Giampiero Galeazzi tra le gemelle Lucia e Luisa Nardelli durante una puntata di "Stappa la tappa" 2003
Giampiero Galeazzi tra le gemelle Lucia e Luisa Nardelli durante una puntata di "Stappa la tappa" 2003

Bisteccone e quel Processo alla Tappa “in incognito”

Era il 2003: cambiarono il nome alla trasmissione per non urtare… Berlusconi. Giampiero Galeazzi, popolarissimo giornalista Rai scomparso oggi a 75 anni, fu accolto da tanto scetticismo ma chiuse da trionfatore

Quando nel 2003 approdò al Giro d’Italia, il meglio l’aveva onestamente già dato: le celeberrime telecronache olimpiche di canottaggio (tutti ricordano la sua voce impazzita a Seul ’88, ma fu ancora più grande quattro anni dopo, quando ai Giochi di Barcellona dovette commentare l’inopinata sconfitta dei fratelli Abbagnale all’ultimo metro), le frequentissime incursioni nel tennis ai tempi in cui la Coppa Davis era un fatto nazional-popolare (praticamente era membro ad honorem della nazionale di Panatta, tra Canè, Nargiso e Camporese), i suoi indimenticabili servizi della Domenica Sportiva, quando aveva la possibilità di entrare negli spogliatoi durante una festa scudetto (proverbiale quella del Napoli di Maradona, con tanto di gavettoni al giornalista) o di intervistare chiunque volesse all’interno di uno stadio: altri tempi, concorrenza prossima allo zero, e il giornalista Rai (in generale, non solo Galeazzi) riconosciuto come un deus ex machina quasi al pari degli eroi sportivi che raccontava.

Le cose, dal punto di vista della narrazione sulla categoria, cambiarono sostanzialmente con la Gialappa’s Band, che dagli anni ’90 smitizzò tutto lo smitizzabile attraverso i suoi “Mai Dire Gol”, per cui ogni vezzo, ogni difetto, ogni possibile birignao di un cronista veniva dissacrato e ricontestualizzato in un racconto in cui i giornalisti perdevano tutta l’aura di cui avevano goduto fin lì e venivano abbassati al livello del classico chiacchierone da bar. Un gioco fatto affettuosamente dal trio milanese, ma il cui impatto fu effettivamente di grande rilievo, da un lato e dall’altro del teleschermo.

La seriosità a cui (con poche eccezioni, pensiamo a Beppe Viola) il lavoro di giornalista (anche di ciò che veniva considerato effimero come lo sport) era stato fin lì improntato venne vissuta quasi come un’impostura dal pubblico, e come una gabbia troppo stretta dai cronisti più esuberanti. E Giampiero Galeazzi fu senza dubbio il più spericolato nel saltare la sponda, valicando il confine tra racconto giornalistico e mero entertainment, con i purtroppo indimenticabili travestimenti a cui si prestava nella trashissima versione che di Domenica In propose Mara Venier negli anni ’90. All’epoca Bisteccone era passato a condurre (a modo suo, gigioneggiando) 90° Minuto, la più ambita trasmissione sportiva italiana, ma evidentemente era ancora poco per contenere la verve dell’ex canottiere romano (anzi: laziale!). Presente negli studi del programma d’intrattenimento domenicale (direttamente da lì veniva trasmesso “90°” alla fine di quel decennio), da un certo punto in avanti si fece ampiamente e voluttuosamente coinvolgere nelle mascherate officiate dalla Venier e puntualmente rilanciate da Blob o dalla citata Gialappa’s. Insomma, per dirla tutta, Galeazzi ci si giocò un po’ di faccia, sacrificando una percentuale di professionalità sull’altare della tv di bassa qualità. Ma lui si divertiva, glielo facevano fare, evidentemente non doveva sembrare strano – per dirne una – che il più popolare giornalista sportivo italiano, travestito da cowboy, si facesse sputare in faccia da un tricheco da lui minacciato con una pistola giocattolo (sic).

Fu sulla scia di questi “successi” che nel 2003 Galeazzi arrivò al ciclismo, al Giro d’Italia, al Processo alla Tappa, accolto da malcelata diffidenza da parte di tanti addetti ai lavori (ai quali già la sottile ironia di Raimondo Vianello ai tempi della corsa rosa in Fininvest era parsa un sacrilegio, cfr. certi indignati editoriali di Sergio Neri ma non solo). La cosa curiosa è che alla trasmissione venne cambiato il titolo: si era nella berlusconissima Italia di inizio millennio, e la parola “Processo” (correlata di default al Cavaliere nell’immaginario di tanti) dava fastidio, come l’allora direttore di RaiSport Paolo Francia tenne a puntualizzare: “Abbiamo eliminato un nome che non ci piaceva, abbiamo voluto togliere l’immagine fosca del processo: l’Italia è un paese in cui ce ne sono anche troppi…”. Per quanto vi possa sembrare incredibile, accadde veramente.

In quella Rai più realista del re il Processo alla Tappa venne così ribattezzato “Stappa la tappa”, Galeazzi venne affiancato da due vallette identiche, le gemelle Lucia e Luisa Nardelli, che facevano bella mostra di sé e leggevano le classifiche (sembra passato un secolo per fortuna), e anche qui ebbe la ventura di venire innaffiato, come da Dieguito al San Paolo: fu Gilberto Simoni, l’ultimo giorno, a spruzzare di spumante il conduttore. Segno che, al termine di tre settimane di viaggio, Bisteccone era diventato “uno dei nostri”.

Tre settimane in cui era maturata la rinascita professionale di un giornalista dopo le tremende incursioni nell’avanspettacolo degli anni precedenti. Confrontandosi quotidianamente coi protagonisti del Giro, con vecchi e nuovi addetti ai lavori, non di rado presentando in calzoni corti, sempre seduto alla sua scrivania, Galeazzi vide trionfare la propria strabordante umanità e la propria riconosciuta (e finalmente di nuovo riconoscibile) bravura. Nel finale di quel Giro 2003 Vittorio Adorni, uno dei pontefici del ciclismo (tuttora), glielo riconobbe: “Devo farti i complimenti… pensavamo che… e invece…”, e qui la risposta del giornalista fu piccata e orgogliosa: “Adorni!”, tot Olimpiadi, Mondiali, campionati, questo e quello, con chi credevate di avere a che fare? (Abbiamo virgolettato solo l’incipit perché il resto è una libera trasposizione dalla nostra memoria, il senso c’è comunque tutto).

Dopo quell’esperienza, Giampiero Galeazzi non tornò più al ciclismo, ma il suo passaggio fu comunque degno di essere ricordato. Abbiamo provato a farlo, come sentito omaggio a un protagonista del racconto sportivo del ventesimo secolo.

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