Tao Geoghegan Hart e il Trofeo Senza Fine © Giro d'Italia
Tao Geoghegan Hart e il Trofeo Senza Fine © Giro d'Italia

Geoghegan heart, e cuore, e batticuore

Si chiude con la grande sfida a crono tra Tao e Jai Hindley uno dei Giri più strani che possiamo ricordare. Il trionfo di Geoghegan Hart, la caduta degli dei, l’esplosione di Ganna, le belle giornate di Démare, Sagan, Ulissi…

Il Giro 2020 vide il Tour che aveva offerto un ribaltone alla penultima tappa, una cronometro, e – ben sapendo di non esser da meno del rivale – apparecchiò per l’ultimo giorno una sfida inedita: due corridori appaiati in classifica si giocano la vittoria nella crono conclusiva. Una sceneggiatura perfetta per un film – quello della corsa rosa di quest’anno – ampiamente imperfetto, ma non per questo non riuscito.

Con gli altri troppo lontani per coprire il gap in appena 15 km (tanto durava la crono di Milano), il giochino era il più semplice del mondo: chi tra Jai Hindley, maglia rosa, e Tao Geoghegan Hart, secondo ma con lo stesso tempo, avrebbe impiegato di meno per completare la tappa finale, avrebbe vinto il Giro. C’era un favorito d’obbligo, alla vigilia, ed era Tao, che a Valdobbiadene aveva ben distanziato Jai; il quale si attaccava invece al risultato della crono di Palermo, nella quale aveva fatto meglio del collega. Però quel giorno era partito con vento favorevole, al contrario dell’altro.

Fatto sta che la crono è stata da subito molto chiaramente indirizzata: Geoghegan Hart era meglio predisposto all’esercizio, e si è visto sin dai primissimi rilevamenti virtuali tra i due. Due secondi, tre, poi cinque, poi dieci, e ancora e ancora fino ai 39″ che hanno sancito la differenza in classifica in favore del britannico. Il secondo della storia – dopo Froome 2018 – a vincere il Giro. Il primo in assoluto a conquistarlo senza aver mai indossato la maglia rosa nei 21 giorni (impresa riuscita invece due volte al Tour, Robic ’47 e Janssen ’68, e quattro alla Vuelta, Tamames ’75, Pesarrodona ’76, Casero ’01 e González ’02).

È stato un Giro di primizie, del resto chi mai avrebbe potuto scommettere che se lo sarebbero giocato, all’ultimo giorno e secondo su secondo, Tao e Jai? Impronosticabili alla vigilia, forse azzardabili ma uno, non tutti e due insieme. E invece nella corsa delle stelle cadute (in tutti i sensi) e nell’epoca dei supergiovani, era inevitabile che anche in Italia si proseguisse col trend, dopo i Tour di Bernal e Pogacar e dopo la rosa di Carapaz nel 2019. Nel caso odierno abbiamo compiuto uno step ulteriore, in quanto né l’uno né l’altro avevano avuto in precedenza risultati di rilievo nelle grandi gare a tappe: ritirato al Giro 2019, 62esimo e 20esimo nelle ultime due Vuelta, Tao; 32esimo alla Vuelta 2018, 35esimo al Giro 2019, Jai. Da cosa potevamo presagire il loro exploit?

25 anni il vincitore, 24 lo sconfitto, è difficile da questa prospettiva odierna tracciare per loro un futuro possibile: staranno nel novero dei tanti ragazzi in grado di far magie, nel ciclismo stordente degli anni ’10, quel ciclismo di cui in questo ultimo biennio abbiamo avuto ampi ma certo non esaurienti anticipi.

Per oggi possiamo anche rinviare sibille e cassandre, e goderci la gioia fresca del simpatico Tao, circondato da amore e rispetto nel vuoto di Piazza del Duomo a Milano: mancava la gente ma non sono mancate le lacrime, quelle di felicità versate per TGH (anche dal suo compagno Filippo Ganna, commosso al quadrato), quelle di sconforto tirate fuori da Hindley subito dopo la certificazione della sconfitta. Si cresce anche così, Jai, ma lui preferiva non doverlo per forza scoprire oggi.

 

I grandi protagonisti caduti e quelli scoperti
Il Giro è partito tra tanti dubbi tre settimane fa dalla Sicilia, ha perso immediatamente tre protagonisti molto attesi, Miguel Ángel López nella crono d’apertura, Geraint Thomas e Alexander Vlasov nei due giorni successivi, ma in quelle stesse ore ci ha regalato un grande protagonista, Filippo Ganna: il verbanese è stato la prima maglia rosa, avendo vinto nettamente proprio la crono palermitana; ha ceduto il simbolo del primato al terzo giorno, sull’Etna, ma la consacrazione gli doveva giungere ancora due giorni dopo, approdati in continente, con la fuga verso Camigliatello Silano coronata da una vittoria stupenda che l’ha proiettato in maniera definitiva nell’immaginario di tutti gli appassionati italiani. Un protagonista che serviva come il pane al nostro movimento. Che fosse fortissimo già lo sapevamo, che potesse diventare popolare lo abbiamo visto in questo Giro, che chiude con 4 vittorie di tappa, tutte e tre le crono oltre alla citata fuga, e la prima e l’ultima tappa, a racchiudere nel suo mulinare 21 giorni di difficile passione.

È stato il Giro degli abitudinari: tutte le crono le ha vinte Filippo, tutte le volate – solo quattro a conti fatti – le ha conquistate Arnaud Démare, che a metà gara aveva già completato il bottino possibile, e ha avuto il merito di voler portare a termine brillantemente la corsa. Tanto brillantemente che, sfuggita l’occasione di sprintare venerdì ad Asti, è andato in fuga ieri verso Sestriere, regalando al pubblico anche momenti di divertimento (esultando al penultimo passaggio dall’arrivo, come se stesse vincendo per sbaglio la tappa). Un personaggio che acquisisce caratura e anche affetto tra i tifosi che, nel suo caso, erano legati ancora al ricordo di quella Sanremo vinta tra qualche polemica.

A proposito di polemiche: quelle legate al covid, alle positività riscontrate qua e là (Simon Yates, Steven Kruijswijk, Fernando Gaviria tra gli altri), alla Jumbo-Visma che senza alcuna giustificazione abbandona la corsa proprio all’indomani della positività di Kru, a Jonathan Vaughters che scrive all’UCI prospettando lo stop della gara a Piancavallo, insomma un po’ di esagerazioni e parossismi legati a un problema già di suo molto delicato, ma gestito in maniera decente da RCS Sport, che peraltro ha pure dovuto ridisegnare la tappa 20, amputata dei passaggi da Agnello, Izoard e Monginevro. Nulla – esagerazioni e parossismi – in confronto al caos della Morbegno-Asti, coi corridori che s’inventano uno sciopero insensato, salgono sui bus e coprono così 120 km della tappa (che sarebbe stata lunga 253 km), ma in quel caso le orecchie a Vegni le tiriamo, avrebbe avuto tutte le ragioni per imporsi, alzare la voce, far svolgere la tappa come previsto: nessuno si sarebbe tirato indietro, né dal gareggiare (i corridori del Giro) né dall’applaudirlo (tutto il pubblico, tutti gli addetti ai lavori).

 

Fughe e nomi nuovi, Sagan e team debordanti
È stato il Giro di tante fughe in porto: una – quella di Ganna – l’abbiamo citata. Elenchiamo le altre, allora, Jonathan Caicedo sull’Etna, Alex Dowsett a Vieste, Ruben Guerreiro a Roccaraso, Peter Sagan a Tortoreto Lido, Jhonatan Narváez a Cesenatico, Jan Tratnik a San Daniele del Friuli, Ben O’Connor a Madonna di Campiglio, Josef Cerny ad Asti, nove in totale. Tante volte sono stati più forti gli attaccanti di giornata; in altre occasioni il gruppo ha lasciato fare, del resto ognuno aveva le proprie esigenze e i propri obiettivi. È il ciclismo, bellezza.

Le tappe di montagna invece hanno orientativamente visto lottare i big anche per la vittoria parziale, in particolare nell’ultima settimana: a Piancavallo s’è imposto Tao Geoghegan Hart, come poi anche a Sestriere; Hindley s’è preso la tappa ambitissima dei Laghi di Cancano. Una tappa che valeva per due, per l’australiano, due tappe per il londinese, anche qui grossomodo una parità.

Uno dei fuggitivi a segno è stato uno dei corridori più attesi del Giro, Peter Sagan, che si è visto battuto in diverse tappe nelle quali pure lo aspettavamo protagonista, che non è riuscito a contrastare Démare per la classifica a punti, ma che ha dato spettacolo in una delle frazioni più memorabili, quella di Tortoreto, dei muri abruzzesi, spettacolo puro sul terreno probabilmente più adatto alle doti del fuoriclasse slovacco, che di sicuro si è divertito nella sua prima corsa rosa, e ha divertito, e la sua sola presenza basta e avanza per riempire prime pagine e post su post dei social. Speriamo di rivederlo sulle nostre strade, ora che ha sperimentato il Giro, e ha visto che ha pure delle valenze in più rispetto al solito Tour…

E poi la lotta delle squadre: la Ineos ha dominato in lungo e in largo, ha vinto la generale ma ha pure portato a casa sette tappe, le quattro di Ganna, le due di Tao in salita, la fuga di Narváez, e ha dato spettacolo, piacendo molto più che nelle sue versioni francesi (ancora!), come avevamo già capito due anni fa con l’indimenticabile impresa di Froome, e ha conquistato – oltre alla maglia bianca con lo stesso Tao – pure la classifica a squadre; contraltare, stranamente la Deceuninck-Quick Step è rimasta a secco, ma in compenso ha lavorato per João Almeida, uno dei nomi più in vista, uno dei nuovissimi campioncini, 22 anni e 15 giorni in maglia rosa, la perde domani la perde domani e l’ha tenuta dall’Etna fino allo Stelvio, riservandosi però le energie per il ri-assalto al podio, tra Sestriere e crono conclusiva, mancato di poco, quarto posto con super merito alla fine, capofila di un team che ha messo pure Fausto Masnada al nono e James Knox al 14esimo. Il bilancio è comunque ottimo.

 

Gli errori della Sunweb, il vuoto dietro Nibali
Il Giro degli attacchi mancati, o ritardati, o rinviati a poi e a mai, tra Etna e Roccaraso e Cesenatico e vabbè, e tra Friuli e Bondone e amen; ti chiedevi perché i nomi di seconda fascia, quelli destinati al quinto o al sesto posto (Pello Bilbao, Jakob Fuglsang), o peggio (i Konrad, i Pernsteiner, i Majka) non provassero a terremotare qualcosa, a uscire dagli schemi consolidati. Poi però sullo Stelvio lo spettacolo è stato all’altezza, in tutta la sua drammaticità, e nello svelare infine quali sarebbero stati i protagonisti definitivi, quelli che tra Sestriere e Milano si sarebbero giocati l’ultima rosa.

I Sunweb, gli errori tattici di Cancano, abbandonare l’uomo più forte (Wilco Kelderman) alla sua subitanea fragilità, privilegiare in quel momento il giovane Jai Hindley confidando che potesse fare in salita quei numeri che Tao gli ha smorzato a Sestriere. Ne parleremo ancora tanto, per anni, perché queste scelte tattiche lasciano il segno. Lascia il segno la sconfitta di chi perde, Kelderman oggi Hindley domani, e piange. Le lacrime di Jai subito dopo la crono milanese, inquadrate dall’alto, fotografate dal basso, mentre poco lontano Geoghegan Hart era portato in trionfo dai suoi: un altro dei tanti momenti topici.

E tra chi piange, solo metaforicamente, Vincenzo Nibali. Il più grande, il più longevo, il più carismatico. Sapeva che sarebbe stato difficilissimo, a quasi 36 anni, fare quel che nessuno aveva fatto mai, ovvero vincere il Giro a un’età tanto avanzata. Per un certo frangente ci ha creduto, e tutti noi con lui, pur consapevoli che occorreva un’impresa, consapevoli anche quando in tanti dicevano “eh ma senza Thomas e Kruijswijk e gli altri sarà una passeggiata per lo Squalo”. La fisiologia non fa sconti. A Piancavallo Nibali è andato forte forte, come nei suoi anni migliori; ma quegli altri di più. Anche sullo Stelvio ha provato a difendersi, ma ormai i buoi erano scappati. Salvare il salvabile fino al settimo posto finale, ancora il migliore dei nostri, chissà se per l’ultima volta in un GT, ma lontano da quel podio che pareva appartenergli per diritto divino. Grazie Vincenzo, grazie di tutto, già ci manchi anche se andrai avanti ancora per un po’, di sicuro.

E certo questo settimo posto fa più male se raffrontato al resto dello scenario: per la prima volta nella storia un Giro si chiude senza italiani nei 5, anzi nemmeno nei 6. Nell’87 mettemmo Flavio Giupponi e Marco Giovannetti quinto e sesto, nel ’72 era stato Miro Panizza a far quinto, nel 2018 il quinto di Domenico Pozzovivo ci fece presagire, in assenza di Nibali (quell’anno al Tour), come si sarebbero evolute le cose un domani. Quel domani di due anni fa è l’oggi di oggi…

Per l’Italia le soddisfazioni di Filippo Ganna, quelle del bravissimo Diego Ulissi, che nella corsa rosa non manca mai di timbrare, ben due vittorie per il toscano che ha esultato ad Agrigento e a Monselice, 8 in totale per lui in carriera: non è che ce ne siano tanti, tra i non velocisti, a sommare una simile quota, e a riuscire a essere così inesorabili in quelle tappe che sembrano delle piccole classiche nell’ambito di un GT.

E poi un Domenico Pozzovivo che pure lui ci ha provato, ad onta dell’età e delle viti che lo tengono insieme dopo le ultime tremende cadute e incidenti. Un inno all’abnegazione, che però, pure qui, si è smorzato sull’età, troppo avanzata (ancor più che per Nibali) per permettergli più di un 11esimo posto finale, l’ultima top ten lontana appena 47″.

E poi? Le trenate di Matteo Fabbro per Sagan/Majka/Konrad, le fughe dei Mattia Bais, Marco Frapporti, Alessandro Tonelli, highlights dei team Professional che hanno fatto quel che han potuto; più degli altri, la Vini Zabù-KTM, con Luca Wackermann e Giovanni Visconti ben piazzati nelle tappe siciliane, poi ritirati entrambi, Luca abbattuto e fratturato dalle transenne sollevate da un elicottero troppo basso a Villafranca, Giovanni messo ko da una tendinite dopo aver a lungo conteso la maglia azzurra a Ruben Guerreiro, arreso solo alla terza settimana dopo averlo pure indossato, il simbolo del migliore dei Gpm.

Chissà quando cambieranno le regole del gioco, permettendo anche alle squadre di seconda fascia di essere protagoniste. Il sistema attuale è quello in cui il Tao o il João di turno non emergerebbero se non si infortunassero i capitani designati (Geraint, Remco in tempi non sospetti), quindi che sistema è quello che tiene la sordina ai possibili assoli di vincitori (o quasi vincitori) di Giro? Non sarebbe più bello se questi campioncini fossero meglio distribuiti tra più squadre, invece di essere concentrati in maniera inconcepibile in pochi sodalizi?

Con questa domanda, da cui passa un po’ tutto il futuro del ciclismo, chiudiamo il racconto di questo Giro d’Italia 2020. Mancano solo sei mesi e mezzo al prossimo: nell’assurdo di questa stagione tremenda, questo piccolo pensiero ci dà un po’ di sollievo.

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La vignetta di Pellegrini

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