Quattro uomini da leggenda: Italia d’oro nell’Inseguimento!

Troppo bello, Ganna-Lamon-Consonni-Milan (e Villa) sono campioni olimpici, battuto lo spauracchio Danimarca con un nuovo record del mondo. Il premio per anni di lavoro, sudore e consapevolezza

Non svegliateci, non fate finire questo momento, non interrompete il sogno. Fateci vedere e rivedere questi 3’42″032 all’infinito, fermate il tempo, chi può faccia qualcosa, ma il momento in cui l’Italia vinse la medaglia d’oro alle Olimpiadi nell’Inseguimento a squadre è già stampato tra i ricordi più belli che lo sport, il ciclismo, ci abbia regalato nelle nostre monotone vite. È valsa la pena arrivare sin qui, è valsa la pena soffrire, è valsa la pena vivere l’inferno della marginalità, della scomparsa dai velodromi di tutto il mondo, anni bui, anni duri, anni che hanno preparato una voglia, un desiderio di riscatto, di rivalsa, è valsa la pena, se poi l’epilogo dev’essere questo.

Il quartetto italiano è campione olimpico dell’Inseguimento a squadre, summa e sintesi del lavoro di due quadrienni di un’intera squadra, maschile e femminile, di un intero movimento. Tutto troppo bello. Filippo Ganna, Francesco Lamon, Simone Consonni, Jonathan Milan, un ensemble invincibile e qui invitto. Tokyo 2020 61 anni dopo Roma 1960, un’era geologica per rimettere la pista italiana sul tetto del mondo.

Un lavoro magnifico svolto nel silenzio da un commissario tecnico (e uno staff) fantastico, Marco Villa è il quinto Beatle, è il George Martin di questa band che suona la musica più bella che si possa ascoltare. Pagavamo, fino a un anno fa, le partenze, e si è lavorato lì, giorno dopo giorno, difficoltà dopo difficoltà, velodromi chiusi, pandemia, impossibilità a spostarsi, ma l’obiettivo restava quello, chiaro, limpido, via via sempre più realizzabile.

Ieri al primo turno abbiamo sudato sette camicie per piegare la Nuova Zelanda, ma la Danimarca restava uno spauracchio, ci aveva già battuti al Mondiale 2020, frustrando i nostri grandiosi passi avanti, e faceva paura, ma più allo spettatore a casa che al gruppo magico di Villa e dei suoi. Loro, i ragazzi vestiti d’azzurro, sapevano: di potercela fare, di poter osare, di doverci credere fino in fondo. E così hanno fatto, con una delle rimonte che hanno reso celebre Filippo Ganna, ma non è solo lui oggi il nostro alfiere, non è l’uomo copertina. Il Nobel della bellezza oggi va condiviso con gli altri tre di un team destinato a fare epoca.

La gara: l’Italia è partita fortissimo, sul piede dei 2-3 decimi meglio degli avversari per i primi 1500 metri, poi i danesi si sono riavvicinati fino a mettere il muso davanti ai 2375 metri; ai 2500 i quartetti sono rimasti in tre, e la Danimarca ha messo il turbo con un’accelerata che l’ha portati ad avere oltre 8 decimi di margine al completamento del terzo chilometro. Da lì l’Italia ha ripreso a limare, via via, progressivamente, e nel giro di un chilometro ha annullato il gap, con un’ultima tornata in cui Filippo ha recuperato quattro decimi e mezzo (in 250 metri!) fino a chiudere con un nuovo record del mondo, 3’42″032, contro il 3’42″198 degli avversari. Finita la storia, in quel momento è iniziata la leggenda di questo quartetto.

Le altre finali: la Gran Bretagna ha vinto quella per il settimo posto sulla Svizzera, 3’45″636 contro 3’50″041; il Canada (3’46″324) ha battuto la Germania (3’50″023) in quella per il quinto. Il bronzo è stato invece conquistato dall’Australia che ha raggiunto la Nuova Zelanda a due giri dalla fine, ma va detto che il quartetto all black era al comando della corsa ma ha perso dopo 2500 metri un elemento, caduto dopo essersi arrotato con un compagno, e da lì si è abbondantemente disunito.

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