Il Duomo di Milano in formato Giro
Il Duomo di Milano in formato Giro

Grazie di essere esistito, Giro 2020. Comunque sia

Si chiude una parentesi lieta, la corsa rosa a cui ripenseremo con nostalgia nelle prossime difficilissime settimane segnate dalla pandemia e da tutte le conseguenti misure restrittive

Quando il Giro 2020 è partito da Palermo (anzi, da Monreale), eravamo in un’Italia diversa. Non avevamo ancora finito di farci belli davanti al mondo, avevamo l’idea di star tenendo sotto controllo alla grande la pandemia, tutti in Europa ce lo riconoscevano peraltro, e insomma eravamo fighi. Il Giro era la nostra ciliegina, il nostro dolcetto quotidiano. Tre settimane dopo – per dire come le cose precipitano in fretta – viviamo un Paese in cui le proteste di piazza minacciano il nostro futuro prossimo, almeno tanto quanto lo stesso futuro è minacciato, per alcuni (o per tanti), dalla recessione in via di innesco in seguito alle recentissime misure anticovid decise (o che saranno decise in seguito) dal governo.

Non entriamo nel merito di quel che dovrà essere fatto, di quel che si sarebbe potuto e dovuto fare nel frattempo, insomma non è questo il senso di questo articolo.

Che invece è un articolo d’amore, di malinconia (che bel sentimento), di nostalgia per questi giorni lieti, per noi, che siamo stati tutti assorti nell’unico pensiero di guardare il Giro, quotidianamente, sperando tutta una serie di cose che in parte si sono poi realizzate.

Abbiamo sperato che il maltempo lasciasse in pace la corsa, e tutto sommato siamo stati accontentati: la pioggia ha colpito spesso la carovana, ma la pioggia è pioggia e solitamente accompagna il ciclismo in primavera e in autunno. Precipitazioni nevose, invece, no: non sullo Stelvio, nemmeno sull’Agnello che è stato annullato per altre ragioni; neanche quel gelo che avrebbe reso difficile la vita a tanti.

Abbiamo sperato che il covid stesso non si mettesse di mezzo, e abbiamo temuto eccome, a ogni notizia di positività proveniente dal gruppo, e abbiamo superato un momento critico (la Mitchelton-Scott costretta a lasciare la corsa, la Jumbo-Visma che decide senza motivo di farsi da parte, la EF che propone di stoppare tutto a Piancavallo), ma insomma ce l’abbiamo fatta, e pazienza se – per il covid – l’attesissima penultima tappa è stata cambiata profondamente, saltato il passaggio francese da Briançon.

Di tutti gli intoppi che ci eravamo prefigurati per mesi, oddio un Giro in autunno, come ne verremo a capo?, qualcuno si è manifestato ma in forma minore, attenuata, altri proprio no, un paio invece in maniera fragorosa: da un lato il livello della contesa, già ci pareva non esagerato in partenza, ma dopo pochi giorni già abbiamo perso tutta una serie di protagonisti, in maniera alquanto inattesa, fuori López Vlasov Thomas Yates Kruijswijk, per citare i più in vista. E hai voglia a dire che invece sulle salite si è corso a ritmi forsennati, record su record di scalata, in tanti resterà l’idea che questo Giro, deciso da una lotta tra Hindley (“chi???”) e Geoghegan Hart (“chi???”), con la maglia rosa passata dalle spalle di Almeida (“chi???”) e Kelderman (“chi???”), sarà stato una mezza ciofeca, al cospetto del ricco (anche di nomi) Tour o della ricca (solo di nomi, a volte) Vuelta.

L’altro timore verificatosi nella realtà è la débâcle degli italiani in classifica, da tanto tempo ci siamo abituati a dire che nel momento in cui Vincenzo Nibali avesse iniziato a perdere colpi sarebbero stati dolori, e oggi sperimentiamo la cosa, tocchiamo con mano il fragoroso tracollo, primo Giro della storia senza italiani in top five, neanche in top six per dirla tutta, solo settimo Vincenzo; si apre una lunga fase di attesa in cui provare a capire chi raccoglierà il testimone dallo Squalo. Lo scopriremo, prima o poi. Per il momento, non trovando nemmeno consolazione negli sprint (Elia Viviani Girus horribilis come l’annus), ci buttiamo per intero su Filippo Ganna, quattro successi uno più rotondo dell’altro, su Diego Ulissi che pure lui ha fatto il suo (due vittorie), sul buon Fausto Masnada top ten della generale.

Ma non ci lamentiamo, questo no. Siamo contenti lo stesso, lo saremmo stati in qualsiasi condizione e situazione, siamo contenti per il Giro in sé e per sé, siamo contenti per gli scenari che ci ha portato in casa, per l’Italia che ci ha fatto vedere e sentire, siamo contenti per il rifugio che ha rappresentato e che continuerà a rappresentare, quando – nelle prossime settimane, speriamo non mesi – ripenseremo a questi giorni di leggerezza, in cui il pensiero principale era per noi se Nibali l’indomani avrebbe attaccato, o se sarebbe nevicato sullo Stelvio, cioè quelle sciocchezzine tanto importanti quando non se ne hanno altre a cui badare, e ci parranno lontane lontane nella mente.

Saranno giorni difficili, questo già lo sappiamo, sarà un autunno lungo, complesso. Sarà un’Italia con tanta letizia in meno di quella che abbiamo vissuto per tre settimane. Sarà un’Italia in cui, perdonate l’insistenza nella vacuità, un pensierino continueremo a riservarlo al Giro: a come sarà il prossimo, a come si svolgerà, si svilupperà, o quando, o chissà. Il Giro è parte dell’Italia, lo sappiamo da sempre. Scopriamo più che mai ora che è anche un’àncora di salvataggio per l’anima. Grazie Giro 2020, comunque sia, grazie: di essere – semplicemente – esistito.

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