Mathieu Van der Poel durante la crono di Budapest © RCS Sport
Mathieu Van der Poel durante la crono di Budapest © RCS Sport

Ma perché divertirci è così scandaloso?

Notturno Giro #1 – Una rubrica sbilenca, senza alcun senso che non sia l’esprimersi in libertà a margine di quel che succede nella corsa rosa. La quale per tre settimane ci dà la possibilità di estraniarci dal mondo. Ma senza smettere di riflettere

Parlare del Giro d’Italia è in fondo una scusa per non parlare d’altro. Nella nostra tiepida bolla rosa ci sentiamo riparati quasi, per tre settimane possiamo fare in modo che esista solo quella e chiudere fuori dalla porta tutto il resto. Comodo, vigliacco, chi lo sa, ma se c’è una cosa che forse ho capito di questi tempi è che ne abbiamo il diritto. Abbiamo il diritto di starcene per i fatti nostri, non siamo per forza obbligati a sapere, sapere, sapere. Non voglio sapere quello che succede là fuori, ho raggiunto il limite dell’orrore, del fastidio, dell’impotenza, e ritagliarmi questo “Notturno Giro”, una rubrica senza senso alcuno che non sia il soliloquio, e che probabilmente non andrà online tutti i giorni ma solo quando mi va (o quando posso), è proprio l’esaltazione dell’impotenza. Per affermare la mia libertà non posso fare altro che scrivere quello che mi va quando mi va. Nella notte amica. E scrivere pure di me, in prima persona certo (“ma chi sei, Gianni Mura?” mi disse il meschino caposervizio del Tempo quando azzardai una prima persona singolare più di vent’anni fa). E di ciclismo, e di altro, vedremo.

Stiamo uscendo da oltre due anni da incubo, siamo stanchi, tutti. Abbiamo litigato in lungo e in largo per i vaccini, per il greenpass, con amici, parenti, conoscenti. Siamo più poveri, più disillusi, più fragili, più esposti al vento, più dilaniati nelle nostre certezze, più cattivi pure, più impazienti. E non abbiamo fatto in tempo ad archiviare il covid (che ad ogni buon conto continua a far danni) che ci ritroviamo con una sorta di guerra mondiale alle porte, travolti da una follia bellicista che pervade i gangli del potere anche nel nostro Paese, e trovare una via d’uscita pare utopia, almeno per il momento.

Mio figlio ha festeggiato i suoi 4 anni un paio di settimane fa, un giorno chi leggerà la sua storia dirà “poverino, da bambino non si godette niente, tra covid e guerra”, e invece è un bimbo felice. Certo che lo è, vive. E non sa più o meno nulla, e a quel che sa dà il senso che vuole lui. Io invece i miei 46 li ho compiuti ieri, sì, insomma, venerdì, e per regalo ho ricevuto il Giro (la cui partenza – dacché seguo il ciclismo – ho tradito solo una volta, nel 2003, per andare ai Fori Imperiali al concerto di Paul McCartney); in serata poi il secondo regalo è stata la promozione del Lecce in Serie A. Ora, a Lecce il sindaco ha fatto un’ordinanza per vietare venerdì sera la vendita di alcolici da asporto in una zona del centro fino alle 3 del mattino. Come se non ci fossero state altre promozioni, altre feste di tifosi, altri momenti di esaltazione collettiva, eppure Sant’Oronzo non è mai caduto dalla sua colonna al centro della città. Leggo che è stato il “Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica” a caldeggiare l’ordinanza, oddio, esiste un “Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica”?, vojo mori’. Quanto mi sembrano odiose quelle parole messe così insieme, “ordine”, “sicurezza pubblica”, fanno tanto Sudamerica dei colonnelli, ma più in generale “ordine” è proprio un concetto che secondo me andrebbe rivisto radicalmente, se possibile disgiunto dalla forza pubblica. Se volete ne riparliamo. Intanto mi divora la curiosità di sapere se qui da me esistono altri ameni comitati provinciali, magari un “Comitato provinciale per la sicurezza sul lavoro” o un “Comitato provinciale per i diritti degli immigrati”, mi informerò.

Perché parlo di alcol, di feste promozione, di esaltazione collettiva e di comitati per l’ordine? Tutto questo cosa c’entra con il rock’n’roll? [Graziani]. Voglio dire, che c’entra col Giro? C’entra perché attiene alla stessa sfera, quella del sollazzo. E come sapete il sollazzo va anche bene, siamo umani. Sì ma con moderazione, andateci piano ragazzi, non esagerate che lunedì si torna al lavoro. Ho l’impressione, ma non da ora, che dedicarsi a sé stessi e alle proprie passioni, ma soprattutto farlo come ci pare a noi, come ci viene bene e bene ci fa stare, in definitiva come ci sentiamo di fare, sia una cosa di cui un po’ vergognarsi, di sicuro una cosa per cui giustificarsi.

Ma perché devo guardare la tappa di nascosto in ufficio, sbirciando qua e là sullo smartphone, se comunque il lavoro lo porto lo stesso a termine? Perché se mi telefonano alle 9 di domenica mattina devo fingere che non stavo dormendo? Perché per andare a pedalare, a sciare o a nuotare, devo dire (a me e in giro) che fa bene alla salute, o che devo portarci il pupo, e non basta semplicemente un “mi piace da matti”? Perché devo abbassare il volume della musica altrimenti i vicini chissà che pensano, la nonna è morta da appena un mese, ma che vuoi che pensino nonno, è musica, che male fa, a chi? [Questa del nonno mi è accaduta davvero]. Perché se qualche volta mi sbronzo devo sentirmi più o meno un subumano? Perché mi tolgono la patente se mi sono fatto una canna quindici giorni fa? Perché di tutte le cose del mondo, alcune di quelle per cui vale la pena vivere sono proprio quelle che si ha più pudore a manifestare, là fuori, nella vita pubblica, nella maledetta quotidianità che tutti ci obnubila e ci annacqua?

Siamo schiavi del decoro (personale, urbano), prenderci per forza sul serio è l’unica opzione ritenuta ufficialmente valida, ma in questa dialettica c’è qualcosa che non torna più, in realtà manco prima, ma ora peggio di prima. E non posso non chiedermi “che campo a fare?” se sono solo un pezzo intercambiabile in una società che prende da me il meglio e in cambio mi dà più che altro rotture di coglioni, il covid, la guerra, il lavoro, il non poter vedere Van der Poel che conquista la rosa solo perché lo fa di venerdì (ma sì, guàrdatelo stasera in differita, che differenza fa?), l’impossibilità di incidere su qualsivoglia cosa sia destinata a riguardarmi da vicinissimo (io non le volevo mandare le armi in Ucraina, ma mi hanno chiesto qualcosa? Un parere, un’opinione, un voto in Parlamento? Però le prossime bollette chi le paga, non le pago mica io?). [Vedrete che nei prossimi giorni approfondiremo la questione, ché non sembri il mio un pensiero qualunquista o peggio].

Tutto ci viene chiesto e un po’ pochino ci viene dato indietro, la clandestinità del piacere è l’ultimo dazio che paghiamo al nostro stare al mondo, eppure io di questi anni alcune cose me le porterò dietro, al di là dei massimi sistemi (il figlioletto soprattutto, of course), e sono cose piccole ma per me grandi, le quali però fanno parte della sfera del fatuo, il fatuo sottoposto a fatwa, per esempio fare musica (“ma a 50 anni ancora pensi a queste stupidate?”), cose del genere. Cose che ufficialmente non hanno dignità pari a quelle considerate serie (in realtà solo tediosamente seriose). Cose che però, guarda un po’, mi hanno eccitato di gioia assoluta, mi hanno reso la vita migliore. Nibali che vince la Sanremo. Froome sul Finestre. L’Amstel di Mathieu. O Wout ovunque vada (anche in vacanza qui in Salento a mangiare pasticciotti alla crema, true story).

O la vittoria di Pogacar al Fiandre. Ah no, quest’ultima non è successa. Non ancora.

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