Hugh Carthy vince sull'Angliru © Photo Gómez Sport
Hugh Carthy vince sull'Angliru © Photo Gómez Sport

L’Angliru dei piccoli sCarthy

Vuelta a España, distacchi minimi sulla salita più attesa: vince il britannico, Carapaz torna leader ma guadagna soli 10″ su Roglic

Ieri un pisolino a La Farrapona, con un tempo di scalata quasi amatoriale – negli ultimi 6 km i migliori hanno impiegato il 12% in più rispetto a quanto fatto da Contador nel 2014 – oggi una tappa, alla fine dei conti, non troppo distante, per una Vuelta a España che formalmente è molto equilibrata ma che, considerato il terreno ancora da affrontare, pare aver già scritto il proprio destino.

La dodicesima frazione ha preso le mosse da Pola de Laviana ed è terminata, 109.4 km più tardi, sull’iconico Alto de l’Angliru, cima anticipata da quattro gpm, gli ultimi due dei quali, l’Alto de la Mozqueta e l’Alto del Cordal, di prima categoria. L’asperità conclusiva misura 12.4 km e ha una pendenza media del 9.9%, ma è la seconda metà quella per cui l’ascesa è entrata nella storia del ciclismo: non si va mai sotto alla doppia cifra di pendenza e attorno ai 2 km dal traguardo si tocca un tratto al 24%.

Si forma una maxifuga, dentro anche Cattaneo e Martin. Formolo cerca di rientrare
Partenza alle 14.10 e subito movimento, complice il tratto iniziale in discesa. I primi ad attaccare sono Anthony Roux (Groupama-FDJ) e Julius van den Berg (EF Pro Cycling) cui si sommano, nei km seguenti, anche Guillaume Martin e Pierre-Luc Perichon (Cofidis), Alex Edmondson e Robert Stannard (Mitchelton-Scott), Ángel Madrazo e Juan Felipe Osorio (Burgos-BH), Kobe Goossens e Tosh Van der Sande (Lotto Soudal), Jasper Philipsen e Alexandr Riabushenko (UAE Team Emirates), Imanol Erviti (Movistar), Enrico Gasparotto (NTT Pro Cycling), Lukasz Wisniowski (CCC Team), Nans Peters (AG2R La Mondiale), Andreas Schillinger (Bora-Hansgrohe), Mattia Cattaneo (Deceuninck-Quick Step), Cameron Wurf (Ineos Grenadiers), Jhoján García (Caja Rural Seguros-RGA) e Luis León Sánchez (Astana Pro Team).

Se Philipsen si rialza e tanto Gasparotto quanto Osorio perdono terreno, dal gruppo cercano di rientrare sulle prime rampe della salita inaugurale, l’Alto del Padrún, anche Davide Formolo (UAE Team Emirates) e Tomasz Marczynski (Lotto Soudal). Allo scollinamento al km 29.3, con Martin ad accumulare altri punti per la classifica dei gpm, i due inseguitori con Gasparotto e Osorio si trovano ad una cinquantina di secondi mentre il gruppo maglia rossa paga quasi 2′. Il secondo gpm, l’Alto de San Emiliano (km 43), offre il medesimo risultato: Martin primo a scollinare, Formolo-Marczynski a una quarantina di secondi e aspettati da Riabushenko, gruppo a oltre 2′.

Martin fa incetta di punti, De la Cruz passa al contrattacco
In discesa scivola Jhoján García, ma il colombiano si rialza e ha modo di rientrare sulla testa della corsa, dopo che Formolo, Marczynski e Riabushenko hanno parimenti centrato il medesimo obiettivo. La musica in gruppo cambia all’inizio del terzo gpm, l’Alto de la Mozqueta, salita di 6.6 km all’8.4% con i primi due km al 12%: sfruttando la posizione non ottimale in classifica, scatta David De la Cruz (UAE Team Emirates), poco dopo imitato da Esteban Chaves (Mitchelton-Scott), Iván Ramiro Sosa (Ineos Grenadiers), Thymen Arensman (Team Sunweb) e Ivo Oliveira, con quest’ultimo che ha il chiaro compito di tirare quanto basta per creare un gap.

Detto, fatto, e dopo la sparata del lusitano De la Cruz e Arensman procedono da soli: anche oggi, dunque, Chaves sembra lontano da una forma accettabile. Se in gruppo a tirare è la Movistar con Jorge Arcas, davanti il ritmo lo detta soprattutto Marczynski: l’incedere del polacco fa male a García e Schillinger. In vetta (km 60.3), con Martin ovviamente primo, la testa della corsa transita con 45″ su Arensman e De la Cruz e 1’25” sul plotone, sempre tirato dai Movistar con Arcas e José Joaquín Rojas.

Discesa insidiosa, vanno giù Amdaor e Formolo. La Movistar forza ma non fa la differenza
Subito dopo il gpm dalla fuga si rialza Imanol Erviti: il motivo è chiaro, dato che l’esperto passista attende il gruppo e subito si mette a fare le linee in discesa, per quello che è un vero e proprio attacco della Movistar. Il plotone si allunga ma non si spezza, ma c’è da registrare la caduta di Andrey Amador: il più importante gregario di Carapaz si rialza ma appare dolorante, tanto che subito ricorre all’ausilio dell’automedica.

Poco prima del costaricano, la medesima sorte era toccata a Davide Formolo: il veronese, mentre aveva qualche metro di vantaggio sugli altri fuggitivi, ha perso il posteriore in una curva umida ed è finito a terra. Ripartito, assieme a Riabushenko e a De la Cruz viene ripreso dal plotone. La difficile discesa spezza gli attaccanti: davanti restano solo Madrazo, Martin, Perichon e Roux, che ai meno 35 km vantano 17″ sugli altri ex compagni di fuga e 1′ sul gruppo, sempre condotto dai navarri.

In tre se ne vanno, si torna a vedere un bel Froome
Gli attaccanti vengono ripresi da quanti ancora a bagnomaria ai meno 29 km, giusto un paio di km prima dell’imbocco dell’Alto del Cordal, salita di 5.4 km al 9.3%. Sin da subito forzano il passo e se ne vanno Cattaneo e Sánchez, al cui inseguimento si pone l’instancabile Martin. Per tutti gli altri arriva il famelico gruppo, nel quale manca Esteban Chaves, staccatosi irrimediabilmente in un plotone forte di almeno quaranta elementi. La maglia a pois – o, come più corretto dire alla Vuelta, maglia a lunares – si ricongiunge con i due poco prima del cartello dell’ultimo km di salita, ai meno 22.5 km dalla vetta.

La Ineos Grenadiers inizia a fare il ritmo, inizialmente blando, con Van Baarle. Tutto cambia all’interno dell’ultimo km, in un tratto a doppia cifra: Chris Froome si mette a tirare e seleziona il gruppo in maniera netta. Una prima progressione sorprende tutti, tranne capitan Carapaz, ma la Jumbo-Visma non si lascia sorprendere e chiude con Gesink. Allo scollinamento (km 88.2) Martin fa quattro su quattro: ritardo di una ventina di secondi per il gruppo, forte di circa 20 unità ma non del sesto in classifica Marc Soler.

Lavoro super di Gesink, ma è con Vingegaard che salta Valverde
Nella discesa che nel 2010 mise fuori dai giochi Igor Antón non succede nulla – tanto che Soler riesce a rientrare: l’attenzione di tutti è per il mostro finale, che inizia ai meno 12.4 km. Cinque gregari per Roglic, uno solo per Carapaz: la potenza del Team Jumbo-Visma è evidente. I tre attaccanti iniziano l’Angliru con i soliti 20″, che si azzerano ai meno 10.5 km perché il ritmo di Gesink fa male – Cattaneo è il primo a rialzarsi. Niente da fare neppure per Soler, che oggi esce di classifica, e neppure per Froome.

Gesink conclude il proprio magnifico lavoro ai meno 6.7 km, quando il tratto duro è già iniziato, lasciando il gruppo forte di 18 corridori, lasciando il testimone al giovane Jonas Vingegaard. Il passo del danese fa male a De la Cruz, Valverde, Nieve, Grossschartner e anche a Bennett, che non può così lavorare. Vingegaard, Kuss, Roglic, Woods, Carthy, Daniel Martin, Carapaz, Mas, Poels, Vlasov: solo loro compongono il gruppo principale ai meno 6 km.

Parte Mas, Kuss deve rallentare per stare con Roglic che fatica tanto
Il ventitreenne danese è un metronomo e fa male a Poels, mentre Carapaz scivola pesantemente in ultima ruota del gruppetto. La marcia prosegue stancamente fino ai meno 3.6 km quando, a sorpresa, scatta Enric Mas: Vingegaard e Woods si staccano subito, Martin poco dopo, Kuss inizia il suo lavoro ma subito rallenta, perché capisce che Roglic perde qualche metro. Lo sloveno viene superato anche da Carthy e Vlasov, con il britannico che torna su Mas ai meno 2.8 km; Vlasov è inframezzato tra loro due e il quartetto seguente con Kuss, Roglic, Carapaz e Martin.

Sul tratto noto come Cueña les Cabres al 23.5%, ai meno 2.5 km, Mas passa con 12″ sugli altri sei, tutti alquanto al limite. Carapaz capisce che Roglic fatica oltremodo e ai meno 2.1 km aumenta il passo, guadagnando subito qualche metro: anche stavolta Kuss, inizialmente, pare fare corsa per sé, prima di rientrare nei ranghi e attendere il capitano. Con l’ecuadoriano si muove anche Carthy e assieme si riportano su Mas ai meno 1800 metri.

Carthy prende, se ne va e vince. Roglic si difende
Roglic, invece, si sfila anche da Vlasov e Martin e può ringraziare la presenza di Kuss che lo supporta anche a livello visivo ed emotivo. Nell’ultimo tratto sopra al 15%, a 1200 metri dalla conclusione, Hugh Carthy parte e se ne va, iniziando il km finale con 8″ su Mas, 10″ su Vlasov e Carapaz, 15″ su Martin e almeno 20″ su Kuss e Roglic. Il britannico prosegue senza soluzione di continuità nel tratto in falsopiano finale, andando a conquistare la più importante vittoria della sua carriera.

Il ventiseienne della EF Pro Cycling precede di 16″ Aleksander Vlasov (Astana Pro Team), Enric Mas (Movistar Team) e Richard Carapaz (Ineos Grenadiers). Primoz Roglic (Team Jumbo-Visma) riesce a salvarsi ed è quinto a 26″, con il medesimo ritardo del fidato Sepp Kuss e di Daniel Martin (Israel Start-Up Nation). Completano la top ten Wout Poels (Bahrain McLaren) e Michael Woods (EF Pro Cycling) a 1’35” e Felix Grossschartner (Bora Hansgrohe) a 2’15”. Ritardo di 2’54” per Alejandro Valverde mentre Marc Soler sprofonda a 14’33”.

Carapaz in rosso, martedì si riparte con la crono…garage
La classifica generale vede ora Richard Carapaz riprendersi la maglia rossa con 10″ di vantaggio su Primoz Roglic, 32″ su Hugh Carthy, 35″ su Daniel Martin e 1’50” su Enric Mas. Dopo di loro un bel vuoto, visto che Wout Poels è sesto a 5’13”, Felix Grossschartner è settimo a 5’30”, Alejandro Valverde è ottavo a 6’22”, Alexander Vlasov è nono a 6’41” e Mikel Nieve è decimo a 6’42”.

Domani il secondo e ultimo giorno di riposo della Vuelta, che ripartirà martedì con una frazione chiave per l’esito finale: la Muros-Mirador de Ézaro si disputa contro il tempo e misura 33.7 km, i primi 31.9 senza alcuna insidia altimetrica. Cambia tutto negli ultimi 1800 metri, dove i corridori dovranno affrontare una rampa di garage simile a quelle viste a ripetizioni negli anni passati. La pendenza media è del 14.8% e appare quindi necessario un cambio bici ai piedi di questo breve ma infernale muro, nel quale Roglic potrebbe (e dovrebbe) tornare alla ribalta, in vista di una conferma del titolo che pare in discesa dopo oggi.

Archivio

La vignetta di Pellegrini

Versione stampabile