Emma Hinze, tra le grandi protagoniste del Mondiale 2020 © UCI
Emma Hinze, tra le grandi protagoniste del Mondiale 2020 © UCI

Diario Berlinese #6 – Gran finale di malinconia

Si è chiusa la rassegna iridata in Germania, esperienza bellissima da vivere dal di dentro, e da replicare appena possibile. Ultime variegate impressioni da Berlino

Oggi doveva essere il giorno del turismo… ho da poco lasciato la camera, sono nella hall dell’hotel e devo ancora scrivere questo pezzo ma fisso il vuoto e non mi va di fare niente. L’aereo del ritorno ce l’ho domani all’alba, mi attende una notte in aeroporto (non aveva senso tenere la stanza per dovermene andare alle 2 del mattino…) e non mi va di fare niente. Negli ultimi due giorni mi ritrovo pure un dolore forte al tendine d’achille sinistro, cammino a fatica (in particolare sulle scale), Tiziano prima di partire mi ha diagnosticato una forma di tallonite e mi ha lasciato due antinfiammatori, una pastiglia l’ho già ingurgitata prima a fatica (mi ci strozzo sempre con quelle pasticche non solubili), spero il dolore vada via, e non mi va di fare niente.

Ripenso a Govoni, “ecco che cosa resta di tutta la magia della fiera, quella trombettina di latta azzurra e verde che suona una bambina camminando, scalza, per i campi”, è dalle elementari che quella trombettina mi risuona a volte nella testa. Ripenso anche agli articoli letti negli anni e relativi alla malinconia post-evento (in particolare ne vengono colpiti gli abitanti delle città olimpiche subito dopo la fine dei Giochi, ma pure gli atleti – il nuotatore Michael Phelps ne ha parlato spesso). E non mi va di fare niente.

È stata un’esperienza totalizzante per me e troppo breve, questo Mondiale su pista di Berlino. Già ieri, ultimo giorno di competizioni, il velodromo aveva gli spalti pieni ma diverse squadre già avevano sbaraccato, in tanti non avevano più finali da giocarsi, e anche all’interno delle stesse nazionali ancora in gara non tutti gli atleti erano presenti. Insomma un’aria di smobilitazione che faceva a cazzotti con i fuochi delle ultime contese e delle ultime feste, e pure con la soddisfazione legittima di chi dalla Germania se ne torna a casa con bilanci positivi.

Gli amici che ho conosciuto di persona questa settimana sono pure loro sulla via del ritorno o già a casa: Tiziano è l’ultimo che ho salutato, stamattina, con Fabio ci siamo abbracciati ieri sera perché oggi si muoveva presto, Marco è andato via già ieri ma ha scordato una felpa nell’armadio, gliela spedirò nei prossimi giorni. Certo, un paio di sessioni in più in velodromo non mi sarebbero dispiaciute… ormai lo sentivo un po’ una succursale di Cicloweb. Ma va bene, guardiamo avanti, in fondo è sempre un po’ così in questi casi, non è il caso di far drammi e infatti nessuno ne fa. Solo, oggi, … non mi va di fare niente.

 

La sconfitta sui volti, negli occhi, nelle lacrime
Nomi che diventano volti e volti che diventano storie, quando da Tissottiming passi alla realtà le emozioni sono sempre col moltiplicatore in funzione. Per esempio Shanne Braspennincx fino a ieri era per me un nome (bello gagliardo peraltro) che associavo a una brava velocista olandese, da qualche ora invece è diventato un’immagine struggente: quella di una ragazza che, lontano dai riflettori, è seduta nei sotterranei del velodromo, accanto a una scalinata, la schiena al muro, la testa bassa, e piange e a nulla la consola l’abbraccio di un’amica dello staff. Piange per essere stata eliminata ai quarti nel Keirin.

“Donne”, direbbe il sessista di turno.

Jeffrey Hoogland, però? È pure lui olandese e pure lui velocista, è un omone che se ti sta davanti ti copre il sole, e ha perso da pochi minuti la finale dello Sprint col connazionale Harrie Lavreysen. Lo vedo mentre faccio un giro dei box e non credo ai miei occhi, è buttato per terra, in posizione fetale ma rivolto verso il pavimento, e col casco ancora indosso, e piange pure lui in maniera irrefrenabile e per consolarlo ne servono due, di staffieri, perché è grosso, ma non bastano lo stesso.

Anastasia Voinova è il viso più toccante che mi porto a casa, lei e il suo tic nervoso al labbro inferiore, lei e la freddezza del pubblico che ferisce, perché i russi ultimamente non vanno di moda. Ha conquistato solo un argento, il tempo del suo dominio sembra finito, chissà come sarà il suo futuro, senza Tokyo ipotizzo, e con cosa al posto di questa che è la sua vita da sempre?

Tokyo è nei pensieri di tanti. Sono certo che sia anche nella testa di Maria Giulia Confalonieri, e non mi azzardo proprio ad andare a disturbarla dopo il quinto posto nella Corsa a punti, sfumato per poco o nulla. È nera, magari pensa che alle Olimpiadi finirà col non andarci, per quello che è l’asfittico programma della pista ai Giochi, e per il tetris che i ct sono costretti a fare per scegliere i quintetti da portare (4 atleti/atlete con destinazione Inseguimento, il quinto e la quinta da giostrare con gli altri e le altre incastrando tutte le pedine anche in ottica Omnium e Madison). E quindi era questa la gara dell’anno per lei, e finisce con un quinto posto che non ti dà neanche la possibilità di recriminare per bene come invece si può legittimamente fare quando si prende la medaglia di legno…

 

Vivere e non vivere a Berlino
Fuori dalla bolla di paradiso del Velodrom c’è una grande città con tutti i pregi e i difetti delle grandi città. Le quali a mio avviso sono di base alienanti, spesso non ci si rende conto di quanto si possa essere soli e minuscoli in una grande città (parlo per l’esperienza di 10 anni vissuti in una metropoli). Le sacche di disagio e povertà ed emarginazione sono più visibili forse in una grande città, perché chi le compone spesso si aggrega, comunque non si nasconde, e troppe volte non ha proprio nessuno che possa prendersi cura della sua situazione. Anche Berlino non è da meno.

Anche a Berlino sotto i ponti ci sono a volte i clochard avvoltolati alla meglio in lercie coperte e cartoni umidi e malsani, anche a Berlino le pensiline coperte dei tram possono fungere da bivacco (es)temporaneo, anche a Berlino le fermate della metro possono rappresentare un ritrovo di sigarette malferme, vino pessimo in cartone, docce dimenticate da mesi, voci alte e biasciche, vite date in prestito alla trasparenza sociale, comodati d’uso non gratuito ma costosissimi, pesanti da portare su spalle stanche derelitte che aspettano forse solo la pace della fine, perché il riscatto non lo conoscono, o non più, o non ci credono ormai.

Anche l’organizzatissima Berlino, coi suoi servizi efficienti, i suoi mezzi pubblici in perfetto orario, la funzionalità del suo civismo, ha un che di decadente che non riguarda solo il discorso zona est o zona ovest, riguarda il conglomerato città in sé e per sé.

L’altra faccia della medaglia è la vita che esplode di notte, se trovi le zone giuste, mentre il paesino dorme la città balla, nei club, nelle disco techno di Raw Gelände, grande spazio ex industriale a Friedrichshain oggi consacrato all’arte, alla musica, al bello dell’essere giovani. Ci siamo andati l’altra sera, cercavamo un concerto rock dal vivo ma siamo arrivati troppo tardi ed era già finito, lasciando spazio al dj house, e allora abbiamo virato su uno dei cento bar/pub della zona, e qui travolti da una socialità fisica e debordante, amichevole, un po’ drogata magari (l’andirivieni dal bagno la diceva lunga), di sicuro alcolica (“what color is this? white or yellow?”, mi chiedeva Maksel, ragazzo interessato ai cromatismi della mia camicia…), ma allegramente inoffensiva. Questa Berlino che vorrò conoscere meglio, la prossima volta che ci verrò, in vacanza, senza impegni lavorativi, mi dico un attimo prima di pensare che tra poco ne faccio 44. E che poi “ah, ma la prossima volta che ci vengo…” lo diciamo sempre ma non si realizza quasi mai.

 

Le ultime gare di ieri, le prossime di chissà quando
La domenica è stata il giorno degli en plein veloci. Quello di Emma Hinze tra le donne, col Keirin conquistato dopo le due Velocità (individuale e a squadre), per la felicità incontenibile del folto pubblico di casa; quello di Harrie Lavreysen tra gli uomini, già a segno nel Keirin e nella Team Sprint, ieri infine nello Sprint individuale.

Ed è stata il giorno delle ultime prove “di situazione”, quelle in cui l’Italia si è giocata (o almeno ci ha sperato) le ultime medaglie. Maria Giulia Confalonieri è stata davvero brava nella Corsa a punti, MaGiC come azzardavo ieri, sempre nel vivo, sempre reattiva, sempre pronta a ribattere colpo su colpo contro avversarie superblasonate (non a caso è campionessa europea in carica nella specialità). L’azzurra è stata tra quelle capaci di prendere il giro a un terzo di gara, fatto che l’ha proiettata nel ristretto club di quelle che si sarebbero giocate le medaglie.

E ha raccolto anche 10 punti agli sprint oltre ai 20 del giro, rimanendo fino alla fine in zona podio; la britannica Elinor Barker aveva già completato la seconda caccia vincente (proiettandosi verso l’oro), l’olandese Kirsten Wild era già caduta, buttata giù dall’uzbeka Olga Zabelinskaya, vedendo così ridursi le proprie ambizioni; una tardiva ma pericolosa caccia orchestrata da quattro atlete metteva a rischio le possibilità per chi a fine gara era in quarta posizione: Maria Giulia, appunto. Aveva bisogno di punti all’ultimo sprint per superare proprio la Zabelinskaya che la precedeva al terzo posto (31-30 la situazione), ma quelle quattro in avanscoperta, tre delle quali senza alcuna speranza di medaglia, chiudevano di fatto la partita; a meno di non andare a riprenderle in dirittura.

Era l’idea di MaGiC ma pure della stessa Wild, che di punti ne aveva 29; il momento decisivo è stato quando Kirsten è partita fortissima ai -3, lì l’azzurra avrebbe dovuto trovarsi già alla ruota dell’avversaria, per poter sfruttare il suo lavoro e sprintare superando qualcuna delle quattro. Invece Confalonieri ha preso il buco, ha dovuto spendere tantissimo e di fatto anticipare la sua volata per rientrare sulla oranje ai -2, e quando era il momento di piombare sulle prime si è trovata senza più gambe. Tra l’altro lo sprint conclusivo l’ha vinto proprio l’unica delle quattro che – in caso di conquista dei 10 punti in palio – sarebbe potuta arrivare sul podio: Anita Yvonne Stenberg, norvegese che solitamente non ottiene grandi risultati, ma che stavolta ha azzannato quel bronzo a quota 33 (a 34 l’americana Jennifer Valente era già sicura dell’argento, la Barker come detto era irraggiungibile a 50). A volte si riesce a fare la gara della vita proprio quando serve.

Infine la Madison dei danesi, ho usato un titolo forte e azzardato nella news di ieri, “danesi assurdi, ammazzano la Madison”, qualcuno sui social mi ha criticato ma non importa. Del resto non trovavo parole che rendessero meglio il senso di disarmante potenza evidenziato da Lasse Norman Hansen e Michael Mørkøv, quest’ultimo reduce dagli Emirati Arabi Uniti così come Albert Torres, solo che lo spagnolo è arrivato appena nottetempo giusto poche ore prima della gara, e si è visto (sfasato a dir poco).

I due rossobianchi sono stati gli unici a conquistare un giro, e hanno fatto anche tanti punti lungo i 20 sprint, totale 62; l’ultima volata ha sistemato il resto del podio, coi neozelandesi (Campbell Scott-Aaron Gate) d’argento a 33 sui tedeschi (Roger Kluge-Theo Reinhardt) di bronzo a 32. Elia Viviani e Simone Consonni sono stati in gara fino a due terzi di Madison, poi hanno mostrato la corda e non hanno fatto più punti, restando ancorati a 11 e scendendo via via fino alla settima posizione finale. Una prestazione senza infamia e senza lode, ma non era obbligatorio scrivere la storia del ciclismo su pista proprio ieri. Ci sarà tempo, eventualmente.

Non subito, perché di gare a breve non ce ne sono (poi dite che mi incupisco…). La prossima riunione segnata sull’irrinunciabile Tissottiming è in dicembre a Grenchen, in Svizzera, ma di mezzo ne verranno aggiunte delle altre (l’ultima Coppa del Mondo con la pensionanda formula vedrà le proprie tappe ufficializzate tra un po’). Poi ci saranno le Olimpiadi, come sapete; e gli Europei a Plovdiv, Bulgaria, in ottobre; i prossimi Mondiali saranno pure in ottobre, ma nel 2021, tra più di un anno e mezzo quindi. Ad Ashgabat, Turkmenistan (un paese più lontano e difficile no, eh?); 20 mesi per organizzarmi una trasferta tipo questa che nel giro di poche ore finirà: ci riuscirò?

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