La locandina di Pee-Wee's Big Adventure
La locandina di Pee-Wee's Big Adventure

Cicloproiezioni: Pee-Wee’s Big Adventure

Viaggio divertito nel ciclismo secondo il cinema, venticinquesima puntata: una bicicletta da ritrovare al centro della bizzarra commedia diretta da Tim Burton

Di sicuro ne abbiamo viste tante di robe strambe in questa rubrica, ma cosa può unire una competizione di ciclismo, Tim Burton e un comico all’apice del successo ma poi finito nella polvere? All’apparenza nulla, se non fosse per questo film del 1985, Pee-Wee’s Big Adventure, che subito si apre con immagini di gara. Concorrenti presumibilmente italiani (anche se non viene mai specificato), caschi da cronometro, ordinarie sneaker al posto degli scarpini.

Se già non si capisse che qualcosa non quadra, a puntualizzarlo arriva l’entrata in scena di Pee-Wee Herman. Personaggio comico di straordinario successo nei primi anni Ottanta, creato e interpretato dall’attore Paul Reubens, Pee-Wee supera di slancio gli altri concorrenti alla guida della sua bici da passeggio con inserti metallizzati, specchietti retrovisori, parafango di metallo e una testa di leone a troneggiare sul tubo sterzo.

Pee-Wee pedala velocissimo lungo strade di campagna deserte, e grazie al alcune indicazioni stradali e varie scritte in francese capiamo che siamo al Tour de France. Il nostro vince la corsa e si avvia verso il podio delle premiazioni, pronto ad essere incoronato (letteralmente) dalla miss in tenuta rosa (un clamoroso errore cromatico di cui gli autori americani erano senza dubbio inconsapevoli), con sullo sfondo una Tour Eiffel anch’essa rosa. Intuiamo subito che la tendenza al kitsch sarà una costante in tutta la pellicola.

Ma a questo punto suona la sveglia e abbiamo la conferma che si è trattato solo di un sogno, e possiamo vedere Pee-Wee nella sua quotidianità, che per quanto tenti di essere comica risulta stramba e persino inquietante. Il nostro protagonista è infatti un uomo adulto che si comporta come un bambino, ha la casa piena di giocattoli e paccottiglia varia, fa faccette e versi, recita battute senza senso, insomma quel tipo di comicità che o la ami o la odi (io durante la visione avevo un gran desiderio di prenderlo a schiaffi, ma è un’opinione personale).

Nel corso del film l’importante sarà riempire una trama oltremodo basica e insensata con sketch visivi che distraggano lo spettatore dalla storia nel suo complesso. Pee-Wee Herman era un personaggio molto famoso nella televisione americana dell’epoca, con un suo show personale di grande successo, cosa che spinse la Warner Bros. a commissionargli un copione per un lungometraggio. Ne vengono fuori cose come la complessa macchina per preparare la colazione, che annovera fra i suoi passaggi un dinosauro spremiagrumi e un Abraham Lincoln che gira le frittelle.

Sbrigate le incombenze della prima mattina, il nostro eroe può finalmente recarsi in giardino per recuperare da un nascondiglio segreto la sua bicicletta, che è la cosa che ama di più al mondo (perché? non si sa). In ogni caso Pee-Wee quando la guarda si illumina, le parla riempiendola di complimenti, la accarezza, la pulisce con deferenza – insomma sembra né più né meno un qualsiasi cicloamatore di medio livello.

Uscito dal cortile di casa, il nostro incontra subito Francis, che più che antagonista narrativo potremmo definire la nemesi di Pee-Wee. Anche Francis infatti è un uomo adulto dal comportamento bambinesco, voce fanciullesca e insopportabili smorfie. Vorrebbe comprare la bicicletta in questione, cosa naturalmente improponibile per Pee-Wee, e fra i due si sviluppa un discorso a livello bambini dell’asilo, e per quanto Francis appaia un po’ meno strambo dell’altro, dopo dieci minuti di film contiamo già due personaggi che meriterebbero di essere presi a schiaffi.

Finito l’interessantissimo dibattito, Pee-Wee può finalmente dirigersi verso il centro città per andare a fare una capatina nel negozio di scherzi che visita quotidianamente. La piazzetta è piena di rappresentazioni di animali inquietanti, e ci piace pensare che in questo ci sia la mano di Tim Burton, all’esordio in un film vero e proprio dopo essere stato scelto da Reubens che aveva apprezzato i suoi primi cortometraggi. Intanto Pee-Wee giustamente teme per l’incolumità della sua amata bici e prende precauzioni legandola con una catena appena appena fuori misura.

Nella bottega di scherzi e trucchi di magia Pee-Wee e il vecchio proprietario si fanno grandi risate, aumentando a dismisura il desiderio di violenza dello spettatore. Per fortuna, apprezzato come un intervento del karma, arriva il twist narrativo a sconvolgere il nostro protagonista, che all’uscita del negozio ritrova solo alcuni sparuti anelli dell’infinita catena utilizzata nella scena precedente. Della bicicletta ovviamente nessuna traccia.

Pee-Wee sviene e arriva un’ambulanza per rianimarlo, ma quello che più di ogni altra cosa abbatte il nostro è l’incontro con i poliziotti. Curiosamente infatti questi non danno molto peso alla sua richiesta di formare squadre per battere la città palmo a palmo e ritrovare il maltolto. “Amico, non credo che possiamo considerare il furto della tua bici come un’emergenza di polizia”. Questo probabilmente è l’unico momento di empatia fra lo spettatore appassionato e Pee-Wee.

Senza la sua amata bicicletta la vita di Pee-Wee diventa triste e cupa. Camminare per il centro cittadino non gli dà alcun piacere, anche perché da tutte le parti spuntano ciclisti di ogni età, genere, etnia, alla guida di velocipedi sempre più improbabili, con l’unico intento di deprimere sempre più il nostro. La sera, a casa, si addormenta con fatica, e ha un incubo terribile popolato di ombre e – ovviamente – biciclette, con una estetica non troppo distante dai classici del cinema surrealista tedesco degli anni Venti.

La mattina dopo però Pee-Wee capisce che crogiolarsi nel dolore non è una soluzione, e si mette in moto per recuperare la sua amata bici. In un primo momento si convince che sia stata rubata dai sovietici (in fondo siamo pur sempre nel 1985), ma l’opzione appare davvero troppo bislacca persino per gli standard di questo film. Al secondo posto della lista dei sospetti c’è invece il suo nemico Francis, che qui possiamo vedere mentre fa il bagnetto: chiaramente la personificazione del male.

Francis è di famiglia ricca, ottiene tutto quello che vuole e quindi appare plausibile che sia stato lui a commissionare il furto dell’oggetto che non poteva comprare. Pee-Wee lo affronta a muso duro (vabbeh, per quanto possibile, ma almeno ci prova), Francis però gli giura che lui non c’entra niente con la scomparsa della bicicletta. Pee-Wee non sembra convintissimo della spiegazione, o almeno così intuiamo dalla rissa subacquea che ne segue.

Alla fine il padre di Francis dirime la situazione assicurando a Pee-Wee che suo figlio non c’entra nulla con quanto avvenuto. Il nostro eroe crede all’uomo, e cambia piano organizzando una ricerca capillare per l’intera città con l’aiuto di decine di persone. Intanto però noi spettatori scopriamo che è stato proprio Francis, vero genio del male – più o meno, dai – ad aver rubato la bici. Ma ora la refurtiva scotta troppo, e in una location davvero bizzarra (la stanza con la maggior densità al mondo di animali impagliati) ordina a un suo sottoposto di sbarazzarsi della prova del reato.

Nel frattempo Pee-Wee, nonostante gli aiuti di mezza cittadina, non riesce a trovare la bicicletta perduta. Disperato, vaga da solo nella notte, attraversando vicoli bui sotto la pioggia. Fino a che non si ritrova davanti all’ingresso dello studio di una cartomante, che gli assicura che la sua amata bici è in quel momento ben nascosta in uno scantinato di Alamo. Così, a buffo, ma non siamo ancora nemmeno a metà film e qualcosa bisogna inventarsela per arrivare a novanta minuti di durata.

Il nostro si mette allora in moto per raggiungere il Texas facendo l’autostop. Passano ore e ore durante le quali le macchine non si fermano. Sorprendente che nessuno voglia avere a che fare con uno squinternato… Ma quando ogni speranza sta scomparendo arriva finalmente il sospirato passaggio. Il problema è che in breve Pee-Wee scopre che il guidatore è un evaso in fuga (primo caso al mondo di un fuggiasco che decide di perdere tempo caricando un autostoppista), ma questo non impedisce ai due di fare amicizia, tanto che Pee-Wee aiuta l’uomo a superare un posto di blocco camuffandosi da coppia di fidanzatini.

Purtroppo nel suo turno alla guida Pee-Wee provoca un incidente stradale che quasi uccide i due, e il fuggitivo lo scarica. Costretto a cercare un altro passaggio in piena notte, il nostro protagonista ne trova uno sul camion di una certa Large Marge, appassionata narratrice di storie horror, e un po’ diversa dalla Serena Grandi che aveva formato il nostro immaginario cinematografico sulle donne camioniste.

Large Marge lo lascia in un’area di servizio a tema dinosauri, dove Pee-Wee scopre che la donna che le ha dato il passaggio è in realtà un fantasma (questa scoperta cambia qualcosa nella narrazione del film? No. E allora perché?). Il nostro però fa amicizia con la cameriera Simone, per quanto il suo enorme fidanzato sospetti che i due siano amanti e insegue Pee-Wee impugnando un osso di tirannosauro.

Per sfuggire alla furia di quell’uomo geloso, il nostro protagonista salta al volo su un treno dove fa comunella con un hobo (anche qui, senza che questo abbia un senso rispetto alla storia, ma ormai ci abbiamo fatto l’abitudine). Vinto dalle emozioni e dalla stanchezza, Pee-Wee si addormenta, ma un nuovo incubo tormenta il suo sonno: un T-Rex divora la sua adorata bicicletta.

Incredibilmente riesce comunque ad arrivare ad Alamo, solo per scoprire che in città non esistono scantinati (non abbiamo controllato se sia vero o meno, in ogni caso sarebbe una delle cose meno bislacche della pellicola). Pee-Wee comprende allora di essere stato fregato dalla cartomante, e il suo viaggio uno spreco di tempo. Perlomeno incontra di nuovo Simone, anche lei casualmente ad Alamo – del resto si sa che gli Stati Uniti sono piccoli, scendi un attimo all’isola pedonale per lo struscio e incroci tutti.

A questo punto entriamo in una fase del film ancora più concitata, confusionaria e insensata – per quanto non credevamo fosse possibile – che porta Pee-Wee dalla fermata dell’autobus per fare ritorno a casa al centro della scena in un rodeo. Mentre per l’ennesima volta è costretto a fuggire dal fidanzato di Simone, il nostro per un equivoco stabilisce il record mondiale di bull riding.

Ma è solo l’inizio. Subito dopo infatti Pee-Wee riesce a far infuriare una gang di motociclisti, che rabbonisce ballando su un tavolo una famosa canzone popolare. Inteneriti, quei tagliagole in giacca di pelle gli regalano una moto, ma Pee-Wee ha un incidente dopo appena trenta metri e finisce in ospedale, solo per sognare la sua bici dissezionata da malvagi clown medici. Perché tutto questo? Probabilmente per farci guadagnare qualche altra manciata di minuti e farci arrivare finalmente al cospetto della tanto agognata bicicletta.

Siamo negli studi hollywoodiani della Warner Bros. e qui Pee-Wee scopre che la sua bici al momento è impegnata nelle riprese di un film. Travestendosi da suora (fate caso alla seconda da sinistra nell’immagine sopra), e approfittando di un momento di distrazione generale, il nostro eroe riesce a riprendere il possesso dell’amata. Certo, ora bisogna fuggire dalle guardie di sicurezza (anche loro su due ruote, probabilmente per sportività), ma potrebbe esistere un film di biciclette senza una scena di inseguimento?

In un film già caotico l’inseguimento finale non può che diventare l’apice caciarone, durante il quale Pee-Wee travolge chiunque trovi sulla sua strada, finendo per essere rincorso da attori e comparse, da Babbo Natale con tutta la slitta e le renne, da Godzilla, da un motoscafo, da Tarzan, fino a interrompere persino le riprese di un videoclip dei Twisted Sister (a distanza di trentacinque anni, ormai una roba per cultori).

Ma non può bastare. Durante la sua fuga il nostro eroe, più eroe che mai, nota infatti un negozio di animali in fiamme, e coraggiosamente si lancia nel fuoco per salvare tutti quelli in pericolo, compresi i pesci rossi. Alla fine sviene sulla soglia, e il suo nobile gesto gli vale il perdono da parte di polizia e Warner Bros. nonostante i danni causati.

Siamo finalmente giunti alla fine della pellicola: la Warner Bros. ha comprato i diritti della storia per farne un film, e ora Pee-Wee assiste alla prima con tutti gli altri personaggi, guardando James Brolin recitare nel suo ruolo. Questo delirio metacinematografico ci permette di dire che nel 1988 ci sarà anche un sequel, Big Top Pee-Wee-La mia vita picchiatella, dove però non compariranno biciclette né Tim Burton. E che curiosamente proprio in un cinema, alcuni anni dopo, la carriera di Paul Reubens (e di conseguenza di Pee-Wee) sarà terminata da una disavventura giudiziaria che lo vide colpevole di atti osceni in luogo pubblico.

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