Il gruppo transita sul Ponte San Giorgio a Genova © RCS Sport
Il gruppo transita sul Ponte San Giorgio a Genova © RCS Sport

Quanti voti potrà valere il Giro sul Ponte?

Notturno Giro #7 – La tappa di Genova, col suo transito sul Viadotto San Giorgio, ci ricorda quanto poco possa valere il banale buon senso popolare al confronto del feroce interesse di chi comanda

Era proprio necessario passare sul Ponte San Giorgio nella 12esima tappa del Giro d’Italia? Sì, per forza. L’hanno deciso le autorità di Genova e della Liguria tutta, nonostante la contrarietà dei parenti delle vittime del crollo del Ponte Morandi di 4 anni fa, nonostante per questo omaggio non richiesto si sia reso obbligatorio un passaggio in autostrada (giusto per rendere più fievole l’impatto del transito della corsa rosa sul già scorrevolissimo traffico della Superba), nonostante l’approdo alla città per strade scenograficamente brutte non abbia oggettivamente valorizzato i tanti splendori di Genova, e – last but not least – nonostante il disegno tecnico del finale di tappa sia stato stravolto rispetto all’intrigante originale, e quindi la frazione intera svuotata del senso che avrebbe potuto avere.

Ma vuoi mettere tutto quanto qui elencato con la passerella degli amministratori locali, Giovanni Toti (presidente della Regione) e Marco Bucci (sindaco della città) in primis? Ma non è che per caso fra tre settimane a Genova si vota per eleggere il nuovo sindaco, e quello uscente è giustamente tra i candidati e quindi ogni occasione diventa buona per lucrare uno spot elettorale?

Non vale neanche più la pena di stupirsi per determinate dinamiche. Lo sappiamo sin troppo bene che il rapporto tra beneficio per la cittadinanza e beneficio per il politico si sostanzia negli stessi termini del leoniano rapporto tra uomo con la pistola e uomo col fucile. Quante decisioni vengono prese in barba non solo a quella che sarebbe la volontà popolare, ma pure al più basilare buon senso? E mi pare che il potere di chi subisce tali scelte stia diventando nel tempo sempre più labile, insomma quali strumenti abbiamo per opporci, per far valere le nostre ragioni, per instaurare un confronto onesto e paritario con le istituzioni? Questo vale tanto per le cose più futili (“eddài, quanto la stai facendo lunga per una semplice tappa del Giro d’Italia!”) quanto per quelle più importanti (chi ha detto “terza guerra mondiale alle porte”?).

Oddio quanto sto diventando qualunquista. Mi piace la gente quando è felice, per esempio quando arriva il Giro e tutti ridono, ci avete mai fatto caso? È meraviglioso vedere la gioia dipinta sui volti del pubblico a bordo strada, prestate attenzione se non l’avete mai fatto, prendete un qualsiasi video di un arrivo di tappa, prendete le immagini del pubblico intorno al vincitore, un pubblico di bimbetti pure se son troppo cresciuti, tutti a bearsi del collettivo piacere della condivisione di un momento topico, tutti con la serenità stampata in faccia, prendete quelle immagini e riflettete, pensate a quanto poco ci voglia, in fondo, per farci stare bene.

E invece non va, no no, chi è felice non ha bisogno di troppe cose, bisogna intervenire, far qualcosa, tenere sempre a freno le persone, ingabbiarle in logiche disumane, perché chi ha paura sì che ha bisogno di tutto, ed è magari disposto a qualsiasi cosa per essere tranquillizzato, rassicurato, rincuorato. Non sto dicendo niente di nuovo, si tratta di concetti espressi in tutte le possibili salse da fior di analisti molto migliori del sottoscritto, ma che facciamo, non diciamo più nulla perché tutto è stato già detto? Se c’è chi ancora ha il coraggio di dirsi poeta dopo Leopardi e García Lorca, chi ancora gira film dopo Kubrick e Fellini, chi scrive canzoni dopo Lennon e Battiato, chi va tuttora in bici dopo Coppi e Merckx, chi ha la faccia tosta di scrivere articoli di ciclismo dopo Buzzati e Mura, ci potrà pure stare questo velleitario sfogo che poi non è nemmeno uno sfogo, quanto una semplice, amara constatazione.

Mi ero seduto al computer per scrivere tutt’altro, in realtà, volevo filosofeggiare sugli alti e i bassi della vita, prendendo spunto magari da Kelderman che un giorno perde dieci minuti per una foratura (ma si possono perdere dieci minuti per una foratura? O è solo che domenica gli si è chiusa la vena, a Wilco, come avvenne nel fondovalle tra Stelvio e Laghi di Cancano nel 2020?) e un altro giorno ne recupera otto grazie a una fuga giusta; ma poi le mani, da sole, hanno preso tutt’altra direzione sulla tastiera, ed eccoci qui, alla fine di un articolo tutto sommato abbastanza inutile. Inutile come un passaggio in autostrada del Giro d’Italia di una qualsiasi tappa, in un qualsiasi giovedì di maggio, di un qualsiasi anno.

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