ancor prima che un corridore!), sembrano minuzie ma…

E gli brucia, tantissimo, perché c’è un come, per questa sconfitta, che non era proprio preventivabile. Ammazzarsi di lavoro per tutto il giorno per distruggere una fuga esagerata, riuscirci, riprendere tutti e al contempo staccare tutti gli altri (i rivali di classifica, i cosiddefiniti big), essere a 500 metri dal risultato perfetto, e scoprire che no, non sei da solo perché un altro, uno che non hai mai visto in vita tua, aveva sì perso qualche metro sulla tua ultima strappata, ma poi – chissà come – si è rifatto sotto. E di lì a pochi secondi ti batterà nella volata a due.

Ma piuttosto che perdere così la tappa, Porte avrebbe preferito prendere un’insolazione e staccarsi ai piedi della salita (alla prima scalata, manco alla seconda); cioè avrebbe preferito avere il tempo di razionalizzare la cosa. Invece farsi fregare così, farsi sfilare in quel modo il giocattolo che sentiva essere solo suo e di nessun altro, beh, anche no.

Ma a volte è sì: chissà se – e come – sentiremo parlare ancora di “questo” Matthew Holmes, onestissimo corridore di terza fascia che ogni tanto si è ritagliato, negli anni, qualche riflettore in seconda (fascia, sempre), tipo belle prestazioni ai vari Tour of Britain/Yorkshire. Promosso in prima dalla lungimiranza (e un po’ follia) del management Lotto Soudal, ti assesta un colpo del genere al sesto giorno di gara. E chi sei, un predestinato? Glielo auguriamo. Di averla scoperta tardi, questa predestinazione; ma che ci sia. Di sicuro basterebbe già l’impresa di oggi per restare scolpito nella memoria degli appassionati più esagitati: ora il compito di colpire anche gli altri, quelli che il Tour Down Under non lo seguono, e che sono – ahilui – la maggioranza…

 

Una fuga contro ogni logica downunderiana
L’andamento che non ti aspetti da una tappa del Tour Down Under è che vada via una fuga di 26 uomini e cambi tutte le carte in tavola rispetto ai pronostici; se poi un simile fattore si scatena nella frazione decisiva, la più attesa, quella di Willunga Hill, inizi a considerare possibile qualsiasi impossibilità, dal terrapiattismo a Savio che si taglia i baffi. E invece proprio questo è successo, nella sesta e ultima frazione della corsa australiana, partenza a McLaren Vale e arrivo appunto a WH dopo i canonici 151.5 km.

A dare il via alla prima magata dell’anno 2020 è stato il più combattivo della settimana, Joey Rosskopf, leader dei Gpm e portacolori della CCC: magari aveva in mente solo di arrivare fino al primo passaggio da Willunga per mettere al sicuro la sua maglia, e invece intorno a lui si sono coagulati altri 25 corridori che possiamo pure elencare, in ordine di appartenenza: Kiel Reijnen (Trek-Segafredo), Matthew Holmes e Jonathan Dibben (Lotto Soudal), Mathias Le Turnier e Kenneth Vanbilsen (Cofidis), Shane Archbold e Iljo Keisse (Deceuninck-Quick Step), Luke Rowe (Ineos), André Greipel e Rick Zabel (Israel Start-Up Nation), Vegard Stake Laengen e Marco Marcato (UAE Emirates), Cesare Benedetti (Bora-Hansgrohe), Manuele Boaro (Astana), Michael Storer (Sunweb), Bruno Armirail (Groupama-FDJ), Juri Hollmann (Movistar), Dylan Sunderland (NTT), Bert-Jan Lindeman (Jumbo-Visma), Domen Novalk e Marco Haller (Bahrain-McLaren), Mitchell Docker e Jonas Rutsch (EF), Sam Welsford e Cameron Meyer (UniSA)

Il vantaggio dei 26 ha presto assunto proporzioni preoccupanti per il gruppo, arrivando a lambire i 5′, sicché la Trek-Segafredo ha preso in mano la situazione pur non detenendo la maglia ocra: troppa corrispondenza d’amorosi sensi tra Richie Porte e Willunga Hill per lasciar correre senza rimpianti. La squadra del tasmaniano ha peraltro trovato una preziosa alleata nell’AG2R La Mondiale di Romain Bardet, evidentemente fiducioso di poter spuntare una buona prestazione sulla rampa d’arrivo. (Il seguito prova che aveva torto).

Restava da fare la cosa più banale: convincere quelli davanti a rallentare… Sì, come? Quelli non ci pensavano nemmeno, il loro vantaggio è rimasto sui 4’30” fino a 50 km dalla fine, e Rosskopf, sempre lui, ci credeva sempre di più, motivato dalla consapevolezza di essere il più su in classifica tra i 26: appena 58″ lo separavano da Daryl Impey alla partenza.

Solo tra i -45 e i -35 il plotone è riuscito finalmente a scalfire un po’ delle certezze dei battistrada, abbattendo il gap da 4’20” a 3’20”, un minutino guadagnato grazie alle mostruose trenate di Mads Pedersen. L’iridato – tra l’altro col numero rosso essendo stato il più combattivo ieri – ha continuato a battere il ferro, e di colpo, nel breve volgere di pochi minuti, non è sembrato più così scontato che la fuga (o almeno: uno dei fuggitivi) riuscisse ad andare all’arrivo prima dei big della classifica.

 

Li riprendono o non li riprendono? Intanto si svenano
Quando ai -30 Pedersen si è spostato acconciandosi a portare solo la bici all’arrivo, il distacco dai 26 era sceso a 3′; meno di 10 km più avanti, in cima al primo passaggio a WH, eravamo a poco più di 2′, ma il drappello dei battistrada aveva ovviamente perso molti pezzi, mentre dal gruppo era uscito in bello stile Luis León Sánchez, uno che in altra epoca un TDU lo vinse pure (era il 2005, davvero son passati tre lustri???). Al Gpm è transitato per primo Rosskopf, ovviamente, e ha così blindato i suoi pois; con lui erano rimasti in 12: Armirail, Sunderland, Boaro, Novak, Holmes, Storer, Rowe, Laengen, Marcato, Lindeman, Rutsch e Docker; gli altri 13 erano sparsi lungo la salita, e LLSG si accingeva a recuperarli uno per uno.

Il problema di Porte e gli altri, una volta superata la salita, era che pure loro avevano perso un bel po’ di pezzi, per cui non era per nulla facile reimbastire un inseguimento fine-di-mondo come il precedente: tant’è vero che i 13 hanno per un po’ ripreso a guadagnare terreno, riportandosi a 2’30”. Ma erano abbastanza al lumicino, per cui è bastata una sessione di tiraggio della Mitchelton (l’unica rimasta abbastanza in forze da poterselo permettere) e il distacco è stato nuovamente preso a picconate.

Ai 4 km Rowe e Rutsch hanno tentato un estemporaneo quanto inutile anticipo, ai 3 km si approcciava nuovamente Willunga Hill e la distanza tra i primi e i big era di appena un minuto. Insomma il recupero poteva consumarsi lungo la scalata, sì, ma in che condizioni quelli dietro sarebbero piombati su quelli davanti, dopo una giornata del genere, sempre a tutta, senza un attimo di respiro quantomeno nei 100 km conclusivi della tappa? (E ricordiamo che siamo pur sempre al 26 gennaio, non in pieno Tour de France: in pratica in campo ci sono più forse che forze).

 

L’incredibile finale di Willunga Hill 2020
Il finale è tutto da leggere. Rutsch, neopro’ tedesco che l’anno scorso ha vinto la Gand-Wevelgem dei ragazzi, ha staccato Rowe; in gruppo si è messa a tirare la Jumbo-Visma per George Bennett, e quest’andatura ha spento le idee e le ambizioni di Daryl Impey: è stato lui il primo nome ingombrante a farsi da parte, a non riuscire a tenere il ritmo, svuotato di colpo di energie (il momento dark si sarebbe consumato ai -2). Non è che il citato Bennett fosse destinato a fare molto di meglio, e di fatto il lavoro della Jumbo ha finito per preparare il terreno all’attacco più annunciato degli anni ’20 (sì ok, ci vuole poco per ora…), quello di Porte.

Mentre il gruppo riassorbiva Luisle e altri reduci della fuga, Storer raggiungeva Rutsch, poi arrivavano pure Rosskopf, Armirail e Holmes. Ai 1600 metri Storer ha allungato, ai 1500 Richie ha dato la prima bottarella che in quelle condizioni ha avuto l’effetto di un terremoto: con lui son rimasti solo Simon Yates (Mitchelton) e Dylan Van Baarle (Ineos), uno che ogni anno va un po’ meglio in salita.

Ai 1100 metri è finita l’avventura solitaria di Storer, ripreso ancora da Holmes e Armirail, mentre Rutsch e Rosskopf erano saltati. Ma questi andirivieni là davanti davano lì per lì un senso di patetico, dato che si sentiva forte lo sferragliare di Richie in avvicinamento. Avreste dovuto trovarlo, a quel punto, a un chilometro dal traguardo di Willunga Hill, un uomo sulla terra, un solo uomo, disposto a scommettere contro Porte.

Ai mille metri Richie ha forzato ancora, prima DVB ha iniziato a boccheggiare, poi anche Yates ha dovuto ammettere la propria attuale inferiorità, ha annaspato, ha rallentato o almeno così è sembrato, in realtà era l’altro che aumentava a dismisura. È stato un momento inebriante per Porte, ha ripreso e superato i penultimi superstiti della fuga, agli 800 metri ha raggiunto Boaro e con lui è piombato sui tre battistrada.

Abbiamo contato fino a 3, e al 3 Richie li avrebbe abbandonati a se stessi. 1 si alza sui pedali e Boaro è già disperso, 2 ai 700 Armirail tanti cari saluti a casa, 3 ai 500 la rasoiata definitiva, adieu Storer adieu Holmes, la settima di fila a WH è cosa fatta… 4… Come quattro? Non era previsto un 4, Richie! E invece…

Sì, avremmo dovuto contare fino a 4, perché c’era ancora un colpo di scena nella coda di questa tappa pazzerella. Anzi due colpi di scena: il primo è che subito dopo che Porte ha fatto il buco, a mezzo chilometro dall’arrivo, dal SUO arrivo, ha visto un’ombra alle sue spalle, ed era l’ombra del più sconosciuto dei lì presenti, Matthew Holmes, che aveva trovato la forza di spingere più in alto la personale asticella, e saltarla, e saltare di nuovo su colui che avrebbe dovuto essere semplicemente il suo giustiziere.

Il secondo colpo di scena è che l’inglese, scommessa neoprofessionista Lotto a un’età in cui tanti virano sulle gran fondo (26 anni), dopo una vita spesa in un’anonima Continental del suo paese, l’inglese non solo non si è più staccato, ma ha mostrato al mondo di essersi riservato una cartuccia: quella dello sprint, della prima vittoria da pro’, della beffa beffarda ai danni del Re del Posto.

E sì, terrapiattismo, Savio senza baffi, Porte che non vince a Willunga, uno sconosciuto che lo batte: tutto poteva succedere e tutto è successo, in questa notte antipodale.

Richie, rassegnato, ha tagliato il traguardo a 3″ da Holmes, a 4″ ha chiuso Boaro (però: terzo in questa tappa, complimenti!), a 7″ Armirail-Storer e Diego Ulissi (UAE) in rimonta con a ruota Simon Geschke (CCC), Rohan Dennis (Ineos) e il citato Van Baarle. Yates solo decimo a 23″. Impey alla fin fine si è gestito bene e di secondi ne ha pagati 29, 20esimo all’arrivo; nel suo gruppetto, aperto da Marcato, anche Bennett e Mattia Cattaneo (Deceuninck) tra gli altri.

La classifica la possiamo stampare così: Richie Porte vince la corsa come nel 2017 (e in questi anni ha collezionato anche quattro piazze d’onore), e al secondo posto c’è proprio Diego Ulissi, il più veloce tra i più regolari a più alto livello. Senza picchi eccessivi, ma sempre sul pezzo. 25″ il ritardo di costoro, dal livornese a Geschke, Dennis e Van Baarle nell’ordine. Impey scivola in sesta posizione a 30″, poi troviamo Yates a 37″, Bennett a 46″, Lucas Hamilton (Mitchelton) a 52″ e Hermann Pernsteiner (Bahrain-McLaren) a 54″. Il secondo italiano della generale è Cattaneo, 13esimo a 57″.

Una corsa, il Tour Down Under, sempre più bella. Lo diciamo ogni anno e, se lo ripetiamo puntualmente di dodicimesi in dodicimesi, ci sarà qualche motivo di verità che vada un po’ oltre le nostre amene riflessioni notturne.

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