Richard Carapaz
Richard Carapaz

Carapaz, il campione che trasudamerica!

Un gran finale della prova olimpica su strada lancia l’ecuadoriano a un successo memorabile. Podio super con gli incontenibili Van Aert e Pogacar. Un’Italia a tratti bella rimbalza sui crampi di Alberto Bettiol (14esimo)

Richard Carapaz è un corridore bellissimo. Un attaccante, un tenace, un tempista che sa essere perfetto, un fondista coi fiocchi. Un grande campione olimpico. La Locomotora del Carchi, e nello scrivere lo pronunciamo come farebbero i radiocronisti ecuadoriani, che oggi saranno impazziti per questo secondo oro nazionale nella storia delle Olimpiadi, unico precedente il marciatore Jefferson Pérez ad Atlanta ’96. È arrivato da solo, Richard, a rappresentare se stesso sì, ma tutto il proprio popolo anche, mai a segno un latino nel ciclismo su strada ai Giochi. È arrivato da solo a conclusione di una corsa che ha avuto un’ultima ora e mezza di straordinaria bellezza, un continuo attaccare, uno per squadra a un certo punto, l’unico orizzonte lo scontro selvaggio nella giungla di quel gruppetto, razziatori nascosti dietro ogni smorfia di sofferenza, prova uno prova l’altro riparte il primo ne scappa un altro ancora. E, unico nel ruolo immutabile di chi doveva chiudere ogni volta, Wout Van Aert.

Wout Van Aert è un corridore meraviglioso. Il suo Belgio oggi ha fatto e indirizzato la corsa, toccava a lui finalizzare, ha sofferto sull’ultima salita ma prima e dopo quante mazzate ha fatto volare su quel nobile gruppo, tirando e stirando, subissando di fatica se stesso e tutti quelli che erano con lui, e sempre riemergendo, un rifiatare e via, prova ancora a chiudere su questi dannati attaccanti. Tutti contro uno, vi pare bello? Quanti scatti, non vi stupite di trovare una cronaca piuttosto sincopata sul finale.

Tadej Pogacar è un corridore formidabile: tutti i riflettori erano su di lui, vincitore del Tour de France appena sei giorni fa, e oggi in pole position (non a caso si arrivava in un circuito automobilistico…), interessato a fare la propria gara, lui e la sua Slovenia (Jan Tratnik più che altro) hanno fatto come il Belgio, hanno inseguito (una fuga andata a 20’…), tirato, speso tutto quello che potevano, e lui, Tadej, il suo bravo attacco l’ha portato e anche al momento giusto, dalla media distanza… non è bastato. Nei rivolgimenti della corsa ha avuto poi l’occasione di giocarsi l’argento, ma l’ha perso solo al fotofinish… da Van Aert… per dire la caratura. E tutto felice, poi, per questo bronzino che quanto mai potrà aggiungere a un palmarès che conta già due Tour e altre cosette tipo una Liegi? Lasciate fare, il bronzo è felicità nel magico mondo di Pogi. Lasciate fare.

E l’Italia? Non è forse un’ammirevole squadra quella che, senza avere un uomo al livello di quelli che abbiamo sin qui citato, mette mano al coraggio e ci mette del suo per provare a sbaragliare il campo, o quantomeno a creare il famoso casino organizzato, ovvero una situazione di anarchia in cui è magari più facile mettere nel sacco i favoriti? Una situazione come quella che può portare Carapaz ad anticipare e beffare Van Aert e Pogacar, in pratica. Lo schema era quello, ma nel finale il nostro uomo a Tokyo, Alberto Bettiol, ha visto deperire vistosamente e improvvisamente tutte le spie sul suo cruscotto, a partire da quella del carburante. Stop, finish, crampi, a 15 km dalla fine è sfumata la teoria della medaglia, non la consapevolezza della buona prova generale. Buona e chiusa da un 14esimo posto finale che lascia l’amaro in bocca e rinfresca ahinoi il ricordo di quei piazzamenti nei 20 che caratterizzarono qualche passaggio della nazionale azzurra negli anni ’10. Poteva andare meglio, ma non ci azzardiamo a dire: doveva andare meglio.

La cronaca della corsa non può non partire da un’annotazione commovente: nei Giochi dell’assenza di tifosi, il ciclismo su strada sarà una delle pochissime discipline con un pubblico. Quello che festoso ha accolto sin dalla partenza la prova olimpica maschile ci ha fatto volare idealmente e con la mente al senso popolare di questo sport, al suo rapporto indissolubile con la gente. Dove vive il ciclismo? Tra la gente! Ma mentre in questa immensità s’annegava il pensier nostro, la fuga era già partita e dovevamo annotare ben 8 nomi.

Gli iniziatori erano stati Eduard Grosu (Romania), Juraj Sagan (Slovacchia) e Nic Dlamini (Sudafrica), poi eran rientrati via via Orluis Aular (Venezuela), Paul Domont (Burkina Faso) ed Elchin Asadov (Azerbaijan), quindi Michael Kukrle (Repubblica Ceca) e Polychronis Tzortzakis (Grecia). Il gruppo si era rialzato all’istante, e il vantaggio era subito lievitato. Tutto ciò nei primi due chilometri dei 232 totali previsti dal Parco Musashinonomori al Circuito Automobilistico del Fuji, percorso molto duro per la settima partecipazione del ciclismo professionistico ai Giochi.

Alcuni assenti per covid (gli ultimi, il tedesco Simon Geschke e il ceco Michal Schlegel), 126 i partenti in rappresentanza di 57 nazioni (compresa la Russia, anche se a Tokyo gareggia in incognito…), e una bellissima miscellanea di ciclismi che non si incontrano mai, quasi manco ai Mondiali. La fuga, a ben vedere, una perfetta rappresentazione di una simile startlist.

Gli 8 sono andati a toccare i 10′ di vantaggio, dopodiché Greg Van Avermaet, campione uscente, ha deciso di andare a tirare il gruppo, e dato che mancavano 210 km al traguardo a qualcuno è parso un po’ prestino, anche perché il belga aveva iniziato a menare forte… Un paio di richiami al vecchio Gregga, e lui s’è fatto da parte, e allora non ha tirato proprio nessuno nel vero senso della parola, e i battistrada hanno raggiunto un margine di 20′.

E solo allora Tadej Pogacar si è detto: “Ehi, un momento, ma oggi non dovrei provare a vincere questa corsa?”; e ai -170 ha messo Jan Tratnik a spadellare rapporti e a limare distacchi. Sia quello dagli uomini al comando, sia il paio di minuti che tutto solo Tristan De Lange, peone proveniente dalla Namibia, aveva messo insieme uscendo dal gruppo poco prima. Con la Slovenia a tirare ha insomma preso forma una sceneggiatura più completa. Gli 8 intanto erano diventati 7, Asadov si era staccato ai -177: un concorrente in meno per queste medaglie virtuali che per qualche chilometro parevano davvero raggiungibili.

Ai -165 Geraint Thomas ha fatto quello che gli riesce più spesso da un po’ di tempo in qua: è caduto. Non solo lui, pure l’altro britannico Tao Geoghegan Hart ha toccato terra. Non solo, pure l’austriaco Gregor Mühlberger è andato giù, e pure Nairo Quintana, lambito dall’incidente, ha dovuto cambiare un pezzo di bici. Ma l’ultimo “non solo” è quello più rilevante per gli italiani: caduto anche Giulio Ciccone. L’abruzzese non ha riportato conseguenze ma almeno qualche parolaccia gli avrà sfiorato la mente…

Ai -160 il Belgio ha deciso di rientrare in corsa e Van Avermaet è tornato a fare delle trenate alternandosi con Tratnik; la Polonia incombeva subito dietro, carica di foschi presagi. Dire “-160 per il gruppo” a quel punto significava che i battistrada erano 8 km più avanti, in cima alla prima salita di giornata, quella di Doushi (scollinante al km 80, ai -152), e lungo la scalata avevano perso altri due pezzi: Domont e Grosu avevano infatti pagato dazio. Sulle stesse rampe il plotone ha raggiunto e superato il da sempre intercalato De Lange.

Van Avermaet ha continuato a spingere e a mettere all’occorrenza il gruppo in fila indiana, di fatto il gruppo recuperava cum grano salis, diciamo una media di 1’10” ogni dieci chilometri, infatti ai -110 gli orologi dicevano 13′. Il Monte Fuji sarebbe stato quantomai dirimente. Proprio alla base della celeberrima montagna anche l’Italia è infine avanzata in gruppo, Cassani iniziava a muovere le pedine; ancor più è salita la Nuova Zelanda, andando per un attimo a collaborare – con Patrick Bevin – all’inseguimento di belgi e sloveni (che poi, perché usare il plurale? Erano sempre GVA e Tratnik, un belga, uno sloveno).

I cinque superstiti (ricordiamoli: Sagan, Tzortzakis, Aular, Kurkle e Dlamini) hanno trovato un buon accordo per fare la salita (14 km, non pochi per quanto in gran parte pedalabili) a ritmo regolare, risparmiando qualcosa per dare tutto dopo la discesa: era stato Juraj a orchestrare i ritmi della fuga, protagonista in olimpovisione almeno per un giorno in un’onesta carriera un po’ anonima.

In casa Belgio Tiesj Benoot ha rilevato Van Avermaet alla guida di un plotone che perdeva qualche pezzo ma nemmeno in maniera tanto plateale (il nome più in vista tra gli staccati, lo spagnolo Omar Fraile); per il vecchio Gregga prima corsa senza casco dorato, a malincuore ma con grande dignità ha rimesso in palio oggi un titolo che non avrebbe mai potuto rivincere.

Dopo un’ultima interminabile trenata di Tratnik che ha ridotto il gap dai primi a 7′, a 3 km dalla vetta del Fuji il cambio di scenario è stato imposto dal naso irregolare, la pedalata rabbiosa, la gamba generosa di Ciccone. Saltellando sulla bicicletta, Giulio ha allungato ulteriormente il gruppo, l’idea di indurire la corsa suggeriva forze sufficienti nelle fila azzurre. Andando verso la cima, la Spagna dopo Fraile ha perso anche Alejandro Valverde, quindi lo scollinamento, ai -92, a 5′ dai 5 di testa.

Il vecchio murciano è poi rientrato in discesa, ma non sarebbe comunque stato un fattore. Il gruppo ha continuato a recuperare fino a portare a 2′ il gap, e a questo punto, tra un passaggio e l’altro all’interno dell’autodromo del Fuji l’Italia ha definitivamente incendiato la corsa. Ai -55 è stato ancora Ciccone a proporre un primo paio di scatti, poi è stata la volta di Damiano Caruso, partito in contropiede con Wilco Kelderman (Olanda) e Mauri Vansevenant (Belgio), il quale però ben si guardava dal collaborare, del resto dietro aveva un paio di pezzoni fuori scala.

Il primo dei due era Remco Evenepoel, ed è partito forte non appena il gruppo ha ripreso Caruso e soci: si era ai -52.5, e al giovanotto si è accodato l’irlandese Eddie Dunbar e, poco dopo, anche un volitivo Vincenzo Nibali: salito su un treno ottimo, lo Squalo, ma il gruppo era ancora troppo folto e stavolta è stata la Francia a mettersi pancia a terra per andare a chiudere su quella pericolosissima azione. Risultato, ai -49 il terzetto è stato raggiunto, poco prima di rientrare nell’autodromo.

Intanto la fuga viveva il suo destino: prima Sagan e Dlamini, poi Tzortzakis, gettavano la spugna su strappetti infidi; quindi ai -48 venivano raggiunti gli ultimi reduci, Kurkle e Aular. Bravi così.

Era tempo di una nuova sfuriata azzurra, su un tratto con un minimo di vento ai -42.5 Damiano ha tirato la frustata con Ciccone, Nibali e Bettiol a ruota, un attacco di squadra in tutto e per tutto. Ma il Belgio ha risposto a tono. Nibali ha poi continuato a spremere tutto tirando forte nell’avvicinamento al Mikuni Pass, dando poi il cambio ancora a Caruso: si lavorava per Alberto Bettiol e al limite Gianni Moscon. Più Bettiol, dato che proprio il toscano s’è messo alla ruota del secondo pezzone belga, quello proprio forte: Wout Van Aert. Il quale è stato portato su da Benoot non appena la strada s’è inerpicata, e a quel punto il gruppo si ritrovava ridotto e sfilacciato.

E più si procedeva, più si sfilacciava e perdeva pezzi. Fuori Nibali e Ciccone, dopo il lavoro, fuori Kelderman e l’altro olandese Tom Dumoulin, fuori Nairo Quintana e mezza Colombia, fuori in tanti; fuori pure Benoot, dopo tutto quel trenare, e palla a Vansevenant: toccava a lui proseguire l’ormai incessante azione belga. Il drappello dei migliori restava ancora ricco di nomi, una ventina ancora ai -38, quando anche Remco mollava. Serviva una setacciata ma di quelle vere. E da chi poteva venire se non da Tadej Pogacar?

Il fuoriclasse sloveno è scattato ai 37.5, a 5.5 dallo scollinamento del Mikuni, e gli sono andati dietro in due: l’americano Brandon McNulty, peraltro compagno di club di Tadej, e il canadese Michael Woods. Wout Van Aert tirava il gruppetto inseguitore al cui interno c’erano Bettiol, Bauke Mollema (Olanda), Maximilian Schachmann (Germania), Rigoberto Urán (Colombia), Richard Carapaz (Ecuador), Adam Yates (Gran Bretagna), Jakob Fuglsang (Danimarca), David Gaudu (Francia), Michal Kwiatkowski (Polonia) ma non Primoz Roglic, l'”altro” sloveno.

Pogacar ha trovato l’ovvia collaborazione di McNulty ma pure Woods si faceva piacere l’idea dell’arrivo a tre che significava medaglia. Il terzetto ha raggiunto un vantaggio di 15-20″, Van Aert dietro procedeva a folate, a sfuriate, maltrattando tutti i colleghi nelle vicinanze a eccezione di Alberto Bettiol, che aveva la gamba per pedalare accanto al fantastico fiammingo. Il distacco dai tre di testa è stato contenuto, limitato, riportato sotto i 10″, poi su un’ennesima rampa è partito Kwiatkowski, e con Carapaz a ruota è stata subito Ineos. Urán s’è accodato, Bettiol s’è accodato, Van Aert no, andato in superacido.

I fendenti di Kwiato hanno fatto male a Bettiol e Urán, ma non così tanto da impedire al fiorentino di rifarsi sotto ai -35. E proprio in quel momento si andava a chiudere il gap da Pogacar-Woods-McNulty. Bettiol con la lingua di fuori, ma nel sestetto. Urán in mezzo; Van Aert, Mollema, Fuglsang e Gaudu più indietro. Poi Schachmann e Adam, e ancora, in zona di improbabile riemersione, Moscon.

Urán è rientrato ai 34.5 in una situazione di mancante accordo tra quelli davanti, Pogacar ha accennato di riallungare la fila perché il temibile Wout non navigava troppo distante; però Van Aert doveva tirare solo lui, nessun aiuto dai tre che erano con lui. Un dispendio di energie che l’ha comunque portato a chiudere il gap: rientrati (Fuglsang con un minimo di elastico) ai 33.5, e in vista dello scollinamento dei -32 Woods si è giocato la propria carta, tampinato da chi? Da WVA ovviamente.

Intanto che tenevano il canadese a vista, quelli del gruppetto si son visti rientrare in discesa Schachmann e Yates già prima di tornare sul solitario battistrada ai -29. Bauke Mollema ha allora promosso un nuovo contrattacco con Kwiatkowski e McNulty; Van Aert è andato a chiudere, ha morso le caviglie di Mollema ma gli altri due hanno proseguito, sollecitando l’intervento di Bettiol e in seconda battuta di Schachmann. Ancora Wout ha chiuso. Rallentamento generale, 27 all’arrivo.

Ed è partito allora Fuglsang, e non appena il RollingStone di Herentals non ha chiuso immediatamente, ecco che dietro le idee dei presunti inseguitori si sono annebbiate di colpo. Tira tu che tiro io, Jakob restava sempre un passo avanti, Pogacar e Kwiatkowski gli si sono avvicinati, e con un’accelerazione paurosa si è riinfilato pure Wout, con Schachmann. Un’infinita serie di tentativi, per vedere quando il belga sarebbe scoppiato.

McNulty, allora, ai 25 km, e Carapaz con lui. Gambe più molli dietro, stavolta il margine è stato incamerato dagli attaccanti, 15″ subito su quell’infinito saliscendi che caratterizzava il finale di corsa, e ancor più velocemente i 15 son diventati 30, dietro si procedeva male, altalenando, un tentativo di Kwiato, uno ancora di Woods, ma niente, ai -20 i due erano ancora mezzo minuto avanti e il trend riprendeva a essere loro favorevole.

Ai -15, il colpo di scena meno desiderato dal pubblico italiano: Bettiol ha sganciato il pedale sinistro, scuotendo il polpaccio preda di crampi, e con questo gesto nervoso si sono dissolte le sue speranze di medaglia.

Quelle di Van Aert erano invece intatte, su uno strappetto ai 12 km ha più o meno dissolto il gruppetto e così facendo ha recuperato una decina dei 40 secondi che i primi conservavano. Wout ha insistito con Gaudu, Woods e Urán a ruota, e proprio Rigoberto è stato il primo a collaborare all’azione, non gli pareva vero di aver staccato Pogacar (che però era lì subito dietro con Yates). Per ultimi si sono riaccodati Schachmann e Mollema (non più Fuglsang), ma il fatto è che la corsa era clamorosamente riaperta: a Carapaz e McNulty restavano 15″ a 8 km dalla fine, e quello dietro continuava a martellare.

Altro strappetto ai 6 km, e questo è stato il momento di Carapaz che ha staccato di netto il Mc americano, e a questo punto il profumo di oro si è fatto intensissimo per lui. Woods è partito dietro, Gaudu gli è andato appresso, poi Pogacar e Urán, poi Van Aert a respirare e a preparare gli ultimi fuochi: McNulty ripreso ai 4.5 su un’ennesima rasoiata di Woods con Urán, Gaudu e Mollema. Van Aert e Pogacar sono rientrati in un secondo momento, ma in tutto ciò la Locomotora del Carchi si era riportata a +33″.

Gli ultimi chilometri, e poi le ultime centinaia di metri, e gli ultimi centimetri, il tripudio – misurato, tutto sommato più introverso di quanto ci si sarebbe aspettati – per Carapaz. Andremo a recuperare le telecronache ecuadoriane di questo giorno storico per lo sport del paese sudamericano (oseremmo dire: per il paese tout court). A 1’07” la lunghissima volata di Van Aert, la feroce rimonta di Pogacar, il colpo di reni che ha premiato per un paio di centimetri o forse tre il belga, ancora un secondo posto dopo le imprese di Imola 2020…

Giù dal podio, nel gruppetto, Mollema, Woods, McNulty, Gaudu, Urán, Yates e Schachmann nell’ordine, e la top ten è fatta; a 1’35” è arrivato Kwiatkowski, a 2’43” Fuglsang, a 3’38” un gruppetto col portoghese João Almeida a precedere proprio Alberto Bettiol, 14esimo e primo degli italiani al traguardo. Gli altri azzurri: Moscon 20esimo a 3’40”, Caruso 24esimo a 6’20”, Nibali 53esimo e Ciccone 60esimo a 11’27”, per un ordine d’arrivo da cui nessuno degli uomini di Davide Cassani è voluto mancare. Andranno meglio altri Giochi, ma tutto sommato c’è un meglio anche nella dignità di giocarsi per quanto possibile le proprie chance.

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