Primoz Roglic, dominatore assoluto della Vuelta 2021 © Vuelta a España-Gómez Sport
Primoz Roglic, dominatore assoluto della Vuelta 2021 © Vuelta a España-Gómez Sport

Troppo Roglic per una Vuelta sola

Primoz chiude in trionfo, conquista anche la crono finale (oltre a tanti nuovi tifosi) e inanella la terza Vuelta a España di fila. Sul podio con lui Enric Mas e Jack Haig, per la Ineos bilancio in passivo. Le ultime pedalate da pro’ di Fabio Aru

Da tre anni Primoz Roglic vince la Vuelta a España, e la bellezza di queste vittorie è addirittura crescente. Se in passato aveva accusato qualche passaggio a vuoto, o aveva lasciato intravedere cali nel finale, questo successo della piena maturità, a quasi 32 anni, è stata una sinfonia di spettacolo, sapienza, simpatia. Il corridore introverso che per anni avevamo intravisto dietro alla sua concentrazione estrema ha lasciato il posto a un ragazzone scanzonato, in una metamorfosi che ha dell’incredibile. È successo forse dopo la batosta patita al Tour 2020, un colpo di quelli che ti costringono a resettare tutto, pur se nella stagione compressa dal covid aveva già conquistato belle vittorie, e altre le avrebbe messe in palmarès (la Liegi, tanto per dirne una).

Ma l’evidenza di questo cambio d’approccio l’abbiamo avuta ancora dopo, all’inizio di quest’anno, e precisamente dopo i fatti della Parigi-Nizza. Come ricorderete, nella Course au Soleil Roglic venne criticato (ingiustamente, tutto sommato) per aver raggiunto il fuggitivo di giornata Gino Mäder in dirittura d’arrivo e non aver avuto la pietà di tirare i freni, preferendo invece vincere – come legittimo – la tappa. “Doveva lasciare la vittoria al giovane Gino”, “se fa il Cannibale prima o poi gliela fanno pagare”, “questo successo non gli serviva a niente, sta dominando lo stesso la Parigi-Nizza”. Poi, come sappiamo, le cose andarono male per Primoz, che cadde nell’ultima tappa e perse la corsa. Qualcuno vide nell’assenza di solidarietà con lo sloveno quel giorno un modo, da parte del gruppo, per punire la superbia del reprobo. In realtà tutti avrebbero tirato ugualmente contro Roglic per ragioni di classifica, insomma collegare i due episodi ci pare tuttora una forzatura.

Però non possiamo sapere cosa tutto quel subbuglio fece poi scattare nella mente del corridore della Jumbo-Visma; quello che sappiamo è che dal successivo Giro dei Paesi Baschi (concluso con un successo di tappa più la generale) la maschera un po’ ombrosa del passato ha lasciato il posto al volto allegro di Primoz. Sorridente, sempre pronto a sdrammatizzare, a scherzare in corsa e dietro le quinte, a fraternizzare con compagni e avversari, prendendo tutto – almeno apparentemente – in maniera più leggera rispetto al passato. Se è una strategia va detto che è sopraffina, ma in realtà non pare esserci nulla di costruito nel nuovo corso di Roglic, semplicemente il ragazzo sembra lasciarsi andare come magari non faceva prima.

Questa predisposizione d’animo ha permesso a Primoz di superare di slancio la delusione del Tour, perso a causa delle cadute, e di ripresentarsi fortissimo già ai Giochi, oro a cronometro per lui, prima di tuffarsi nel nuovo progetto di dominio sulla Vuelta. In Spagna tre settimane perfette per lui, inaugurate e coronate dalle due cronometro vinte, successi accompagnati anche dai traguardi di Valdepeñas de Jaén e dei Lagos de Covadonga per un totale di quattro affermazioni parziali. Nemmeno i velocisti hanno vinto più di lui, che tra l’altro ha dato l’impressione di lasciar via qualcosa, talvolta.

Terza Vuelta vinta in tre anni, ad arricchire un palmarès che contiene anche i podi a Giro e Tour, quei mille successi nelle brevi gare a tappe, le citate perle di Liegi e Crono Olimpica. Una carriera che sembra crescere sempre di più, del resto Roglic è partito tardi col ciclismo, lo sappiamo. Ha forse un paio d’anni di bonus prima di raggiungere il momento in cui inizierà ad avvertire i primi sintomi del declino. Se alla sua spaventosa continuità in strada (ci avete fatto caso? È sempre ad alti livelli) continuerà ad affiancare l’affabilità degli ultimi tempi diventerà definitivamente uno dei campioni più amati degli anni ’20.

Alla Vuelta non gli mancavano avversari, ma sono usciti tutti con le ossa abbastanza rotte: la Ineos Grenadiers presentava una corazzata da paura, ma ha perso pezzi qua e là (Richard Carapaz ritiratosi senza mai essere stato un fattore), e la sua coppia di capitani Adam Yates-Egan Bernal non ha mai dato l’impressione di essere vicina a poter vincere la corsa. Però cosa possiamo imputare loro, a livello di impegno? Ripensiamo ai tanti attacchi di Yates, ripensiamo all’assalto di Bernal nel giorno di Covadonga, un testa a testa spettacolare di oltre cinquanta chilometri tra lui e Roglic, vittoria allo sloveno certo, ma onore delle armi a Egan. Però il mancato podio non passerà inosservato nei bilanci del team britannico.

Quanto alla Movistar, porta a casa il secondo posto con Enric Mas che ripete il suo miglior risultato in carriera (Vuelta 2018), e tanto basta per tornare a far respirare le pagine di ciclismo sui giornali spagnoli, in un’edizione in cui peraltro la stessa Spagna non ha vinto nemmeno una tappa, evento che non capitava dal 1996 (quell’anno gli italiani ne vinsero 11 su 22). Per il 26enne maiorchino una piazza d’onore da cui rilanciare le ambizioni nei grandi giri, certo va detto che in questi anni non era sparito ma aveva sempre evidenziato buona regolarità sulle tre settimane (quinto e sesto al Tour, ancora quinto alla Vuelta 2020). Se sia nel mezzo di un salto di qualità (in questi giorni l’abbiamo visto davvero centrato e convinto) lo scopriremo già l’anno prossimo.

In compenso però la squadra di Eusebio Unzué si ritrova con un Alejandro Valverde infortunato (clavicola rotta) anche se come sempre ottimista su un suo felice ritorno in gara, e un Miguel Ángel López sbroccato. Ieri Superman si è dovuto piegare alla ragion di stato, era rimasto indietro rispetto a Mas e gli altri big della classifica e non ha potuto inseguire come avrebbe voluto per non favorire eventuali rientri di altri contendenti (Bernal su tutti) sullo stesso Enric. Ciò l’ha portato dritto dritto al perdere la testa e al ritirarsi conseguentemente, lui che fino alla partenza della frazione era il terzo della generale, e che aveva peraltro pure vinto una bella tappa al Gamoniteiru. Oggi poi s’è scusato, del resto ha già firmato il prolungamento contrattuale e un modo per sanare la frattura in casa Movistar andrà trovato. Vedremo come.

Nella schiera dei vincitori non può mancare la Bahrain-Victorious, che già come al Giro usa Mikel Landa quasi come capitano-civetta, ma poi tira fuori dal cilindro il vero uomo di classifica: alla corsa rosa fu Damiano Caruso (presente anche qui e vincitore di una grande tappa all’Alto de Velefique), in Spagna è toccato a Jack Haig concretizzare un destino da predestinato nelle grandi gare a tappe; per ora è il terzo posto, ma a 28 anni (li compie domani) anche lui può ingrandire il perimetro della carriera futura. E accanto a Haig, in classifica anche Gino Mäder, quinto alla fine dopo aver fatto anche il gregario, nonché maglia bianca di miglior giovane, una prestazione sensazionale per lui.

E la rapida carrellata la chiudiamo sui trionfatori di giornata, le tre volate di Fabio Jakobsen, rinato dopo il dramma sfiorato al Polonia 2020 e qui colorato anche di verde alla fine della corsa (bravissimo anche a superare le varie tagliole del tempo massimo), con la sua Deceuninck Quick-Step capace di mandare a segno anche Florian Sénéchal, in uno sprint in cui Fabio non aveva tenuto le ruote dei migliori; le due volate dell’alter ego di Jakobsen (almeno a inizio Vuelta) Jasper Philipsen. La doppietta tappa+maglia di Rein Taaramäe al Picón Blanco, l’emozionante impresa di Rafal Majka, 90 km di fuga per vincere a El Barraco e dedicare il successo alla memoria del padre scomparso per covid, il rapido passaggio in maglia rossa di Kénny Elissonde, quello ben più durevole di Odd Christian Eiking, 7 giornate al comando superando indenne anche frazioni non certo facili. Poi quando si è ripreso la scena Roglic, non è restato altro da fare se non rinculare, Eiking e pure Guillaume Martin, altro beneficiario della fuga di Rincón de la Victoria.

Ecco, in quella fuga ha vinto Michael Storer, che quattro giorni prima aveva trionfato a Balcón de Alicante, e che nel prosieguo ha acceso una bella lotta per la maglia a pois col compagno Romain Bardet (una tappa anche per lui a Pico Villuercas, dopo essere uscito di classifica per una caduta a inizio Vuelta). L’australiano (primo nella storia) ha poi effettivamente vinto la classifica dei Gpm, rilucendo di protagonismo insieme all’altro ammazzasette delle fughe, Magnus Cort Nielsen, a segno addirittura in tre occasioni. Anche il danese esce moltiplicato da tre settimane che chiude con un secondo posto pure nella crono finale: come non vederlo tra i protagonisti di Europei e Mondiali?

L’Italia porta a casa il successo di Damiano Caruso e poco altro: lo stesso ragusano è uscito presto di classifica limitandosi al ruolo di gregario a cui ha sacrificato anche le personali ambizioni di pois (ha vestito la maglia per diversi giorni dopo Velefique); Fabio Aru, alle ultime battute, si è concesso una buona resistenza in classifica nella prima metà di Vuelta, poi ha dovuto cedere ai soliti problemi di salute che spesso ne hanno fiaccato la carriera, ma ha chiuso in serenità e cercando pure qualche buona fuga negli ultimi giorni. Molto meno sereno Giulio Ciccone, partito benino, rimasto in classifica sempre a cavallo della decima posizione, calato forse un po’ nella seconda settimana, ma in evidenza negli ultimi due giorni in cui è stato in corsa (a El Barraco è arrivato quinto, miglior risultato di giornata), proprio mentre lasciava presagire una bella risalita nelle tappe decisive ha dovuto abbandonare la corsa a causa di una botta al ginocchio rimediata in una caduta. Una vera disdetta.

Tre podi di tappa di Alberto Dainese nelle volate, qualche top ten di Riccardo Minali, una presenza più orientata alle fughe per Matteo Trentin, che ha esibito una gamba promettente (ragioniamo sempre in chiave azzurra) e comunque un secondo, un terzo e un quarto posto li ha portati a casa. È, la figura del trentino, l’ideale trait d’union tra la stagione dei grandi giri che si è chiusa oggi e quella delle nazionali che si aprirà già domani.

La cronaca dell’ultima frazione: la 21esima tappa della Vuelta a España 2021 era una cronometro di 33.8 km da Padrón a Santiago de Compostela. Il primo a partire era Josef Cerny (Deceuninck-Quick Step), e il suo tempo è stato subito di livello, tanto da valergli una lunga seduta sulla hot seat del primo provvisorio: 45’18” per il ceco, e son dovuti passare 54 corridori perché se ne trovasse uno in grado di superarlo. È toccato a uno dei massimi protagonisti di questa Vuelta, Magnus Cort Nielsen (EF Education-Nippo), fissare il nuovo best con 44’16” e con 1’02” sul precedente leader.

Il tempone di MCN ha prodotto un’altra lunga fase in cui il primo non è più cambiato. Giusto Thymen Arensman (DSM) si è inserito al secondo posto a 38″ da Cort, in questo frangente ha effettuato la sua prova anche Fabio Aru (Qhubeka NextHash), alle ultime pedalate da professionista; non è importante il tempo del sardo, più interessante evocare l’abbraccio che gli hanno riservato tutti i membri dello staff del team, e l’omaggio che la stessa Vuelta gli ha reso, chiamandolo sul palco per un saluto e un ringraziamento. Si chiude con sorrisi e applausi una carriera in cui non sono mancate facce scure e critiche, tutto sommato bene così e buon proseguimento a Fabio.

In assenza di tempi avvicinabili ai primi due, siamo arrivati al momento in cui entravano in gioco gli uomini di classifica. I duelli da seguire erano tra Odd Christian Eiking (Intermarché-Wanty) e Felix Grossschartner (Bora-Hansgrohe), separati da 16″ per il decimo posto della generale; tra David De La Cruz (UAE-Emirates) e Guillaume Martin (Cofidis, Solutions Crédits) divisi da 8″ per l’ottavo; e poi c’era da guardare al minuto che c’era tra Jack Haig (Bahrain-Victorious) e Adam Yates (Ineos Grenadiers) per il terzo posto, col prevedibile assalto al podio da parte del gemello.

Quanto a Primoz Roglic (Jumbo-Visma), lui avrebbe fatto corsa a sé: 20″ di vantaggio su Cort Nielsen già al primo intertempo al km 13, vantaggio rimasto sostanzialmente su quei livelli al secondo intermedio al km 24.5 (17″), e gestito fino alla fine e al successo per lo sloveno con 14″ di vantaggio sul danese. Terzo posto per Arensman a 52″, quarto per Cerny a 1’16”, quinto per Chad Haga (DSM) a 1’43”, sesto per Egan Bernal (Ineos) a 1’49”, settimo per Grossschartner a 1’52”, stesso ritardo di Steven Kruijswijk (Jumbo) ottavo; al nono posto Enric Mas (Movistar), raggiunto nel finale da Roglic che era partito due minuti dopo di lui, e con un ritardo di 2’04” al traguardo; al decimo, Ion Izagirre (Astana-Premier Tech) a 2’06”.

Undicesimo di tappa David De La Cruz, ma questo conta meno del raffronto tra la sua prestazione e quella di Martin che lo precedeva in classifica, e pure di Sepp Kuss (Jumbo), che era due posizioni avanti. Ebbene, DDLC ha rifilato 2’02” al francese e 2’59” all’americano, superandoli entrambi e issandosi al settimo posto, unico assestamento dal momento che Grossschartner non era stato minimamente impensierito da Eiking, e Yates, dopo esser partito forte (quasi mezzo minuto di margine su Haig nella prima parte di cronometro), ha chiuso in forte calando, superato pure di 26″ dallo stesso australiano (17esimo contro 29esimo all’arrivo).

Generale che quindi si riassume così: Primoz Roglic vince la 76esima Vuelta a España con 4’42” su Enric Mas, 7’40” su Jack Haig, 9’06” su Adam Yates e 11’33” su Gino Mäder. Sesto Egan Bernal a 13’27” seguito da David De La Cruz a 18’33”, Sepp Kuss a 18’55”, Guillaume Martin a 20’27”, Felix Grossschartner a 22’22”, Odd Christian Eiking (undicesimo) a 25’14”. Miglior italiano, Damiano Caruso, 17esimo a 1h05’31”.

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