Neilson Powless batte Matej Mohoric (a destra) e Mikkel Honoré (a sinistra) © Donostiako Klasikoa-PhotoGomezSport
Neilson Powless batte Matej Mohoric (a destra) e Mikkel Honoré (a sinistra) © Donostiako Klasikoa-PhotoGomezSport

Powless grande capo di San Sebastián

L’americano riapre l’albo d’oro della Clásica battendo Mohoric e Honoré in uno sprint a tre. Quarto, sfortunatissimo, Lorenzo Rota. Si rivede Landa: attacca, poi cade e sì, insomma: è proprio lui

Nel 2020 fu una delle corse fagocitate dal disastro covid, saltata senza possibilità alternative; l’avevamo lasciata quindi al 2019, a una di quelle esibizioni di clamorosa forza e sfrontatezza con cui il giovanissimo Remco Evenepoel si presentava al pubblico del ciclismo maggiore. Oggi la 41esima edizione della Classica di San Sebastián, o Donostia San Sebastian Klasikoa se vogliamo usare la dicitura ufficiale, si è dovuta ritagliare un necessario spazietto in queste giornate in cui le Olimpiadi occupano giustamente la scena, ma nel ciclismo si va sempre veloci verso il prossimo obiettivo, per cui nessuno si è stupito di trovare in startlist diversi reduci dalla prova di Tokyo (ma del resto tra le donne Annemiek Van Vleuten ha vinto tre giorni dopo l’oro conquistato in Giappone nella crono… fuso orario io te dishtruggo, me te magno!): tra gli altri gli azzurri Giulio Ciccone e Gianni Moscon, mentre si segnalava il ritorno in gara per Mikel Landa a due mesi e mezzo dall’incidente di Cattolica al Giro.

A dispetto della presenza di diversi pezzi grossi delle corse di un giorno (a partire da Julian Alaphilippe, dorsale numero 1), la vittoria è andata a un outsider. Si chiama Neilson Powless, è nato nel 1996 in una base militare dell’aeronautica USA in Florida ma è cresciuto in California, dove ha iniziato a coltivare la passione per il ciclismo che l’ha portato a essere uno dei molti giovani di quella Axeon Hagens Berman destinati a un futuro luminoso. Con lui in quel team giovanile c’erano Geoghegan Hart e i fratelli Oliveira, Dunbar e Neilands, Narváez e Ruben Guerreiro, che oggi è stato il primo ad andare a felicitarsi con l’amico dopo il traguardo. Ha una sorella ciclista pure lei (Shayna), sangue irochese nelle vene (discende per parte di padre dalla tribù degli Oneida), e da oggi molta più consapevolezza delle proprie qualità.

Nel sottolineare l’ennesima bella prestazione di Matej Mohoric, ci sia consentito un buffetto di consolazione a Lorenzo Rota, tra i protagonisti del finale ma fatto fuori da una caduta (innescata dallo stesso Mohoric) a 5 km dal traguardo, quando certo pregustava il probabile primo podio in una classica del World Tour. Che iella!

Veniamo alla corsa. Insolito per la stagione il clima, più da Giro dei Paesi Baschi che da classica estiva per eccellenza: pioggia sin dalla partenza, foschia sulle salite più alte di un percorso che ne “codificava” 6: Azkarate, Urraki, Alkiza, Jaizkibel, Erlaitz e, dopo un primo passaggio dal traguardo, la durissima, decisiva Murgil Tontorra a 8.5 km dalla fine.

Avvio fatto di molteplici tentativi, ma solo intorno al km 75 (a 148 dalla fine), sull’Alto de Urraki, ha preso forma la fuga che avrebbe caratterizzato la parte centrale della corsa. Al suo interno Lilian Calméjane e Mikaël Cherel (AG2R Citroën), Valerio Conti e Alexandr Riabushenko (UAE-Emirates), Javier Romo (Astana-Premier Tech), Johan Jacobs e José Joaquín Rojas (Movistar), Jérémy Cabot (TotalEnergies), Tsgabu Grmay (BikeExchange), Jokin Murguialday e Jon Barrenetxea (Caja Rural-Seguros RGA), Mikel Bizkarra (Euskaltel-Euskadi), Daniel Navarro e Óscar Cabedo (Burgos-BH), Xandres Vervloesem (Lotto Soudal) e Romain Hardy (Arkéa Samsic): 16 uomini che hanno avuto un vantaggio massimo di 4′ intorno al km 100, a 123 dal termine.

Il drappello all’attacco ha proceduto con discreto accordo fino all’Alto de Jaizkibel, dove la situazione è esplosa e Javier Romo se n’è andato via da solo a 68 dal termine, inseguito in prima istanza da Cabot, Murguialday e Vervloesem. Lo spagnolo ha riguadagnato una ventina abbondante di secondi al gruppo, andando a lambire nuovamente i due minuti di un vantaggio che poco prima era sceso a uno e mezzo o poco più. Ma il gruppo era saldamente nelle mani di chi lo doveva gestire: Deceuninck-Quick Step, Ineos Grenadiers, Jumbo-Visma (protagonista sul Jaiz)… Insomma, per la fuga nessuna speranza reale.

Giù dal Jaizkibel, a 60 dal termine Matej Mohoric (Bahrain-Victorious) ha tentato un allungo, così per saggiare le forze (ma anche le volontà) in campo. Sull’asfalto viscido lo sloveno ha fatto una certa differenza, ha frazionato il gruppo in qualche troncone e ha spinto tanti al limite, se è vero che non son mancate le cadute; in particolare a fondo picchiata si è segnalata quella degli italiani della Bora-Hansgrohe Matteo Fabbro (che è risultato il più ammaccato) e Giovanni Aleotti.

Romo ha preso la penultima scalata di giornata, l’Alto de Erlaitz, con 30″ su alcuni ex compagni di fuga e 50″ sul gruppo che, dopo essersi riassestato nel fondovalle post-Jaizkibel, veniva tirato in questa fase dagli UAE. A 45 km dal traguardo e 3 dalla vetta, la mossa più attesa: l’attacco dell’eroe di casa, Mikel Landa. Il corridore della Bahrain si è mosso con Simon Carr (EF Education-Nippo) e in un attimo ha ripreso e superato Romo. Il britannico ha evidenziato più brillantezza rispetto all’alavese, e in contropiede ha a propria volta allungato, anche se Landa non si è arreso alla cosa e ha provato a rientrare su Carr prima che il plotone si rifacesse sotto; non ce l’ha fatta, Mikel, che ha scollinato ai -42 a 18″ da Carr e con poco più di 10″ sul gruppo che l’ha poi reinglobato all’inizio della discesa.

Il corridore della EF ha allungato in questo tratto e ha portato il suo margine a quasi un minuto, ma il gruppo dietro fermentava e ai -25 sono usciti in contropiede ancora Mohoric, Mikkel Honoré (Deceuninck), Neilson Powless (EF) in marcatura e pure il bravo Lorenzo Rota (Intermarché-Wanty); in tre chilometri il quartetto è piombato su Carr, il plotone seguiva a 50″, e quelli al comando hanno pensato che tutto sommato fosse un’ottima idea darci dentro e darsi una vicendevole mano, hai visto mai che dietro dormano per qualche chilometro.

È andata un po’ così, la Trek-Segafredo si è accorta forse un po’ tardi che quell’azione andava dritta al successo, e nell’avvicinamento alla salita di Murgil Tontorra ha preso con veemenza le redini del gruppo, ma ciò non ha impedito al quintetto di approcciare la dura scalata, ai -11.5, con 1’10” di vantaggio. Tanta la veemenza dei Trek, che all’ingresso della rampa, curva a sinistra, ci si è arrivati talmente veloci che in diversi sono scivolati via nello svoltare: tra i vari, quando dici i casi della vita, proprio Mikel Landa…

A 1.2 dalla vetta (a 9.2 dal traguardo) Powless ha staccato gli altri (Carr in realtà aveva mollato poco prima dopo aver lavorato in favore del compagno), e più o meno nello stesso tratto dal plotone è emerso Giulio Ciccone, a giustificare il lavoro della Trek fin lì. Ma l’abruzzese stavolta non ha fatto la differenza e la sua azione è sfumata nei pressi dello scollinamento.

Ma torniamo davanti: a un passo dalla vetta Mohoric e Honoré sono riusciti a riportarsi su Powless, mentre Rota restava più indietro, il tutto in un tripudio di folla che ci ha ricordato i tempi belli e ci ha convinti una volta di più della magia di questa sorta di transustanziazione che è il ciclismo quando passa tra la gente e si fa popolo, in un mutuo scambio di vita che si rinnova ogni volta, in ogni corsa, su ogni salita piena di pubblico.

Rota è stato bravo e a 7 dalla fine ha raggiunto di nuovo gli altri tre, si era in discesa e ciò sarebbe stato fatale per indirizzare la corsa: poco più giù, ai -5, Mohoric, che guidava il quartetto lungo la picchiata, ha sbagliato una curva a destra, ha fatto il funambolo, è riuscito a non cadere pur dovendo mettere praticamente piede a terra; alla sua ruota Honoré non ha invece avuto il tempo di correggere la traiettoria e l’unica cosa che ha potuto fare è stata frenare per attutire l’inevitabile impatto con un muretto. Powless, in terza ruota, è riuscito a prendere la curva un po’ più all’interno e ciò gli ha permesso di provare ad allungare mentre i colleghi erano impastoiati. Rota, quarta ruota, avrebbe pure evitato  di cadere, ma per dribblare la bici di Honoré che dal muretto stava rimbalzando in strada, è scivolato pure lui; e peggio di tutti, perché nel rialzarsi ha avuto un problema con un pedale e ha dovuto salutare i sogni di podio.

Mohoric è riuscito a rientrare rapidamente su Powless, poi i due hanno spinto meno di quanto non facesse Honoré alle loro spalle, e infatti il danese è rientrato ai 1500 metri. Nessuno avrebbe più staccato nessuno prima della volata. Mohoric l’ha presa abbastanza lunga, molto sicuro delle proprie possibilità, e per un attimo abbiamo pensato che stesse per regalare alla Bahrain-Victorious l’ennesima soddisfazione stagionale. Ma Powless al centro della strada è emerso fortissimo, non concedendo nemmeno a Honoré di tenerne il passo, e superando al fotofinish Mohoric. Per il quasi 25enne americano, alla quarta stagione da professionista arriva il successo sin qui più importante della carriera.

Mohoric secondo, Honoré terzo, Rota quarto a 30″, abbattutissimo, non senza ragioni per recriminare; a 1’04” il primo gruppo inseguitore con il sempre più convincente Alessandro Covi (UAE) davanti a Julian Alaphilippe (Deceuninck), Odd Christian Eiking (Intermarché), Jonas Vingegaard (Jumbo), Gianni Moscon (Ineos) e Bauke Mollema (Trek). Nello stesso gruppetto Ciccone ha chiuso al 14esimo posto, mentre a 1’36” Diego Ulissi (UAE) ha vinto (sul giovane compagno Juan Ayuso) la volata per la 17esima posizione. Tra Giulio e Diego il coraggioso Carr e, 16esimo, l’altro rientrante di lusso della gara odierna: Egan Bernal (Ineos), quasi pronto per la Vuelta a España che inizia tra due settimane.

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